17° Volume - Gennaio 22, 1925 (28)

“La mia Divinità, senza partirsi da me, con la sua luce inaccessibile mi formava una raggiera di luce”.

Continua la mia vita tra le amarezze delle privazioni del mio dolce Gesù… Non so come vivo; sento un incubo che mi schiaccia. La stessa natura, nel vedersi priva di colui che, solo, la sosteneva, vorrebbe disciogliersi; sicché ora mi sento scomporre le ossa, ora chiudere i ca­nali dello stomaco, in modo che non vuol ricevere né acqua, né cibi… Povera mia natura, senza del mio Gesù vuol declinare e disfarsi! Ma mentre sta per disfarsi, una forza potente ed una mano forte mi stringe, mi ricompone le ossa sconvolte, mi apre i canali, ed impedisce il mio totale disfacimento... O Dio, che pena! Abbi pietà della mia dura sorte! Dio mio, deh, fa che mi ritorni co­lui che mi dava vita, oppure che, la mia povera natura pagandovi il tributo della morte[1], la mia povera anima salga lassù, nel seno del mio Gesù, dove non ci separeremo mai più.

Ora, mentre mi trovavo in questo stato di declino‑ma chi sa dopo quanti stenti!‑il mio dolce Gesù si faceva vedere nel mio interno, seduto nel mezzo, tutto taciturno, con la sua mano alla fronte, tutto pensoso, isolato, senza che nessuno gli stesse vicino; e sebbene stesse nel mio interno, c’era tanto spazio in me che io ero lontano da lui, e lui era lontano da me. Sicché, sola io, solo Gesù... Ond’io a qualunque costo volevo avvicinar­mi, dirgli una parolina, fargli compagnia nella sua solitudine. Onde, non so come, quello spazio si è ristretto… Quello spazio mi sembrava che fosse il mondo, nel centro del quale Gesù stava, e Gesù pareva impensierito sulla sorte del mondo, che corre precipitoso [al] suo sfacelo. Anzi, Gesù ha preso un punto di quello spazio, e lo poggiava sopra di me; io mi sentivo schiacciare sotto il peso, ma ero contenta che il mio Gesù, la mia vita, stesse vicino a me. Quindi, nel vedermelo vicino avrei voluto piangere per muoverlo a pietà del mio stato straziante, avrei voluto dirgli chi sa quante cose... Macché; appena gli dissi: “Gesù, non mi lasciare più: non vedi che senza di te non posso durarla in questo esilio?”.

E lui, tutto bontà: “Non ti lascio, no, no; questa è una taccia che vuoi dare al tuo Gesù. Io non lascio mai nessuno. Le creature si ritirano da me, non io da loro; anzi, io vado loro appresso… Quindi, non volermi fare più questo affronto, che io possa lasciarti. E poi, non hai visto tu che stavo dentro di te, non fuori di te, e non solo io, ma tutto il mondo insieme?”.

Ond’io, guardando Gesù, vedevo la sua intelligenza più che un sole, e tutti i pensieri di Gesù come tanti raggi che uscivano da quel sole, ed allungandosi percorrevano tutti i pensieri delle creature passate, presenti e fu­ture. Questi raggi camminavano per prendere, come in pugno, tutte le intelligenze create, e sostituirsi [ad esse come] gloria perenne al Padre, riparazione completa di tutto [e] impetrazione di tutti i beni a tutte le intelligenze create. Onde Gesù, tirandomi a sé, mi ha detto:

“Figlia mia, questo sole che tu vedi nell’intelligenza della mia umanità, fu formato dalla mia Divinità, la qua­le mi dotò con la potenza creatrice e con l’onniveggenza di tutte le cose, in modo che io dovevo essere il nuovo sole delle anime; e come il sole che creai per bene della natura percorre con la sua luce tutta la terra, senza negare a nessuno gli effetti della sua luce, ad onta che non si parta dal cielo, ma fa partire dal suo centro i raggi che portano i beni, che contiene il sole, sulla terra, così la mia Divinità, senza partirsi da me, con la sua luce inaccessibile mi formava una raggiera di luce; e questi raggi percorrevano tutti e tutto, ed io in ogni istante percorrevo ciascun pensiero, parola ed atto di tutte le creature, e mi costituivo gloria perenne al Padre mio di[2] ciascun pensiero, atto, parola, ecc., di tutte le umane generazioni. Questa luce, mentre si elevava al Padre celeste, scen­deva per prendere come in pugno tutti gli atti umani per illuminarli, riscaldarli e ripararli; sicché, su ciascun atto umano pende una luce che continuamente vuol fargli del bene. In me, il fare questo era come connaturale. Tu, figlia mia, non hai questa potenza di fare in tutti gli atti un atto solo, come facevo io; perciò nella mia Volontà percorrerai ad uno ad uno ciascun mio raggio, ed a poco a poco farai la via che fece la mia umanità”.

Ond’io ho cercato di percorrere il primo raggio, poi il secondo, e via via… Ma, oh potenza del Divin Volere! Mentre percorrevo quei raggi io ero tanto piccola che mi sembrava essere diventata un atomo, e questo atomo ora si trovava nell’intelligenza divina, e percorreva le intelligenze delle creature, ora nella parola ed ora nel moto divino, e percorreva le parole ed i moti delle crea­ture, e così di tutto il resto. Onde la Divinità, nel vedere la mia estrema piccolezza nella loro intelligenza, nella loro parola e nel loro moto, presa d’amore della[3] mia piccolezza, restavano rapiti, e compiaciuti hanno detto:

“Questa piccolezza ci rapisce, e nel vederla entrare nei nostri stessi atti per farli insieme con Noi, per diffonderli su tutti, proviamo tale gioia e tale compiacimento, e riceviamo la stessa gloria nostra, che con tutto amore le diamo la libertà di entrare in Noi, per farla operare insieme con Noi”.

Io mi sentivo tutta confusa nel sentire ciò, e dicevo tra me: “Io non faccio nulla; è il Divin Volere che mi porta fra le sue braccia; quindi tutta la gloria è della sua adorabile Volontà”.

 



[1] pagandovi la mia povera natura il tributo della morte

[2] per

[3] per la