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INDICE VOLUME 4

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 (1) Settembre 5, 1900

 (2) Settembre 6, 1900

 (3) Settembre 9, 1900

 (4) Settembre 10, 1900

 (5) Settembre 12, 1900

 (6) Settembre 14, 1900

 (7) Settembre 16, 1900

 (8) Settembre 18, 1900

 (9) Settembre 19, 1900

 (10) Settembre 20, 1900

 (11) Settembre 21, 1900

 (12) Settembre 22, 1900

 (13) Settembre 29, 1900

 (14) Settembre 30, 1900

 (15) Ottobre 2, 1900

 (16) Ottobre 4, 1900

 (17) Ottobre 10, 1900

 (18) Ottobre 12, 1900

 (19) Ottobre 14, 1900

 (20) Ottobre 15, 1900

 (21) Ottobre 17, 1900

 (22) Ottobre 20, 1900

 (23) Ottobre 22, 1900

 (24) Ottobre 23, 1900

 (25) Ottobre 29, 1900

 (26) Ottobre 31, 1900

 (27) Novembre 2, 1900

 (28) Novembre 8, 1900

 (29) Novembre 10, 1900

 (30) Novembre 11, 1900

 (31) Novembre 13, 1900

 (32) Novembre 14, 1900

 (33) Novembre 16, 1900

 (34) Novembre 18, 1900

 (35) Novembre 20, 1900

 (36) Novembre 22, 1900

 (37) Novembre 23, 1900

 (38) Novembre 25, 1900

 (39) Dicembre 3, 1900

 (40) Dicembre 23, 1900

 (41) Dicembre 25, 1900

 (42) Dicembre 26, 1900

 (43) Dicembre 27, 1900

 (44) Gennaio 4, 1901

 (45) Gennaio 5, 1901

 (46) Gennaio 6, 1901

 (47) Gennaio 9, 1901

 (48) Gennaio 15, 1901

 (49) Gennaio 16, 1901

 (50) Gennaio 24, 1901

 (51) Gennaio 27, 1901

 (52) Gennaio 30, 1901

 (53) Gennaio 31, 1901

 (54) Febbraio 5, 1901

 (55) Febbraio 6, 1901

 (56) Febbraio 10, 1901

 (57) Febbraio 17, 1901

 (58) Marzo 8, 1901

 (59) Marzo 19, 1901

 (60) Marzo 22, 1901

 (61) Marzo 30, 1901

 (62) Marzo 31, 1901

 (63) Aprile 5, 1901

 (64) Aprile 7, 1901

 (65) Aprile 9, 1901

 (66) Aprile 19, 1901

 (67) Aprile 21, 1901

 (68) Aprile 22, 1901

 (69) Giugno 13, 1901

 (70) Giugno 18, 1901

 (71) Giugno 30, 1901

 (72) Luglio 5, 1901

 (73) Luglio 16, 1901

 (74) Luglio 20, 1901

 (75) Luglio 23, 1901

 (76) Luglio 27, 1901

 (77) Luglio 30, 1901

 (78) Agosto 3, 1901

 (79) Agosto 5, 1901

 (80) Agosto 6, 1901

 (81) Agosto 21, 1901

 (82) Settembre 2, 1901

 (83) Settembre 4, 1901

 (84) Settembre 5, 1901

 (85) Settembre 9, 1901

 (86) Settembre 10, 1901

 (87) Settembre 14, 1901

 (88) Settembre 15, 1901

 (89) Ottobre 2, 1901

 (90) Ottobre 3, 1901

 (91) Ottobre 8, 1901

 (92) Ottobre 11, 1901

 (93) Ottobre 14, 1901

 (94) Ottobre 21, 1901

 (95) Ottobre 25, 1901

 (96) Novembre 22, 1901

 (97) Dicembre 27, 1901

 (98) Dicembre 29, 1901

 (99) Gennaio 6, 1902

 (100) Gennaio 11, 1902

(101) Gennaio 12, 1902

 (102) Gennaio 14, 1902

 (103) Gennaio 25, 1902

 (104) Gennaio 26, 1902

 (105) Febbraio 3, 1902

 (106) Febbraio 8, 1902

 (107) Febbraio 9, 1902

 (108) Febbraio 17, 1902

 (109) Febbraio 19, 1902

 (110) Febbraio 21, 1902

 (111) Febbraio 24, 1902

 (112) Marzo 2, 1902

 (113) Marzo 3, 1902

 (114) Marzo 5, 1902

 (115) Marzo 6, 1902

 (116) Marzo 7, 1902

 (117) Marzo 10, 1902

 (118) Marzo 12, 1902

 (119) Marzo 16, 1902

(120) Marzo 18, 1902

 (121) Marzo 19, 1902

 (122) Marzo 23, 1902

 (123) Marzo 27, 1902

 (124) Marzo 30, 1902

 (125) Aprile 4, 1902

 (126) Aprile 16, 1902

 (127) Aprile 25, 1902

 (128) Aprile 29, 1902

 (129) Maggio 16, 1902

 (130) Maggio 22, 1902

 (131) Giugno 2, 1902

 (132) Giugno 15, 1902

 (133) Giugno 17, 1902

 (134) Giugno 29, 1902

 (135) Luglio 1, 1902

 (136) Luglio 3, 1902

 (137) Luglio 7, 1902

 (138) Luglio 28, 1902

 (139) Luglio 31, 1902

 (140) Agosto 2, 1902

 (141) Agosto 10, 1902

 (142) Settembre 3, 1902

 (143) Settembre 4, 1902

 (144) Settembre 5, 1902

 (145) Settembre 10, 1902

 (146) Ottobre 22, 1902

 (147) Ottobre 30, 1902

 (148) Novembre 1, 1902

 (149) Novembre 5, 1902

 (150) Novembre 9, 1902

 (151) Novembre 16, 1902

 (152) Novembre 17, 1902

 (153) Novembre 21, 1902

 (154) Novembre 22, 1902

 (155) Novembre 30, 1902

 (156) Dicembre 3, 1902

 (157) Dicembre 4, 1902

 (158) Dicembre 5, 1902

 (159) Dicembre 7, 1902

 (160) Dicembre 8, 1902

 (161) Dicembre 9, 1902

 (162) Dicembre 15, 1902

 (163) Dicembre 17, 1902

 (164) Dicembre 18, 1902

 (165) Dicembre 24, 1902

 (166) Dicembre 26, 1902

 (167) Dicembre 30, 1902

 (168) Dicembre 31, 1902

 (169) Gennaio 5, 1903

 (170) Gennaio 7, 1903

 (171) Gennaio 9, 1903

 (172) Gennaio 10, 1903

 (173) Gennaio 11, 1903

 (174) Gennaio 13, 1903

 (175) Gennaio 31, 1903

 (176) Febbraio 1, 1903

 (177) Febbraio 9, 1903

 (178) Febbraio 22, 1903

 (179) Febbraio 23, 1903

 (180) Marzo 5, 1903

 (181) Marzo 6, 1903

 (182) Marzo 9, 1903

 (183) Marzo 12, 1903

 (184) Marzo 18, 1903


(1) Settembre 5, 1900

La speranza, alimento dell’amore.

Siccome nei giorni passati non tanto si faceva vedere il mio adorabile Gesù, mi sentivo diffidente sulla speranza di riacquistarlo di nuovo; anzi mi credevo che tutto era finito per me, visite di Nostro Signore e stato di vittima. Ma questa mattina nel venire il benedetto Gesù, portava un’orribile corona di spine, e si è messo a me vicino tutto lamentandosi in atto di volere un ristoro. Ond’io gliel’ho tolta pian piano e per dargli più gusto l’ho messa sulla mia testa. Dopo poi mi ha detto:

“Figlia mia, il vero amore è quando è sostenuto dalla speranza, e dalla speranza perseverante, perché se oggi spero e domani no, l’amore si rende infermo, ché essendo l’amore alimentato dalla speranza, per quanto alimento gli somministra tanto più si rende più forte, più robusto, più vivo l’amore; e se questo [alimento] viene a mancare, prima s’inferma il povero amore rimanendo solo, senza sostegno, finisce col morire del tutto. Perciò, per quanto grandi siano le tue difficoltà, mai neppure per un momento devi scostarti dalla speranza col timore di perdermi; anzi devi fare in modo che la speranza, superando tutto, ti faccia trovare sempre unita con me, ed allora l’amore avrà perpetua vita”.

Dopo ciò ha seguitato a venire senza dirmi più niente. 


(2) Settembre 6, 1900

Stato di vittima.

Continua a venire il mio dolcissimo Gesù. Questa mattina, appena venuto ha voluto versare un poco le sue amarezze in me, e poi mi ha detto:

“Figlia mia, io voglio dormire un poco, e tu fa il mio uffizio di soffrire, pregare e placare la giustizia”.

Così lui ha preso sonno ed io mi son messa a pregare vicino a Gesù. Dopo, risvegliandosi abbiamo girato un poco in mezzo alle genti, e mi ha fatto vedere diversi combinamenti[1] che stanno facendo, come uscire per smuovere rivoluzione, e specialmente notavo un assalto all’improvviso che stavano macchinando per riuscire meglio nel loro intento e per fare che nessuno si potesse difendere e prevenire contro il nemico. Quanti spettacoli funesti! Ma però pare che il Signore non dà loro libertà ancora per ciò fare, e non sapendo loro la cagione, si rodono di rabbia, che ad onta della loro perversa volontà si veggono impotenti a ciò fare. Non ci vuol altro che il Signore conceda loro questa libertà, che il tutto è pre­parato. Dopo ciò ce ne siamo ritornati e Gesù si mostrava tutto piagato, [e] mi ha detto:

“Vedi quante piaghe mi hanno aperto, e la necessità dello stato continuo di vittima, delle tue sofferenze, perché non c’è momento che mi risparmiano d’offendermi[2]; ed essendo continue le offese, continue devono essere le sofferenze e le preghiere per risparmiarmi. E se ti vedi sospeso il patire, trema e temi, ché non vedendomi rinfrancato nelle mie pene non sia che conceda ai nemici quella libertà da loro tanto bramata”.

Nel sentire ciò mi son messa a pregarlo che facesse soffrire a me, ed in questo mentre vedevo il confessore che con le sue intenzioni sforzava Gesù a farmi soffrire. Allora il benedetto Signore mi ha partecipato tali e tante pene che non so io stessa come sono rimasta viva. Ma però il Signore nelle mie pene non mi ha lasciato sola, anzi pareva che non gli dava il cuore di lasciarmi, ed ho passato parecchi giorni insieme con Gesù, e mi ha comunicato tante grazie e mi faceva comprendere tante cose; ma parte per lo stato sofferente, parte che non so manifestarmi, passo innanzi e faccio silenzio. 


(3) Settembre 9, 1900

Gesù prepara l’anima alla comunione. Minacce contro i reggitori dei popoli.

[Gesù] continua a venire, però sono stata la maggior parte della notte senza Gesù; onde nel venire mi ha detto:

“Figlia mia, che vuoi che con tanta ansia mi stai aspettando? Ti bisogna forse qualche cosa?”

Ed io, siccome sapevo che dovevo fare la comunione, ho detto: “Signore, tutta la notte vi stavo aspettando, molto più che dovendo fare la comunione temo che il mio cuore non stesse ben disposto per potervi ricevere, e perciò ho bisogno che l’anima mia fosse rivista da voi per potersi disporre ad unirmi con voi sacramentalmente”.

E Gesù benignamente ha rivisto l’anima mia per prepararmi a riceverlo, e poi mi ha trasportato fuori di me stessa, ed insieme ho trovato la nostra Regina Mamma che diceva a Gesù: “Figlio mio, quest’anima sa­rà sempre pronta a fare ed a soffrire ciò che noi vogliamo, e questo è come un legame che ci lega la giustizia[3], perciò risparmiate tante stragi e tanto sangue che devono spargere le genti”.

E Gesù ha detto: “Madre mia, è necessario lo spargimento del sangue perché voglio che questa stirpe di re decada dal suo regnare, e questo non ci può essere senza sangue, ed anche per purgare la mia Chiesa perché è molto infettata; al più posso concedere di risparmiare in parte, per riguardo alle sofferenze”.

In questo mentre vedevo la maggior parte dei deputati che stavano macchinando come far decadere il re, e pensavano di mettere sul trono uno di quei deputati che stavano consigliandosi. Dopo ciò mi son trovata in me stessa; quante miserie umane! Ah, Signore, abbiate com­passione della cecità in cui è immersa la povera umanità! Onde continuando a vedere il Signore e la Regina Madre ho visto il confessore insieme, e la Vergine San­tissima ha detto:

“Vedi, mio Figlio, abbiamo un terzo, qual è il confessore, che si vuole unire con noi e prestare l’opera sua con l’impegnarsi a concorrere per farla soffrire, per soddisfare la divina giustizia, ed anche questo è un rendere più forte la fune che vi lega come[4] placarvi; e poi, quando mai avete resistito alla forza delle unioni di chi soffre e prega, e di chi concorre teco, puramente per il solo fine di glorificarvi e per il bene dei popoli?”

Gesù sentiva la Madre, aveva riguardo del confessore, ma non ha pronunziato sentenza al tutto favorevole, ma si limitava a risparmiare in parte. 


(4) Settembre 10, 1900

Minacce contro i perversi.

Questa mattina mi son trovata fuori di me stessa, e vedevo le tante nefandezze e peccati enormissimi che si fanno, come pure commessi contro la Chiesa ed il Santo Padre. Onde ritornando in me stessa è venuto il mio adorabile Gesù, e mi ha detto:

“Che ne dici tu del mondo?”

Ed io senza sapere dove voleva sbattere questa domanda, impressionata com’ero delle cose viste, ho detto: “Signore benedetto, chi può dirvi la perversità, la durezza, la bruttezza del mondo? Non ho parola come dirvi quanto è cattivo!”

E lui prendendo occasione dalle mie stesse parole, ha soggiunto:

“Hai visto com’è perverso? Tu stessa l’hai detto; non c’è modo come arrenderlo: dopo che gli ho tolto quasi il pane, se ne sta nella stessa tenacità, anzi peggio, e per ora va a procurarselo coi furti e con le rapine facendo danno al suo simile, quindi è necessario che gli tocchi la pelle, altrimenti si pervertirà maggiormente”.

Chi può dire come sono restata di stucco a questo parlare di Gesù; mi pare che sono stata io l’occasione come farlo sdegnare contro il mondo; invece di scusarlo l’ho dipinto nero. Ho fatto quanto ho potuto, dopo, a scusarlo; ma non mi ha dato retta, il male era già fatto. Ah, Signore, perdonami questa mancanza di carità ed usate misericordia! 


(5) Settembre 12, 1900

Crudo patire, Gesù la ristora. Macchinazioni di rivoluzione contro la Chiesa.

Continua quasi lo stesso; questa mane nel venire ha versato le sue amarezze, ed io son rimasta tanto sofferente che ho cominciato a pregare il Signore che mi desse la forza e che mi sollevasse un poco, ché non potevo resistere. In questo mentre mi è venuto un lume nella mente, che facevo peccato in ciò fare; e poi che dirà il benedetto Gesù, [che] mentre in altre occasioni l’ho pregato tanto che versasse, questa volta che senza farsi pregare aveva versato andavo cercando sollievo? Pare che mi vado facendo più cattiva, e giunge a tanto la mia cattiveria che anche innanzi a lui stesso non mi astengo di commettere difetti e peccati.

Onde non sapendo che fare per riparare, ho risolto nel mio interno che per questa volta, per fare un maggiore sacrifizio e darmi una penitenza acciocché la mia natura, un’altra volta, non ardisse di cercare sollievo, [ho risolto quindi] di rinunziare [al]la venuta di nostro Signore, e se venisse dovevo dirgli: “Non venite amore, abbiate compassione di me, e mi sollevate[5]”. Così ho fatto, ed ho passato parecchie ore in denso patire e senza Gesù. Quanto mi costava amaro! Ma Gesù avendo di me compassione, senza che lo cercassi è venuto ed io subito gli ho detto: “Abbiate pazienza, non venite, ché non voglio sollievo”.

E lui: “Figlia mia, son contento del tuo sacrifizio, ma hai bisogno d’un ristoro altrimenti verresti meno”.

Ed io: “No Signore, non voglio sollievo!”

Ma lui avvicinandosi alla mia bocca, quasi per forza ha versato dalla sua bocca qualche goccia di latte dolce che ha mitigato il mio patire. Chi può dire la confusione, il rossore che provavo innanzi a lui, aspettandomi un rimprovero, ma Gesù, come se non avesse avvertito la mia mancanza, si mostrava più affabile, più dolce! Io vedendo così, ho detto: “Mio adorabile Gesù, una volta che avete versato in me ed io soffro, non dovete risparmiare il mondo? Non è vero?”

E lui: “Figlia mia, credi tu che io abbia versato tutto in te? E poi, come potresti affrontare tutto ciò che di castigo verserò sul mondo? Tu stessa hai visto che [per] quel poco che ti ho versato non potevi resistere, e se non fossi venuto ad aiutarti l’avresti finita; or che sarebbe se versassi tutto in te? Cara mia, ti ho dato la parola, in parte ti contenterò”.

Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo alle genti, e continuavo a vedere tanti mali, specie macchinazioni di rivoluzione contro la Chiesa, e tra la società, d’uccidere[6] il Santo Padre e sacerdoti. Io mi sentivo straziare l’anima nel vedere queste cose, e pensavo tra me: “Se, non sia mai, giungessero ad effettuarsi queste macchinazioni, che ne sarà? Quanti mali ne verranno?” E tutta afflitta ho guardato Gesù e lui mi ha detto:

“E di quella sommossa successa di qua, che ne dici tu?”

Ed io: “Quale sommossa? Nel mio paese non è successo niente”.

E lui: “Non ti ricordi la sommossa d’Andria?”

“Sì, Signore”.

“Ebbene, pare che è niente, ma non è così; quella fu tutta occasione, ed è un attizzo, una forza ad altri paesi come smuoversi e spargere sangue, recando oltraggio alle persone sacre ed ai miei tempi[7]; e perché ognuno vuole mostrare quanto sia più bravo nell’elettrizzare il male, faranno a gara a chi più possa farne”.

Ed io: “Ah, Signore, date la pace alla Chiesa e non permettete tanti guai!” E volendo [io] più dire, mi è scomparso lasciandomi tutta afflitta ed impensierita. 


(6) Settembre 14, 1900

Gesù versa [nell’anima] per placare la sua giustizia. L’eroismo della vera virtù.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non veniva, onde dopo molto aspettare si faceva vedere da dentro il mio interno, che facendosi appoggio del mio cuore, cingeva le sue braccia d’intorno e poggiava la sua sacratissima testa tutto afflitto, serio, in modo che t’imponeva silenzio, e voltato di spalle al mondo. Dopo essere stati qualche poco in muto silenzio, perché l’aspetto in cui si mostrava non faceva ardire di dire una parola, si è tolto da quella posizione e mi ha detto:

“Avevo risoluto di non versare, ma son giunte a tal punto le cose, che se non versassi scoppierebbero immantinente tali fracassi, da muovere rivoluzione da farne stragi sanguinolente”.

Ed io: “Sì, Signore, versate, questo è l’unico mio desiderio, che sfogate sopra di me l’ira vostra, e risparmiate le creature”. Così ha versato un poco. Dopo poi, come se si fosse sollevato ha soggiunto:

“Figlia mia, come agnello mi feci condurre al macello e stetti muto innanzi a chi mi sacrificò, così sarà di quei pochi buoni di questi tempi; ma però questo è l’eroismo della vera virtù”.

Di nuovo ha soggiunto: “Ho versato, sì, ho versato; vuoi tu che versi un altro poco, così mi alleggerisco di più?”

Ed io: “Signor mio, non me lo domandate neppure, sono a vostra disposizione, potete fare di me ciò che volete”. Così ha versato di nuovo e mi è scomparso lasciandomi sofferente, e contenta per il pensiero che avevo alleggerito le pene del mio diletto Gesù. 


(7) Settembre 16, 1900

Andria in lutto.

Continuando a venire, il mio amabile Gesù mi ha partecipato varie pene della sua passione e poi mi ha trasportato fuori di me stessa facendomi vedere i paesi circonvicini, specie mi pareva che fosse Andria, che se il Signore non fa uso della sua onnipotenza, per loro castigo le cose smosse si faranno serie, molto più pareva che ci stesse l’incitamento da parte di alcuni preti a queste smosse che più amareggiavano Nostro Signore. Onde dopo aver visitato varie chiese insieme con Gesù benedetto, facendo atti di riparazione e d’adorazione per le tante profanazioni che si commettevano nelle chiese, Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, lasciami versare un poco, che sono tali e tante le amarezze che non posso trangugiarle [da] solo, ed il mio cuore non le può sopportare”.

Così ha versato e mi è scomparso, ritornando altre volte senza dirmi più niente. 


(8) Settembre 18, 1900

Carità del prossimo. Prega Gesù di portarla al Cielo.

Questa mattina il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa e mi faceva vedere i tanti mali che si fanno contro la carità del prossimo. Quanta pena facevano al pazientissimo Gesù! Pareva che li riceveva lui stesso; onde tutto afflitto mi ha detto:

“Figlia mia, chi fa danno al prossimo fa danno a sé stesso, ed uccidendo il prossimo uccide l’anima sua, e siccome la carità predispone l’anima a tutte le virtù, così non avendo la carità predispone l’anima[8] a commettere ogni sorta di vizi”.

Dopo ciò ci siamo ritirati, e siccome da parecchi giorni soffrivo un dolore intenso alle costole, mi sentivo perciò sfinita di forze. Il benedetto Gesù compatendomi mi ha detto:

“Diletta mia, te ne vorresti tu venire, non è vero?”

Ed io: “Volesse il cielo, Signor mio, che fosse causa questo dolore come venire a te; come gli sarei riconoscente! Come lo terrei caro e per uno dei miei più fidi amici! Ma credo che volete tentarmi come le altre volte, ed eccitandomi coi vostri inviti, restando poi delusa, verrete a formare più crudo e straziante il mio martirio. Ma deh! abbiate compassione di me e non mi lasciate più a lungo sopra la terra, assorbite in voi questo misero verme, che ne ho ragione perché da voi stesso ne uscii”.

L’amabile Gesù tutto intenerendosi nel sentirmi, mi ha detto:

“Povera figlia, non temere, che è certo che verrà il giorno tuo in cui resterai assorbita in me; sappi però che le tue continue violenze di venire a me, specie dietro i miei inviti, ti giovano molto e ti fanno vivere nell’atmo­sfera dell’aria senza l’ombra di nessun peso terreno. Tanto che tu sei come quei fiori che non hanno neppure la radice dalla terra, e vivendo così sospesa nell’aria vieni a ricreare il cielo e la terra; e tu guardando il cielo, solo di quello ti ricrei, e ti nutrisci di tutto ciò che è celeste, e guardando la terra ne hai compassione, e l’aiuti per quanto puoi da parte tua; ma ai riscontri dell’odore del cielo, avverti subito la puzza che esala dalla terra e l’aborrisci. Potrei metterti forse in una posizione a me ed al cielo più cara, ed a te ed al mondo più giovevole?”

Ed io: “Eppure, o Signore mio, dovresti aver com­passione di me col non dilungarmi la mia dimora di qua, per le tante ragioni che ne ho; specie poi per i tristi tempi che si preparano, chi avrà cuore di vedere carneficina sì sanguinolenta? E poi per le continue vostre privazioni, che mi costano più che la morte”.

Mentre ciò dicevo ho visto una moltitudine di angeli intorno a Nostro Signore, che dicevano:

“Signore nostro e Dio, non fatevi più importunare, contentatela, noi con ansia l’aspettiamo. Feriti dalla sua voce, siamo venuti qui per ascoltarla, e siamo impazienti di portarla con noi! E tu, o eletta, vieni a rallegrarci nel nostro celeste soggiorno”.

Il benedetto Gesù commosso, pareva che volesse condiscendere, e mi è scomparso, e trovandomi in me stessa mi sentivo più accresciuto il dolore, tanto che spasimavo continuamente; ma non capivo me stessa per il contento. 


(9) Settembre 19, 1900

Ubbidienza per domandare a Gesù sollievo nelle pene.

Raddoppiandosi sempre più lo spasimo del dolore, avrei voluto nasconderlo e fare che nessuno se ne avvertisse, ed avrei voluto tenere in segreto senza aprirne[9] col confessore ciò che ho detto di sopra, ma era tanto forte lo spasimo, che mi è riuscito impossibile. Ed il confessore avvalendosi della sua solita arma dell’ubbidienza, mi ha comandato che gli manifestassi il tutto, onde dopo avergli manifestato ogni cosa, mi ha detto che per ubbidienza dovevo pregare il Signore che mi liberasse, altrimenti facevo peccato. Che sorta d’ubbidienza, è sempre lei che si attraversa ai miei disegni! Onde di mala voglia ho accettato questa nuova ubbidienza, e con tutto ciò non avevo cuore di pregare il Signore che mi liberasse da un amico sì caro, qual è il dolore, molto più che speravo d’uscire dall’esilio di questa vita. Il benedetto Gesù mi tollerava e nel venire mi ha detto:

“Tu soffri molto, vuoi che ti liberi?”

Ed io, dimenticata un momento l’ubbidienza, ho det­to: “No, Signore, no, non mi liberate, me ne voglio venire; e poi tu sai che non so amarti, sono fredda, non faccio grandi cose per te, almeno ti offro questo patire per soddisfare a ciò che non so fare per amor tuo”.

E lui: “Ed io, figlia mia, infonderò tanto amore e tanta grazia in te, in modo che nessuno mi possa amare e desiderare come te; non ne sei tu contenta?”

[Ed io:] “Sì, ma me ne voglio venire”.

Gesù è scomparso, ed io ritornando in me stessa mi son ricordata dell’ubbidienza ricevuta, ed ho dovuto accusarmi al confessore, [ch]e mi ha comandato che assolutamente non voleva che me ne andassi, e che il Signore mi doveva liberare. Che pena sentivo nel ricevere questa ubbidienza, pare proprio che vuol toccare gli estremi della mia pazienza. 


(10) Settembre 20, 1900

Segni di croce per risanare.

Continuando a soffrire, anzi più che mai, mi sentivo un risentimento nel mio interno ché mi veniva vietato di poter morire. Onde nel venire il mio adorabile Gesù, mi ha rimproverato della mia tardanza nell’ubbidire, che fino allora pareva che mi tollerasse; in questo mentre vedevo il confessore, e [Gesù] a lui voltandosi gli ha preso la mano e gli ha detto:

“Quando vieni, segnatela alla parte del dolore, che la farò ubbidire”. Ed è scomparso.

Onde rimanendo sola, vi sentivo più intenso il dolore. Dopo è venuto il confessore, e trovandomi sofferente anche lui mi ha rimproverato ché non ubbidivo; ed avendogli detto ciò che avevo visto e quello che Nostro Signore aveva detto al confessore, lui nel sentirmi mi ha segnato la parte dove soffrivo, ed in due minuti ho potuto respirare e muovermi, mentre prima non potevo farlo senza sentire spasimi atroci. Mi pare che l’ubbidienza e quei segni di croce mi hanno legato il dolore in modo che non posso più dolermi. Ed ecco che son rimasta delusa nei miei disegni, perché questa signora ubbidienza ha preso tal potere sopra di me, che non mi lascia fare niente di ciò che voglio; anche nello stesso patire vuole lei signoreggiare, e debbo stare in tutto e per tutto sotto il suo impero.


(11) Settembre 21, 1900

Forza dell’ubbidienza. L’ubbidienza dev’essere tutto per lei.

Chi può dire la mia afflizione nel restare priva del mio carissimo amico dolore? Ammiravo, sì, il prodigioso impero della santa ubbidienza, come pure la virtù che il Signore aveva comunicato al confessore, che con l’ub­bidienza e col segnarmi mi aveva liberato da un male che per me lo ritenevo grave e che era bastante a disfare il mio corpo; ma con tutto ciò non potevo fare a meno di sentire la pena d’essere priva d’un dolore tanto buono, che impietosiva ed inteneriva il benedetto Gesù in modo che lo facevo venire quasi continuamente. Onde nel venire Nostro Signore, mi son lamentata con lui col dirgli:

“Diletto mio Bene, che mi hai fatto? Mi hai fatto liberare dal confessore. Dunque ho perduto la speranza di lasciare per ora la terra! E poi, perché fare tanti raggiri, potevate voi stesso liberarmi; ché avete messo il padre in mezzo? Ah, forse non avete voluto dispiacermi di­rettamente, non è vero?”

E lui: “Ah, figlia mia, come presto hai dimenticato che l’ubbidienza fu tutto per me! L’ubbidienza voglio che sia tutto per te. E poi ho messo in mezzo il padre, per fare [sì] che tu avessi riguardo di lui come la mia stessa persona”.

Detto ciò è scomparso, lasciandomi tutta amareggiata. Quante ne sa fare la signora ubbidienza! Bisogna conoscerla e aver a che fare con lei per lungo tempo, e non per poco, per poter dire veramente chi ella sia. E bravo, bravo alla signora ubbidienza, quanto più si sta, tanto più ti fai conoscere. Io per me, a dire il vero, t’ammiro, son costretta anche ad amarti; ma non posso farne a meno, specie quando me ne fai qualcuna delle grosse, di non sentirmi corrucciata con te! Perciò ti prego, o cara ubbidienza, d’essere più indulgente, più indulgente a farmi soffrire.


(12) Settembre 22, 1900

Per quante volte si dispone a fare il sacrificio della morte, altrettante volte Gesù le ridona il merito come se realmente morisse.

Trovandomi tutta oppressa ed afflitta, nel venire il mio adorabile Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, perché te ne stai tutta immersa nella tua afflizione?”

Ed io: “Ah, diletto mio, come non debbo stare afflitta se non mi volete ancora portare con voi, e mi lasciate più a lungo su questa terra?”

E lui: “Ah, no, non voglio che tu respiri quest’aria mesta, perché tutto ciò che ho messo dentro e fuori di te, tutto è santo; tanto vero che se si avvicina a te qualche cosa o persona che non è retta e santa, tu ne senti fastidio avvertendo subito la puzza contraria, di ciò che non è santo. Ora perché vorresti adombrare con questa aria di mestizia ciò che ho messo dentro di te? Sappi però che ogni qualvolta ti disponi a fare il sacrifizio della morte, altrettante volte ti ridòno il merito come se realmente morissi; e questo ti deve essere di gran consolazione, molto più che ti conformi a me maggiormente, ché la mia vita fu un continuo morire”.

Ed io: “Ah, Signore, non mi pare che la morte sia un sacrifizio, anzi sacrifizio mi pare la vita!” E volendo [io] più dire è scomparso.


(13) Settembre 29, 1900

Le anime vittime sono appoggi e puntelli per Gesù.

Essendo passati parecchi giorni di silenzio tra me e Gesù, e con scarso patire, al più mi pare che volesse continuare a tentarmi per farmi esercitare un po’ di più di pazienza; ed ecco come. Nel venire diceva:

“Diletta mia, dal cielo ti sospiro; al cielo, al cielo ti aspetto”. E come un lampo sfuggiva. Poi ritornando ripeteva: “Cessa ormai dai tuoi accesi sospiri, che mi fai languire continuamente fino a venirne meno”. Altre volte: “Il tuo ardente amore, le tue brame, sono ristoro al mesto mio cuore”. Ma chi può dirle tutte? Mi pareva che aveva voglia di combinare versi, e questi versi delle volte li esprimeva nel cantarli; ma però, senza darmi tempo di dirgli una parola, subito sfuggiva.

Onde questa mattina, avendo messo il confessore l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione, ho visto la Regina Mamma che piangeva e quasi contendeva con Gesù per fare risparmiare il mondo da tanti flagelli, ma lui si mostrava restio, e solo per contentare la Mamma ha concorso a farmi soffrire. Dopo poi, come se si fosse un po’ placato, ha detto:

“Figlia mia, è vero che voglio castigare il mondo, tengo in mano le sferze come percuoterlo, ma è pur vero che se v’interessate, tanto tu quanto il confessore, a pregarmi ed a soffrire, è sempre un appoggio e verrete a mettere tanti puntelli come risparmiare il mondo, almeno in parte; altrimenti non trovando nessun appoggio e puntelli, a mano libera mi sfogherò sopra le genti”.

Detto ciò è scomparso.


(14) Settembre 30, 1900

Gesù le chiede di consolare la sua afflitta Mamma.

Questa mattina il mio dolcissimo Gesù non ci veniva, ed ho dovuto molto pazientare nell’aspettarlo, e giungevo fino a sforzarmi d’uscire dal mio solito stato ché non mi sentivo più forza di continuarlo. Lui non ci veniva, il patire mi pareva da me fuggito, i sensi me li sentivo in me stessa, non restava altro che mettere uno sforzo per uscire. Ma mentre ciò facevo, il benedetto Gesù è venuto e facendo cerchio delle sue braccia mi ha preso la testa in mezzo; da quel tocco non mi son sentita più in me stessa, e vedevo Nostro Signore molto sde­gnato col mondo; e volendo placarlo, mi ha detto:

“Per ora non volerti occupare di me, ma ti prego d’occuparti della mia Mamma, consolala ché sta molto afflitta per i castighi più pesanti che sto per versare sopra la terra”. Chi può dire quanto sono restata afflitta?


(15) Ottobre 2, 1900

Stato di vittima per l’Italia e Corato.

Temendo che non fosse più Volontà di Dio il mio stato, nel venire il benedetto Gesù, ho detto: “Quanto temo che non fosse più Volontà vostra il mio stato, perché veggo che mi mancano le due cose principali che mi tenevano legata, cioè il patire e la mancanza della vostra presenza[10]”.

E lui: “Figlia mia, non è che non voglia più tenerti in questo stato, ma siccome voglio castigare il mondo, perciò non ci vengo e ti faccio mancare il patire”.

Ed io: “A che pro starmi in questo stato?”

E lui: “La tua posizione di vittima ed il tuo continuo aspettarmi già mi spezza le braccia, perché tu non vedi a me, io invece ti veggo benissimo, e numero tutti i tuoi sospiri, le tue pene, i tuoi desideri di volermi; e questo tuo starti tutta intenta in me è sempre un atto di riparazione per tanti che non si brigano di me né mi desiderano, mi disprezzano e stanno tutti intenti alle cose terrene, infangati nel lezzo dei vizi. Onde il tuo stato essendo tutto opposto al loro, viene sempre a spezzare la giustizia, tanto che tenere te in questo stato ed incominciare le guerre sanguinose in Italia mi riesce quasi impossibile”.

Ed io: “Ah, Signore! Starmi in questo stato senza patire mi riesce quasi impossibile, mi sento mancare le forze, perché la forza di starmi in questo stato mi viene dalle sofferenze, onde mancandomi queste, qualche gior­no quando non ci venite io cercherò d’uscirmene; ve lo dico prima acciò non vi dispiacciate”.

E lui: “Ah, sì, sì! Uscirai da questo stato quando incomincerò le stragi in Italia, allora te lo sospenderò del tutto”.

Mentre ciò diceva, faceva vedere le guerre fierissime che dovranno succedere tanto tra i secolari, quanto quella contro la Chiesa. Il sangue inondava i paesi come quando succede una pioggia dirotta; il mio povero cuore si contorceva per il dolore nel vedere ciò, e ricordandomi del mio paese ho detto: “Ah, Signore, come voi dite che mi sospenderete del tutto, fate capire che neppure della povera Corato avrete compassione; neppure la risparmierete?”

E lui: “Se i peccati giungono ad un certo numero in modo che non si meritano di tenere anime vittime, e quelli che ti tengono vittima non s’interessano, io non avrò nessun riguardo di lei, cioè di Corato”. Detto ciò è scomparso ed io sono restata tutta oppressa ed afflitta.


(16) Ottobre 4, 1900

Gesù soffre a castigare l’uomo, perché sono sue immagini.

Dopo aver passato un giorno di privazione e di scarso patire, mi sentivo convinta che il Signore non voleva più tenermi in questo stato, ma però l’ubbidienza anche in questo non me la vuol cedere e vuole che continui a starmene, dovessi crepare e schiattare. Sia sempre benedetto il Signore ed in tutto sia fatto il suo Santo ed amabile Volere. Onde questa mattina nel venire il benedetto Gesù si faceva vedere in uno stato compassionevole; pareva che soffriva nelle sue membra, ed il suo corpo veniva fatto in tanti pezzi ch’era impossibile numerarli; con lamentevole voce diceva:

“Figlia mia, che mi sento, che mi sento; sono pene inenarrabili ed incomprensibili all’umana natura; sono carni dei miei figliuoli che vengono lacerate, ed è tanto il dolore che sento, che mi sento lacerare le mie stesse carni!”

E mentre ciò diceva gemeva e si doleva. Io mi sentivo intenerire nel vederlo in questo stato ed ho fatto quanto ho potuto a compatirlo ed a pregarlo che mi partecipasse le sue pene. Mi ha contentato in parte, ed appena ho potuto dirgli: “Ah, Signore, non ve lo dicevo io: ‘Non mettete mano ai castighi, che quello che più mi dispiace [è] che resterete colpito nelle vostre stesse membra’? Ah, questa volta non c’è stato modo né preghiere come placarvi!”

Ma Gesù non ha dato retta alle mie parole, pareva che avesse una cosa seria nel cuore che lo tirava altrove, ed in un istante mi ha trasportato fuori di me stessa portandomi in luoghi dove succedevano stragi di sangue. Oh, quante viste dolorose si vedevano nel mondo, quante carni umane tormentate, fatte a pezzi, calpestate come si calpesta la terra e lasciate insepolte; quante disgrazie, quante miserie, e quello ch’era più, altre più terribili che devono succedere! Il benedetto Signore ha guardato, e tutto commuovendosi si è messo a piangere amaramente. Io non potendo resistere ho pianto insieme [a lui] la triste condizione del mondo, tanto che le mie lacrime si mescolavano con quelle di Gesù. Dopo aver pianto un buon pezzo, ho ammirato un altro tratto della bontà di Nostro Signore. Per farmi cessare dal piangere, ha voltato la sua faccia da me, di nascosto si è asciugato le lacrime e poi voltandosi di nuovo, con volto ilare mi ha detto:

“Diletta mia, non piangere, basta, basta, ciò che tu vedi serve ad iustificare iustitiam meam”.

Ed io: “Ah Signore, dico bene che non è più Volontà vostra il mio stato; a che pro il mio stato di vittima se non mi è dato di risparmiare le tue carissime membra? D’esentare il mondo da tanti castighi?”

E lui: “Non è come tu dici, anch’io fui vittima, e con l’essere vittima non mi venne dato di risparmiare il mondo da tutti i castighi. Gli aprii il cielo, lo sciolsi dalla colpa sì, portai sopra di me le sue pene, ma è giustizia che l’uomo riceva sopra di sé parte di quei castighi che lui stesso si attira peccando. E se non fosse per le vittime, meriterebbe non solo il semplice castigo, ossia la distruzione del corpo, ma anche la perdita dell’anima; ed ecco la necessità delle vittime, che chi se ne vuole avvalere, perché l’uomo è sempre libero nella sua volontà, può trovare il risparmio della pena ed il porto della sua salvezza”.

Ed io: “Ah, Signore, quanto me ne vorrei venire prima che più s’inoltrassero questi castighi!”

E lui: “Se il mondo giunge a tale empietà da non meritare nessuna vittima, sicuro che ti porterò”.

Nel sentire ciò ho detto: “Signore, non permettete che rimanga di qua, ad assistere a scene sì dolorose”.

E Gesù quasi rimproverandomi ha soggiunto: “Invece di pregarmi che risparmiassi [il mondo], tu dici che te ne vuoi venire? Se io portassi tutti i miei, del povero mondo che ne sarebbe? Certo che non avrei più che ci fare[11] e non l’avrei[12] più nessun riguardo”.

Dopo ciò ho pregato per varie persone; lui mi è scomparso ed io sono ritornata in me stessa.


(17) Ottobre 10, 1900

Questi scritti manifestano a chiare note il modo come Gesù ama le anime. L’anima può uscire dal corpo solo per forza del dolore o dell’amore.

Mentre scrivevo, stavo pensando tra me: “Chi sa quanti spropositi in questi scritti; meritano essere gettati nel fuoco, se l’ubbidienza me lo concedesse lo farei, perché mi sento come un intoppo nell’anima, specie se giungessero a vista di qualche persona; in certi punti fanno vedere come se amassi e facessi qualche cosa per Dio, mentre non faccio niente e non l’amo e sono l’ani­ma più fredda che possa trovarsi nel mondo, ed ecco che mi riterrebbero diversa da quello che sono, e questo è una pena per me. Ma siccome è l’ubbidienza che vuole che scriva essendo questo per me uno dei più grandi sacrifizi, perciò mi rimetto tutta a lei, con certa speranza che essa farà le mie scuse e giustificherà la mia causa presso Dio e presso gli uomini”.

Ma mentre ciò dico, il benedetto Gesù nel mio interno si è mosso e mi sta rimproverando e vuole che disdica ciò che ho detto, non volendo che continuassi a scrivere se ciò non facessi. Onde mi sta dicendo che col dire ciò mi sono partita dalla verità, essendo la cosa più essenziale di un’anima il non mai uscire dal circolo della verità:

“Come non mi ami tu? Con qual coraggio tu lo dici, non vuoi tu patire per me?”

Ed io tutta arrossendo: “Sì, Signore”.

E lui: “Ebbene come ti vieni ad uscire dalla verità?”

Detto ciò si è ritirato nel mio interno senza farsi più sentire, restando io come se avessi ricevuto una mazzata. Quante ne fa la signora ubbidienza, se non fosse per lei non mi troverei in questi cimenti col mio diletto Gesù; quanta pazienza ci vuole con questa benedetta ubbidienza! Onde riprendo a dire ciò che dovevo dire, avendomi il Signore un po’ distratta da ciò che ho incominciato; quindi nel venire il benedetto Gesù ha risposto al mio pensiero col dirmi:

“Sicuro che meritano d’essere bruciati questi tuoi scritti, ma vuoi sapere in qual fuoco? Nel fuoco del mio amore, perché non vi è pagina che non manifesti a chiare note il modo come amo le anime, tanto se son cose che riguardano te, tanto se riguardano il mondo, ed il mio amore in questi tuoi scritti trova uno sfogo ai miei preoccupati ed amorosi languori”.

Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, ed [io] trovandomi sola senza corpo ho detto:

“Mio diletto ed unico bene, qual castigo è per me, dovendo ritornare tante volte nel mio corpo; perché è certo che adesso non lo tengo, è la sola anima che sta insieme con voi, e poi, non so come, mi trovo imprigionata nel misero mio corpo, come dentro un carcere tenebroso e lì ci perdo quella libertà che con l’uscire mi viene data. Non è questo un castigo per me, il più duro che dar si potesse?”

E Gesù: “Figlia mia, non è castigo quello che tu dici né per colpa tua che ciò ti succede; anzi devi sapere che solo per due ragioni l’anima può uscire dal corpo: per forza del dolore che[13] succede la morte naturale o per forza d’amore reciproco tra me e l’anima, perché essendo quest’amore tanto forte che né l’anima la durerebbe né io posso durarla a lungo senza godere di lei, perciò la vado tirando a me, e poi la rimetto di nuovo nel suo stato naturale, e l’anima più che da un filo elettrico tirata, va e viene come a me piace. Ecco che ciò che tu credi castigo è amore finissimo”.

Ed io: “Ah, Signore! Se il mio amore fosse bastante e forte, credo che avrei la forza di sussistere innanzi a voi, e non sarei soggetta di ritornare al corpo; ma siccome è molto debole, perciò son soggetta a queste vicende”.

E lui: “Anzi ti dico che è amore più grande, è estratto dall’amore del sacrifizio, che per amor mio e per amor dei tuoi fratelli ti privi e ritorni alle miserie della vita”.

Dopo ciò il benedetto Gesù mi ha trasportato ad una città, dove erano tante le colpe che si commettevano che usciva come una nebbia densissima, puzzolente che s’in­nalzava verso il cielo; e dal cielo scendeva un’altra nebbia folta e dentro vi stavano condensati tanti castighi che pareva che fossero bastanti a sterminare questa città, ond’io ho detto: “Signore dove ci troviamo? Che parti son queste?”

E lui: “Qui è Roma, dove son tante le nefandezze che si commettono non solo dai secolari, ma anche dai religiosi, che meritano che questa nebbia li finisca d’ac­cecare, meritandosi il loro sterminio”.

In un istante ho visto il macello che ne succedeva e pareva che il Vaticano ricevesse parte delle scosse, non erano risparmiati neppure i sacerdoti; perciò tutta costernata ho detto: “Mio Signore, risparmiate la vostra prediletta città, tanti ministri tuoi, il Papa. Oh, quanto volentieri vi offro me stessa a soffrire i loro tormenti, purché li risparmiate!”

E Gesù commosso mi ha detto: “Vieni con me e ti farò vedere fin dove giunge la malizia umana”.

E mi ha trasportato dentro un palazzo, ed in una stanza segreta stavano cinque o sei deputati, e dicevano tra loro: “Allora ci arrenderemo, quando avremo distrutto i cristiani”, e pareva che volevano costringere il re a scrivere di proprio pugno il decreto di morte contro i cristiani e la promessa d’impadronirsi dei beni di questi, dicendo, purché consentiva loro, non faceva niente che non lo facevano per ora[14]: a tempo ed a circostanza opportuna, allora l’avrebbero fatto.

Dopo ciò, mi ha trasportato altrove e facevami vedere che doveva morire uno di quelli che si dicono capi, e questo tale pareva tanto unito col demonio che neppure a quel punto si scostava, tutta la sua forza la prendeva dai demoni, che lo corteggiavano come loro fido amico. I demoni nel vedermi si sono scossi, e chi mi voleva battere, e chi mi voleva fare una cosa e chi un’altra, io però nulla curando le loro molestie, perché mi costava più la salvezza di quell’anima, mi sono sforzata e sono giunta vicino a quell’uomo. Oh, Dio, che vista spaventevole, più degli stessi demoni! In che stato lacrimevole giaceva egli! Faceva più che pietà, [in] niente l’ha com­mosso la nostra presenza, anzi pareva che se ne facesse beffe. Gesù subito mi ha tirato da quel punto ed io ho cominciato a perorare presso Gesù la salvezza di quel­l’anima.


(18) Ottobre 12, 1900

I nemici più potenti dell’uomo sono: l’amore ai piaceri, alle ricchezze ed agli onori

Continua a venire il mio adorabile Gesù; questa mattina portava una folta corona di spine; l’ho tolta pian piano e l’ho messa sulla mia testa, ed ho detto: “Signore, aiutatemi a conficcarla”.

E lui: “Questa volta voglio che tu stessa te la conficchi, voglio vedere che cosa sai fare e come vuoi soffrire per amor mio”.

Io me la sono conficcata ben bene, molto più che si trattava di fargli vedere fin dove giungeva il mio amore di soffrire per Gesù, tanto che lui stesso, tutto intenerito e stringendomi, mi ha detto:

“Basta, basta, che il mio cuore non più regge a vederti più soffrire”.

Ed avendomi lasciata molto sofferente, il mio diletto Gesù non faceva altro che andare e venire. Dopo ciò ha preso l’aspetto di crocifisso, e mi ha partecipato le sue pene e mi ha detto:

“Figlia mia, i nemici più potenti dell’uomo sono: l’a­more ai piaceri, alle ricchezze ed agli onori, che rendono infelice l’uomo, perché questi nemici s’intromettono fin nel cuore e lo rodono continuamente, l’amareggiano, l’abbattono tanto da fargli perdere tutta la felicità; ed io sul Calvario sconfissi questi tre nemici ed ottenni grazia per l’uomo di vincerli anch’esso e gli restituii la felicità perduta. Ma l’uomo sempre ingrato e sconoscente rigetta la mia grazia ed ama accanitamente questi nemici che mettono il cuore umano ad una tortura continua”.

Detto ciò è scomparso ed io comprendevo con tale chiarezza la verità di queste parole, che mi sentivo un aborrimento, un odio contro questi nemici.

Sia benedetto sempre il Signore e tutto per sua gloria.


(19) Ottobre 14, 1900

Il flagello pericoloso dei borghesi. Solo l’innocenza strappa la misericordia e mitiga il giusto sdegno.

Questa mattina mi sentivo tanto stordita che non capivo me stessa, né potevo andare secondo il solito in cerca del mio sommo Bene. Onde di tanto in tanto si muoveva dentro il mio interno e si faceva vedere, e tutta abbracciandomi e compatendomi mi diceva:

“Povera figlia, hai ragione che non sai stare senza di me, come potresti tu vivere senza il tuo amato?”

Ed io scossa dalle sue parole ho detto: “Ah, diletto mio, che duro martirio è la vita per gli intervalli che sono costretta a starmi senza di voi! Lo dite voi stesso che ne ho ragione e poi mi lasciate?”

E lui furtivamente si è nascosto come se non volesse che sentissi ciò che diceva, ed io son lasciata di nuovo nel mio stordimento, senza poter dire più niente; quando mi ha visto stordita, di nuovo è uscito e diceva:

“Tu sei tutto il mio contento, nel tuo cuore trovo il vero riposo, e riposandomi vi provo le più care delizie”.

Ed io di nuovo scuotendomi ho detto: “Anche per me voi siete tutto il mio contento, tanto che tutte le altre cose non son per me che amarezze”.

E lui ritirandosi di nuovo, son rimasta a mezza voce, restando più stordita di prima; e così ha seguitato questa mattina; pareva che avesse voglia di scherzare un poco. Dopo ciò mi son sentita fuori di me stessa ed ho visto che venivano persone sconosciute vestite da borghesi, e la gente nel vederle, tutte si raccapricciavano e mettevano un grido di spavento e di dolore, specie i bambini, e dicevano: “Se questi ci danno sopra[15], per noi è finita - e soggiungevano - nascondete le giovani, povera gioventù se giunge in mani di queste”.

Onde io, rivolta al Signore ho detto: “Pietà, miseri­cordia, allontanate questo flagello tanto pericoloso per la misera umanità, vi muovano a compassione le lacrime dell’innocenza”.

E lui: “Ah, figlia mia, solo per l’innocenza ho riguardo degli altri, solo essa mi strappa la misericordia e mitiga il mio giusto sdegno”.


(20) Ottobre 15, 1900

Lotta tra il confessore e Gesù per la crocifissione di Luisa.

Questa mattina avendo fatto la comunione il bene­detto Gesù mi ha fatto sentire la sua voce che diceva:

“Figlia mia, questa mattina mi sento tutta la necessità d’essere ristorato. Deh, prendi un po’ le mie pene sopra di te e lasciami riposare alquanto nel tuo cuore!”

Ed io: “Sì, mio Bene, fatemi sentire le tue pene, e così mentre io soffro in vece tua, avrete tutto l’agio di potervi ristorare e prendere un dolce riposo; solo vi chiedo che indugiate un altro poco finché resto sola, perché mi pare che stia il confessore ancora, acciò nessuno mi possa vedere soffrire”.

E lui: “Che fa che stia il padre presente, non sarebbe meglio che invece d’averne uno a ristorarmi ne avessi due? Cioè, tu soffrendo e quello concorrendo meco con la stessa mia intenzione?”

In questo mentre ho visto il confessore che metteva l’intenzione della crocifissione, ed il Signore subito, senza il minimo indugio mi ha partecipato le pene della croce. Onde dopo essere stata un poco in quelle sofferenze il confessore mi ha chiamato all’ubbidienza, Gesù si è ritirato ed io cercavo di sottopormi a chi mi comandava. Quando in un istante di nuovo è venuto il mio dolce Gesù che mi voleva sottoporre la seconda volta alla pene della crocifissione, ed il padre non voleva; ed io quando mi uniformavo con Gesù, cioè a soffrire, Gesù veniva; quando il confessore vedeva che incominciavo a soffrire [e] con l’ubbidienza arrestava il patire, Gesù si ritirava. Soffrivo ben sì una pena grande nel vederlo ritirarsi, ma facevo quanto più potevo per ubbidire, e delle volte siccome il confessore lo vedevo presente lasciavo fare a loro, aspettando chi doveva vincere, l’ubbidienza o Nostro Signore. Ah, mi pareva di veder lottare l’ub­bidienza e Gesù, tutti e due potenti, abili a poter affrontare una lotta. Dopo che hanno lottato ben bene, nel­l’atto di vedere chi vinceva, è venuta la Regina Mamma che avvicinandosi al padre gli ha detto:

“Figlio mio, stamattina che vuole lui stesso che soffra, lascialo fare, altrimenti non sarete risparmiati neppure in parte dai castighi”.

In quel momento il padre [era] come se fosse distratto a sostenere la lotta, e Gesù vincitore mi ha sottoposto di nuovo alle pene, ma con tale veemenza ed acerbi spasimi che non so io stessa come sono rimasta viva; quando mi credevo di morire l’ubbidienza di nuovo mi ha richiamato e per poco mi son trovata in me stessa. Ristorandosi il benedetto Gesù, ma non contento ancora, ritornando voleva ripetere [per] la terza volta, ma l’ubbi­dienza armandosi di fortezza questa volta si è fatta vincitrice, perdendo il mio diletto Gesù. Con tutto ciò di tanto in tanto cercava, chi sa potesse vincere lui di nuovo, tanto che non mi dava requie ed ho dovuto dire:

“Ma Signor mio, state un po’ quieto e lasciatemi in pace; non vedete che l’ubbidienza si è messa in armi e non ve la vuol cedere? Perciò abbiate pazienza e se volete ripetere la terza volta promettetemi di farmi morire”.

E Gesù: “Sì, vieni”.

L’ho detto al padre, ed anche in questo l’ubbidienza si è resa inesorabile, ad onta che il mio dolce Bene mi chiamava col dirmi:

“Luisa, vieni”.

Lo dicevo che mi chiama, ma mi era risposto un no reciso. Che bella ubbidienza è questa, siccome vuol fare in tutto e sopra tutto da signora, si vuol ficcare in cose che a lei non le appartiene qual è il morire; e poi bella cosa esporre una povera infelice ai pericoli di morire, farle toccare con mano il porto della felicità eterna, e poi per farsi vedere che sa fare in tutto da signora, a via di forza che possiede, la trattiene e la fa giacere nella misera prigione del corpo, e se si domanda perché tutto questo, primo non ti risponde e poi nel suo muto linguaggio ti dice: “Perché? Perché son signora ed ho impero su tutto”. Pare che se si vuol stare in pace con questa benedetta ubbidienza, ci vuole una pazienza da santo, non solo, ma quella dello stesso Nostro Signore; altrimenti si starà in continui attriti, perché si tratta che vuol toccare gli estremi. Onde vedendo che non poteva vincere niente, il benedetto Signore si è acquietato al­l’ubbidienza e mi ha lasciato in pace, mi ha mitigato le pene che soffrivo e mi ha detto:

“Diletta mia, nelle pene che hai sofferto ho voluto farti provare il furore della mia giustizia, col versarla un poco sopra di te. Se tu potessi vedere con chiarezza il punto dove l’hanno fatto giungere gli uomini e come il furore della mia giustizia si è armata contro di essi, tu tremeresti verga a verga, e non faresti altro che pregarmi che piovessero sopra di te le pene”.

Onde pareva che mi sostenesse nelle mie sofferenze e per rincorarmi mi diceva: “Io mi sento meglio, e tu?”

Ed io: “Ah, Signore, chi può dirvi quello che sento? Mi pare come se fossi stata stritolata dentro una macchina, provo tale sfinimento di forze che se voi non m’in­fondete vigore non posso riavermi”.

E lui: “Diletta mia, è necessario che almeno di tanto in tanto tu sentissi con intensità le pene; prima per te, perché per quanto buono fosse un ferro, se si lascia a lungo senza metterlo nel fuoco, sempre viene a contrarre qualche poco di ruggine; secondo per me: se a lungo non mi sgravassi sopra di te, il mio furore si accenderebbe in tal modo che non avrei nessun riguardo né gli[16] userei nessun risparmio, e se [tu] non prendessi sopra di te le mie pene, come potrei mantenerti la parola di risparmiare in parte il mondo dai castighi?”

Dopo ciò è venuto il confessore a chiamarmi all’ub­bidienza, e così sono ritornata in me stessa.


(21) Ottobre 17, 1900

Un’anima sofferente ed una preghiera umilissima fa perdere tutta la fortezza a Gesù e lo rende tanto debole da farsi legare da quell’anima. L’aspetto della giustizia.

Continuando a venire il mio adorabile Gesù, mi pareva di vederlo tanto sofferente che faceva compassione, e gettandosi fra le mie braccia mi ha detto:

“Figlia mia, spezzami il furore della mia giustizia, altrimenti…”

Il questo mentre mi è parso di vedere la giustizia divina armata di spade, di saette di fuoco, che metteva terrore, ed insieme la fortezza con cui può agire. Onde tutta spaventata ho detto: “Come posso spezzarvi il furore se vi veggo così forte, da potere in un semplice istante annientare cielo e terra?”

E lui: “Eppure un’anima sofferente ed una preghiera umilissima mi fa perdere tutta la mia fortezza e mi rende tanto debole da farmi legare da quell’anima come a lei pare e piace”.

Ed io: “Ah, Signore, in che aspetto brutto si fa vedere la giustizia!”

E Gesù ha soggiunto: “Non è brutta; se tu la vedi così armata, ciò hanno fatto gli uomini, ma in sé stessa è buona e santa, come gli altri miei attributi, perché in me non ci può essere neppure l’ombra del male; è vero che l’aspetto comparisce aspro, pungente, amaro, ma i frutti sono dolci e gustosi”.

Detto ciò è scomparso.


(22) Ottobre 20, 1900

Come la giustizia vuole la soddisfazione di ciò che è ingiusto, così il mio amore vuole lo sfogo d’amare e d’essere amato.

Questa mattina nel venire il mio adorabile Gesù mi faceva vedere i suoi attributi e mi ha detto:

“Figlia mia, tutti i miei attributi stanno in continua attitudine per gli uomini, e tutti esigono il loro tributo”.

Poi ha soggiunto: “Come la giustizia vuole la soddisfazione di ciò che è ingiusto, così il mio amore vuole lo sfogo d’amare e d’essere amato. Tu mettiti nella giustizia, e prega, ripara, e quando ricevi qualche colpo abbi la pazienza a sopportarlo; poi passa nel mio amore e dammi lo sfogo dell’amore, altrimenti resterei defraudato nell’amore, come questa volta mi sento tutta la necessità di dare sfogo al mio amore represso, e se non mi venisse dato di farlo languirei e verrei meno”.

Mentre così diceva ha cominciato a baciarmi, acca­rezzarmi ed a farmi tante tenerezze d’amore che non ho parole a saperle manifestare; e voleva che io lo contraccambiassi, dicendomi:

“Come io sento il bisogno di sfogarmi con te in amore, così tu hai bisogno di sfogarti in amore per me, non è vero?”

Onde dopo esserci sfogati a vicenda in amore, è scomparso.


(23) Ottobre 22, 1900

Dubbi di Luisa sulle cose che le succedono, lei vuol sapere se sono di Dio o del demonio. L’ubbidienza non ha ragione umana, la sua ragione è divina.

Questa mattina mi trovavo tutta oppressa e con timore che non fosse Gesù benedetto che operasse in me, ma il demonio; ma con tutto ciò non mi sapevo contenere di cercarlo e desiderarlo, sebbene quando appena si è benignato di venire e mi ha detto:

“Chi è che assicura che esce il sole se non la luce che mette in fuga le tenebre notturne, ed il calore che spande nella stessa luce? Se si dicesse che è uscito il sole e con [tutto] ciò si vede più densa l’oscurità della notte, e non si sentisse nessun calore, che diresti tu? Che non è sole vero ch’è uscito, ma falso, perché non si veggono gli effetti del sole. Or se la mia vista ti fuga le tenebre e ti mostra la luce della verità, facendoti sentire il calore della mia grazia, perché vuoi lambiccarti il cervello che non sono io che opero in te?”

Aggiungo, perché così vuole l’ubbidienza, che l’al­tro giorno stavo pensando: “Se davvero si verificassero tanti castighi che ho scritto in questi libri, chi avrà cuore di essere spettatrice?”

Ed il benedetto Signore con chiarezza mi fece comprendere che taluni si verificheranno mentre sarò ancor su questa terra, altri dopo la mia morte, e certi saranno risparmiati in parte. Onde restai un poco più sollevata pensando che non mi toccava di vederli tutti. Ecco soddisfatta la signora ubbidienza, che si era incominciata ad accigliarsi ed a menare lamenti e rabbuffi; che so, pare che questa benedetta signorina non si vuole in nessun modo adattare alla ragione umana, non si vuole investire di nessuna circostanza, anzi pare che non ha affatto ragione, ed è un bel crepare aver [a] che fare con una che non ha ragione; per potere stare un po’ in buono, è necessario che si perda la propria ragione, perché la signorina si va vantando: “Io non ho nessuna ragione umana, perciò non so adattarmi all’uso umano, la mia ragione è divina, e chi vuol vivere in pace con me è assolutamente necessario che perda la sua per fare acquisto della mia”. Ecco come ragiona bene la signorina; che si può dire? È meglio tacere, perché o dritto o rovescio vuol sempre ragione, e si gloria di darti tutto il torto.


(24) Ottobre 23, 1900

Il vero amore non sta mai solo, ma produce altri amori.

Questa mattina, avendo fatto la comunione il mio adorabile Gesù mi faceva vedere il confessore che metteva l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione; la mia povera natura me la sentivo ripugnante, non perché non volessi soffrire, ma per altre ragioni che non è qui necessario descriverle. Ma Gesù come lamentandosi di me diceva al padre:

“Non vuole sottomettersi”.

Io mi sono intenerita al lamento, il padre ha rinnovato il comando e mi sono sottoposta. Dopo aver sofferto un poco, siccome vedevo il padre presente, il Signore ha detto:

“Diletta mia, ecco il simbolo della Sacrosanta Trinità: io, il padre, e tu. Il mio amore fino ab æterno non è stato mai solo, ma sempre unito in perfetta e scambievole unione con le Divine Persone, perché il vero amore non sta mai solo, ma produce altri amori, e gode di essere riamato dagli amori che lui stesso ha prodotto, e se sta solo, o non è della natura dell’amor divino oppure è solo apparente. Se sapessi quanto mi compiaccio e gusto di poter continuare nelle creature quell’amore che fin ab æterno regnava e regna tuttora nella Santissima Trinità! Ecco pure perciò dico che voglio il consenso dell’in­tenzione del confessore unito con me, per poter continuare più perfettamente questo amore simbolico della Triade Sacrosanta”.


(25) Ottobre 29, 1900

La cosa più essenziale e necessaria in un’anima è la carità.

Dopo aver passato qualche giorno di privazione e di silenzio, questa mattina nel venire il benedetto Gesù, ho detto:

“Si vede che non è più Volontà vostra il mio stato”.

E lui: “Sì, sì, alzati e vieni nelle mie braccia”.

Da questo dire ho dimenticato il penoso stato dei giorni passati e sono corsa nelle sue braccia, e come si vedeva il costato aperto ho detto: “Diletto mio, è da qualche tempo che non mi avete ammesso a succhiare al vostro costato, vi prego ammettermi oggi”.

E Gesù: “Diletta mia, bevi pure a tuo piacere e saziati”.

Chi può dire il mio contento, e con qual avidità ho messo la mia bocca a bere a quella fonte divina? Dopo che ho bevuto a sazietà, fino a non aver più dove mettere neppure un’altra goccia, mi son tolta, e Gesù mi ha detto:

“Ti sei saziata? Se non [lo] sei, seguita pure a bere”.

Ed io: “Sazia no, perché a questa fonte quanto più si beve più cresce la sete, solo che essendo io molto ri­stretta non sono capace di più contenerne”.

Dopo ciò, vedevo insieme con Gesù altre persone e [lui] ha detto: “La cosa più essenziale e necessaria in un’anima è la carità; se non ci sta la carità succede come a quelle famiglie o regni che non hanno reggitori: tutto è sconvolto, le più belle cose restano oscurate, non si vede nessuna armonia, chi vuol fare una cosa e chi un’altra. Così succede nell’anima dove non regna la carità: tutto è in disordine, le più belle virtù non armonizzano tra loro; ecco perciò la carità si chiama regina[17], perché ha regime, ordine e dispone tutto.


(26) Ottobre 31, 1900

“La medicina più salutare ed efficace negli incontri più tristi della vita è la rassegnazione”.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita fuori di me stessa ed ho trovato la Regina Mamma; appena vistomi ha incominciato a parlare della giustizia, come sta per cozzare con tutto il furore contro le genti; ha detto tante cose sopra di ciò, ma non ho vocaboli come esprimerle, ed in questo mentre vedevo tutto il cielo pieno di punte di spade contro il mondo. Poi ha soggiunto:

“Figlia mia, tu tante volte hai disarmato la giustizia divina e ti sei contentata di ricevere sopra di te i suoi colpi. Ora che la vedi al colmo del furore, non ti avvilire, ma sii coraggiosa, con animo pieno di santa fortezza, entra in essa giustizia e disarmala, non aver timore delle spade, del fuoco e di tutto ciò che potrai incontrare; per ottenere l’intento, se ti vedi ferita, battuta, scottata, rigettata, non darti indietro, ma ti sia piuttosto sprone come tirare innanzi. Vedi, a ciò fare son venuta io in tuo aiuto, col portarti una veste, la quale indossandola l’ani­ma tua, acquisterai coraggio e fortezza a nulla temere”.

Detto ciò, da dentro il suo manto ha uscito[18] una veste intessuta di oro screziato a vari colori ed ha vestito l’anima mia, poi mi ha dato il suo Figlio, dicendomi:

“Ed ecco che per pegno del mio amore ti do in custodia il mio carissimo Figlio, acciocché lo custodisca, l’ami e lo contenti in tutto; cerca di fare le mie veci, acciò trovando in te tutto il suo contento, lo scontento che gli danno gli altri non gli possa dare tanta pena”.

Chi può dire quanto sono restata felice e fortificata nell’essere vestita da quella veste, e con l’amoroso pegno fra le mie braccia? Felicità più grande non potrei certo più desiderare.

Onde la Regina Mamma è scomparsa ed io son rimasta col mio dolce Gesù. Abbiamo girato un poco la terra, e tra tanti incontri ci siamo incontrati con un’anima data in preda alla disperazione. Avendone compassione ci siamo avvicinarti e Gesù ha voluto che io le parlassi per farle comprendere il male che faceva. Con una luce che Gesù stesso m’infondeva, le ho detto:

“La medicina più salutare ed efficace negli incontri più tristi della vita è la rassegnazione. Tu col disperarti, invece di prendere la medicina ti stai prendendo il veleno come uccidere l’anima tua. Non sai tu che il rimedio più opportuno a tutti i mali, la cosa principale che ci rende nobili, ci divinizza, ci rassomiglia a Nostro Signore, ed ha virtù di convertire in dolcezza le stesse amarezze, è la rassegnazione? Che cosa fu la vita di Gesù sulla terra, se non continuare il Volere del Padre, e mentre stava in terra, stava unito col Padre in cielo? Così l’anima rassegnata, mentre vive in terra, l’anima e la volontà sua sta unita con Dio nel cielo. Si può dare cosa più cara e desiderabile di questa?” Quell’anima, come scossa, ha cominciato a calmarsi, ed io insieme con Gesù ci siamo ritirati. Sia tutto per gloria [di] Dio e sempre benedetto.


(27) Novembre 2, 1900

Chi dimora in Gesù, nuota nel pelago di tutti i contenti.

Questa mattina mi sentivo tutta oppressa ed afflitta, coll’aggiunta che il benedetto Gesù non si faceva vedere; onde dopo molto aspettare, è uscito da dentro il mio interno ed aprendomi il suo cuore mi metteva dentro, dicendomi:

“Statti dentro di me, lì solo troverai la vera pace e stabile contento, perché dentro di me non penetra nulla di ciò che non appartiene alla pace e contentezza; e chi dimora in me non fa altro che nuotare nel pelago di tutti i contenti. Mentre poi, all’uscire fuori di me, ancorché l’anima non si brigasse di niente, solo a vedere le offese che mi fanno ed il modo come mi dispiacciono, già viene a partecipare alle afflizioni, e ne resta perturbata. Per­ciò tu di tanto in tanto dimenticati di tutto, entra dentro di me e vieni a gustare la mia pace e felicità, poi esci fuori e fammi l’ufficio della mia riparatrice”.

Detto ciò è scomparso.


(28) Novembre 8, 1900

L’ubbidienza restituisce all’anima il suo primiero stato.

Continuando [Gesù] i suoi soliti indugi nel venire, io ne sentivo tutto il peso della sua privazione, quando tutto all’improvviso è venuto e senza sapere il perché mi ha rivolto questa interrogazione:

“Mi sapresti tu dire perché l’ubbidienza è tanto glorificata, e ne riporta tanto onore da improntare nell’ani­ma l’immagine divina?”

Io tutta confusa non ho saputo che rispondere, ma il benedetto Gesù, con una luce intellettuale che mi mandava, mi ha risposto lui stesso, e siccome è per mezzo di luce e non di parole, non ho vocaboli come esprimerli; ma l’ubbidienza vuole che mi provi, se mi riesce a scriverlo; credo che farò dei grossi spropositi e scriverò cose che non concorderanno insieme, ma metto tutta la mia fede nell’ubbidienza, specialmente ché son cose che la riguardano direttamente, ed incomincio a provarmi.

Onde pareva che [Gesù] mi dicesse che l’ubbidienza è tanto glorificata perché ha virtù di svellere, fin dalle radici, le passioni umane, distrugge nell’anima tutto ciò che è terreno e materiale, e con suo grande onore restituisce all’anima il suo primiero stato, cioè come fu creata da Dio nella giustizia originale, cioè prima d’essere cacciata dall’Eden terrestre. Ed in questo sublime stato l’anima si sente tirata fortemente a tutto ciò ch’è bene, si sente connaturato con sé tutto ciò che è buono, santo e perfetto, con un orrore grandissimo anche all’ombra del male. Con questa natura felice ricevuta dall’espertissima mano dell’ubbidienza, l’anima non prova più difficoltà ad eseguire i comando ricevuti, molto più che, chi comanda, sempre il buono deve comandare. Ed ecco come l’ubbidienza sa improntare bene l’immagine divina, non solo, ma cambia la natura umana nella divina, perché come Dio è buono, santo e perfettissimo ed è portato a tutto ciò che è buono, ed odia sommamente il male, così l’ubbidienza ha virtù di divinizzare l’umana natura e di farle acquistare le proprietà divine; e quanto più l’anima si lascia maneggiare da questa espertissima mano, tanto più acquista di divino, e distrugge l’essere proprio.

“Ed ecco perciò è tanto glorificata ed onorata, tanto che io stesso mi sottoposi a lei, e ne restai onorato e glorificato, e restituii per mezzo suo l’onore e la gloria a tutti i miei figli che per la disubbidienza avevano perduto”.

Questo su per giù ho saputo manifestare, il resto me lo sento nella mente, ma mi mancano le parole, perché è tanta l’altezza del concetto di questa virtù, che il mio povero linguaggio umano non sa adattarsi a farne parole…


(29) Novembre 10, 1900

Gesù Cristo le insegna dove sta il vero amore.

Continuando a non venire e mi sentivo immersa nella più grande amarezza; l’anima mia ne restava straziata in mille modi, come un’ombra mi sentivo dappresso, ed ho sentito la voce del mio adorabile Gesù, ma senza vederlo, che mi ha detto:

“L’amore più perfetto sta nella vera fiducia che devesi avere verso l’oggetto amato, ed ancorché si vedesse perduto l’oggetto che si ama, allora più che mai è tempo di dimostrare questa viva fiducia. Questo è il mezzo più facile per mettersi in possesso di ciò che ardentemente si ama”.

Detto ciò è scomparsa l’ombra e la voce. Chi può dire la pena che sento per non aver visto l’amato mio Bene?


(30) Novembre 11, 1900

Uscendo dal Divin Volere si perde la conoscenza di Dio e di sé stessi.

Pare che il Signore benedetto vuole esercitarmi nella pazienza; non ha compassione né delle mie lacrime né del mio dolorosissimo stato. Io senza di lui mi veggo immersa nelle più grandi miserie, credo che non ci sia anima più scellerata della mia; sebbene stando con Gesù mi veggo più che mai cattiva, ma siccome mi trovo con lui che possiede tutti i beni, l’anima mia trova il rimedio a tutti i mali. Onde mancandomi, tutto per me finisce, non c’è più nessun rimedio alle mie grandi miserie, molto più mi opprime il pensiero che non fosse più Volontà sua il mio stato, e non stando nel suo Volere mi pare di stare fuori del centro, e molte volte ci penso al modo come potere uscire [dal mio stato]. Ora stando con queste disposizioni, me lo sono sentito da dietro le spalle che mi diceva:

“Ti sei stancata, non è vero?”

Ed io: “Sì, Signore, mi sento bastantemente stanca”.

E lui ha ripreso: “Ah, figlia mia, non uscire dal mio Volere, ché uscendo da dentro il mio Volere vieni a perdere la mia conoscenza, e non conoscendo me vieni a perdere la conoscenza di te stessa; perché allora si distingue con chiarezza se c’è oro o fango, ai riverberi della luce; che se tutto è tenebre facilmente si possono scambiare gli oggetti. Ora luce è il mio Volere, che dandoti la mia conoscenza, ai riverberi di questa luce vieni a conoscere chi sei tu, e vedendo la tua debolezza, il tuo puro nulla, ti attacchi alle mie braccia ed unita col mio Volere vivi con me nel cielo. Ma se tu vuoi uscire dal mio Volere, [la] prima che verrai a perdere [è] la vera umiltà e poi verrai a vivere sulla terra, e sarai costretta a sentire il peso terreno, a gemere e sospirare come tutti gli altri sventurati che vivono fuori della mia Volontà”.

Detto ciò si è ritirato, senza farsi neppur vedere. Chi può dire lo strazio dell’anima mia?


(31) Novembre 13, 1900

Vede le tante miserie umane, l’avvilimento e spogliamento della Chiesa, lo stesso degradare dei sacerdoti.

Dopo aver passato parecchi giorni di privazione amarissima, avendo fatto la Santa Comunione, dentro il mio interno ho visto tre bambini; era tanta la loro bellezza ed eguaglianza che parevano tutti e tre nati ad un [medesimo] parto. L’anima mia n’è restata sorpresa e stupita nel vedere tanta bellezza rinchiusa nel cerchio del mio interno tanto miserabile; molto più cresceva il mio stupore ché vedevo questi tre bambini come se avessero in mano tante corde d’oro, e con queste si legavano loro tutti a me ed il cuore mio tutto a loro. Dopo poi, come se ognuno prendesse posto, hanno incominciato a discutere tra loro; ma io non intendevo e non trovo parole come poter ridire il loro altissimo linguaggio; sol so dire che dentro un batter d’occhio ho visto le tante miserie umane, l’avvilimento e lo spogliamento della Chiesa, lo stesso degradare dei sacerdoti, che invece d’essere luce per i popoli sono tenebre. Onde tutta amareggiata da questa vista ho detto:

“Santissimo Iddio, date la pace alla Chiesa, fatele restituire ciò che le hanno tolto, non permettete che i cattivi ridano alle spalle dei buoni!” E mentre ciò dicevo hanno detto:

“Sono arcani di Dio incomprensibili”.

Detto ciò sono scomparsi ed io sono ritornata in me stessa.


(32) Novembre 14, 1900

La Regina Mamma ristora Gesù. Gesù la trasporta al purgatorio.

Questa mattina nel venire il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa e mi ha chiesto un ristoro alle sue pene. Io, niente avendo, ho detto: “Dolcissimo amor mio, se ci stava la Regina Mamma poteva ristorarvi col suo latte, ché in quanto a me non ho altro che miserie”.

In questo mentre è venuta la Santissima Regina ed io subito a lei ho detto: “Gesù sente la necessità d’un ristoro; dategli il vostro dolcissimo latte che resterà ristorato”. Onde la nostra carissima Mamma gli ha dato il suo latte ed il mio diletto Gesù è restato tutto ristorato. Poi a me rivolto ha detto:

“Io mi sento rinfrancato, anche tu avvicinati alle mie labbra e bevi parte di quel latte che ho ricevuto dalla mia Madre, acciò possiamo restare ambedue ristorati”.

Così ho fatto, ma chi può dire la virtù di quel latte che da Gesù usciva bollente, e tanto ne conteneva che pareva una fonte immensa, che ancorché bevessero tutti gli uomini non scemerebbe punto. Dopo ciò abbiamo girato un poco la terra, e ad un punto pareva che stava gente seduta ad un tavolino che diceva:

“Ci sarà una guerra nell’Europa, e quel ch’è più dolente è che sarà prodotta da parenti”.

Gesù ascoltava ciò, ma non diceva niente a tal riguardo; quindi non so certo se ci sarà, sì [o] no, essendo i giudizi umani mutabili e ciò che oggi dicono domani disdicono. Poi mi ha trasportato dentro un giardino in cui sporgeva un grandissimo edifizio come se fosse un monastero, popolato di tanta gente che riusciva difficile numerarli. Il mio adorabile Gesù alla vista di quella gente si è voltato di spalle, si è stretto tutto a me, mettendo la sua testa poggiata alla mia spalla vicino al collo, e mi ha detto:

“Diletta mia, non farmeli vedere, altrimenti verrei molto a soffrire”.

Anch’io me lo sono stretto, ed avvicinandomi ad una di quelle anime ho detto:

“Ditemi almeno, chi siete?”

E quella ha risposto: ‘Siamo tutte anime purganti e la nostra liberazione sta legata alla soddisfazione di quei pii legati che abbiamo lasciato ai nostri successori, e siccome non si soddisfano[19], noi siamo costretti a starci qui, lontani dal nostro Iddio; qual pena è per noi, perché Dio si rende per noi un Essere necessario, che non si può farne a meno. Proviamo una continua morte che ci martirizza nel modo più spietato, e se non moriamo è perché la nostra anima non è a questo soggetta; onde dolenti qual siamo, restando privi di un oggetto che forma tutta la nostra vita, imploriamo da Dio che faccia provare ai mortali una minima parte delle nostre pene, col privarli di ciò che è necessario al mantenimento della vita corporale, acciocché imparino a spese proprie quanto è doloroso l’essere privi di ciò che assolutamente è necessario”.

Dopo ciò il Signore mi ha trasportato altrove, ed io sentendo compassione di quelle anime ho detto: “Come, o mio buon Gesù, avete voltato il vostro volto da quelle anime benedette, che tanto vi sospiravano? mentre bastava farvi vedere solamente, per fare che quelle anime restassero libere dalle pene, e beatificate!”

E lui: “Ah, figlia mia! se io mi mostrassi loro, siccome non sono del tutto purgate, non avrebbero potuto sostenere la mia presenza ed invece di slanciarsi fra le mie braccia, confuse si sarebbero ritirate indietro, e non avrei fatto altro che accrescere il mio ed il loro martirio. Ecco perciò ho fatto così”. Detto ciò è scomparso.


(33) Novembre 16, 1900

Gesù le toglie il cuore, e le dà il suo amore per cuore.

Questa mattina avendo fatta la comunione, il mio adorabile Gesù faceva vedere il mio interno tutto cosparso di fiori a forma d’una capanna, e lui che se ne stava dentro, tutto ricreandosi e compiacendosi. Io vedendolo in quell’atteggiamento ho detto: “Mio dolcissi­mo Gesù, quando sarà che vi prenderete questo mio cuore per uniformarlo tutto al vostro in modo da poter vivere della vita del vostro cuore?”

Mentre ciò dicevo, il mio sommo ed unico Bene ha preso una lancia e mi ha aperto dalla parte dove corrisponde il cuore, poi con le sue mani l’ha tirato fuori e tutto lo riguardava per vedere se fosse spogliato e tenesse quelle qualità di potere stare nel suo Santissimo Cuore. Anch’io l’ho guardato e con mia sorpresa ho visto impresso sopra una parte la croce, la spugna e la corona di spine; ma volendo vederlo dall’altra parte e dentro ché pareva gonfio, come se si potesse aprire, il mio diletto Gesù me l’ha impedito dicendomi:

“Voglio mortificarti col non farti vedere tutto ciò che ho versato in questo cuore. Ah, sì, qui dentro questo cuore, ci sono tutti i tesori delle mie grazie, che umana natura può giungere a contenere”.

In questo mentre l’ha rinchiuso nel suo Santissimo Cuore, soggiungendo:

“Il tuo cuore ha preso possesso nel mio cuore, ed io per cuore ti do il mio amore che ti darà la vita”. Ed avvicinandosi alla parte [del cuore] ha mandato tre aliti contenenti luce, che prendevano il posto del cuore, e poi ha chiuso la ferita dicendomi:

“Ora più che mai ti conviene fissarti nel centro del mio Volere, avendo per cuore il solo mio amore, neppure per un solo istante devi uscire da esso, e solo il mio amore troverà in te il suo vero alimento, se troverà in te in tutto e per tutto la mia Volontà; in quella troverà il suo contento e la vera e fedele corrispondenza”.

Poi avvicinandosi alla bocca mi ha mandato altri tre aliti ed insieme ha versato un liquore dolcissimo che tutta m’inebriava. Onde preso come da entusiasmo diceva:

“Vedi, il tuo cuore è nel mio, quindi non è più tuo”.

E mi baciava e ribaciava e mille finezze d’amore mi rifaceva, ma chi può dirle tutte? Mi riesce impossibile il manifestarle. Chi può dire quello che sentivo nel trovarmi in me stessa? So dire solamente che mi sentivo come se non fossi più io, senza passione, senza inclinazione, senza desiderio, tutta inabissata in Dio; dalla parte del cuore sentivo un gelo sensibile a confronto delle altre parti.


(34) Novembre 18, 1900

L’unione del cuore con quel di Gesù fa passare allo stato di perfetta consumazione.

[Gesù] seguita a tenersi il mio cuore nel cuore suo, e di tanto in tanto si benigna di farmelo vedere, facendo festa come se avesse fatto un grande acquisto; ed in questi giorni, trovandomi fuori di me stessa, alla parte dove corrisponde il cuore, invece del cuore veggo la luce che il benedetto Gesù mi mandò in quei tre aliti. Onde questa mattina nel venire, mostrandomi il suo cuore mi ha detto:

“Diletta mia, qual vorresti, il cuor mio o il tuo? Se tu vuoi il mio ti converrà più soffrire; sappi però che ho fatto questo per farti passare ad un altro stato, perché quando si giunge all’unione, ad un altro stato si passa, qual è quello della consumazione; e l’anima per passare a questo stato di perfetta consumazione ha bisogno o del mio cuore per vivere o del suo tutto trasformato nel mio, altrimenti non può passare a questo stato di consumazione”.

Ed io, tutta temendo ho risposto: “Dolce amor mio, la mia volontà non è più mia ma vostra, fate quel che volete ed io ne sarò più contenta”.

Dopo ciò mi son ricordata di qualche difficoltà del confessore, e Gesù vedendo il mio pensiero mi ha fatto vedere come se io stessi dentro un cristallo, e questo impediva di far vedere agli altri ciò che il Signore operava in me; ed ha soggiunto:

“Allora si conosce il cristallo e ciò che dentro contiene, che[20] ai riverberi della luce; così è per te: chi porta la luce della credenza toccherà con mano ciò che io opero in te, se poi no, scorgerà le cose naturalmente”.


(35) Novembre 20, 1900

Dovendo vivere del cuore di Gesù, lui le dà regole per imparare un vivere più perfetto.

Trovandomi fuori di me stessa, il mio adorabile [Gesù] continua a farmi vedere il cuor mio nel suo, ma tanto trasformato che non più riconosco qual è il mio e [quale] quello di Gesù; l’ha conformato perfettamente col suo, gli ha impresso tutte le insegne della passione, facendomi capire che il suo cuore dacché fu concepito, fu concepito con queste insegne della passione, tanto che ciò che soffrì nell’ultimo della sua vita, fu un trabocco di ciò che il suo cuore aveva sofferto continuamente; mi pareva di vederlo, come l’uno così l’altro. Mi pareva di vedere il mio diletto Gesù occupato a preparare il punto dove doveva mettere il cuore, profumandolo e inanellandolo di tanti diversi fiori, e mentre ciò faceva mi ha detto:

“Diletta mia, dovendo vivere del mio cuore ti con­viene d’intraprendere un modo di vivere più perfetto. Quindi voglio da te:

1. Uniformità perfetta alla mia Volontà, perché mai potrai amarmi perfettamente che amarmi[21] con la mia stessa Volontà; anzi ti dico che amandomi con la mia stessa Volontà giungerai ad amar me ed il prossimo col mio stesso modo d’amare.

2. Umiltà profonda, mettendoti innanzi a me ed alle creature [come] l’ultima di tutte.

3. Purità in tutto, perché qualunque minimo mancamento di purità, tanto nell’amare quanto nell’operare, tutto nel cuore vi si riflette, e ne resta macchiato. Perciò voglio che la purità sia come la rugiada sui fiori al nascere del sole, che riflettendovi i raggi, trasmuta quelle piccole goccioline come in tante perle preziose da in­cantare le genti. Così tutte le tue opere, pensieri e parole, palpiti ed affetti, desideri ed inclinazioni, se saranno fregiati dalla rugiada celeste della purità, tesserai un dol­ce incanto, non solo all’occhio umano, ma a tutto l’Em­pireo.

4. L’ubbidienza va connessa con la mia Volontà, perché se questa virtù riguarda i superiori che ti ho dato in terra, la mia Volontà è ubbidienza che riguarda me direttamente, tanto che si può dire che l’una e l’altra sono tutte e due virtù d’ubbidienza, con questa sola differenza: che l’una riguarda Dio e l’altra riguarda gli uomini; tutte e due hanno lo stesso valore e non ci può stare l’una senza l’altra, quindi tutte e due devi amare d’uno stesso modo”.

Poi ha soggiunto: “Sappi, d’ora in poi vivrai col cuor mio e devi intendertela a modo del cuor mio, per trovare [io] in te le mie compiacenze. Perciò ti raccomando ché non è più cuor tuo, ma cuor mio”.


(36) Novembre 22, 1900

Gesù si mette al posto del cuore. Le dice il cibo che vuole da lei.

Continua a farsi vedere il mio adorabile Gesù; questa mattina avendo fatta la comunione lo vedevo nel mio interno, e i due cuori tanto immedesimati che parevano tutt’uno. Il mio dolcissimo Gesù mi ha detto:

“Oggi ho deciso di restituirti, invece del cuore, me stesso”.

In questo mentre ho visto che Gesù prendeva posto a quel punto dove sta il cuore, e da dentro Gesù ricevevo la respirazione e sentivo il palpito del cuore. Come mi sentivo felice vivendo in questa posizione! Dopo ciò ha soggiunto:

“Avendo io preso [il] posto del cuore, ti conviene tenere un cibo sempre preparato come nutrirmi; il cibo sarà il mio Volere e tutto ciò di cui ti mortificherai e priverai per amor mio”.

Ma chi può dire tutto ciò che nel mio interno è passato tra me e Gesù? Credo meglio tacere, altrimenti mi sento come se dovessi guastare, non essendo la mia lingua dirozzata bene a parlare di grazie sì grandi, che il Signore ha fatto all’anima mia. Non mi resta altro che ringraziare il Signore che ha riguardo per un’anima così miserabile e peccatrice.


(37) Novembre 23, 1900

Modo in cui stanno le anime in Gesù.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio amante Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, ed uscendo da dentro il mio interno si faceva vedere tanto grande che assorbiva in sé tutta la terra, e stendeva tanto la sua grandezza che l’anima mia non trovava il termine, mi sentivo dispersa in Dio; non solo io, ma tutte le creature ne[22] restavano disperse. Ed oh, quanto pareva disdicevole, che affronto che si fa a Nostro Signore, che noi piccoli vermini vivendo in lui, osiamo offenderlo! Oh, se tutti potessero vedere il modo come stiamo in Dio, oh, come si guarderebbero di dargli anche l’ombra del dispiacere! Poi si faceva tanto alto che assorbiva in sé tutto il cielo, onde in Dio stesso vedevo tutti: angeli, santi, sentivo il loro canto, capivo tante cose della felicità eterna.

Dopo ciò, vedevo che da Gesù scorrevano tanti ruscelli di latte, ed io bevevo a questi ruscelli, ma essendo io molto ristretta e Gesù tanto grande ed alto che non aveva termine di grandezza né d’altezza, non mi riusciva d’assorbirli tutti in me, molti ne scorrevano fuori, sebbene rimanevano in Dio stesso. Onde io ne sentivo un dispiacere ed avrei voluto che tutti fossero corsi a bere a questi ruscelli, ma scarsissimo era il numero dei viatori che bevevano. Nostro Signore dispiaciuto anche di questo mi ha detto:

“Questo che tu vedi è la misericordia contenuta, e ciò irrita maggiormente la giustizia; come non debbo far giustizia mentre loro stessi mi contengono la misericordia?”

Ed io prendendogli le mani le ho strette insieme dicendo:

“No Signore, non potete far giustizia, non voglio io, e non volendo io neppure voi volete, perché la mia volontà non è più mia, ma vostra, ed essendo vostra, tutto ciò che io non voglio neppure voi lo volete; non me l’avete detto voi stesso che debbo vivere in tutto e per tutto del vostro Volere?”

Il mio dolce Gesù, l’ha disarmato il mio dire, si è impicciolito di nuovo e si è rinchiuso nel mio interno, ed io mi son trovata in me stessa.


(38) Novembre 25, 1900

La natura del vero amore è di trasmutare le pene in gioie, le amarezze in dolcezze.

Tardando a venire il mio dolcissimo Gesù, quasi mi son messa in timore; ancora non veniva, ma poi con mia sorpresa tutto all’improvviso è venuto e mi ha detto:

“Diletta mia, vuoi tu sapere quando un’opera si fa per la persona amata? Quando incontrando sacrifizi, amarezze e pene, ha virtù di cambiarle in dolcezze e delizie; perché questa è la natura del vero amore, di trasmutare le pene in gioie, le amarezze in dolcezze; se si sperimenta il contrario segno è che non è il vero amore che agisce. Oh, quante opere si dice: ‘Lo faccio per Dio’, ma negli incontri [dolorosi] si danno indietro! Con ciò fanno vedere che non era per Dio, ma per l’interesse proprio e piacere che sentivano”.

Poi ha soggiunto: “Generalmente si dice che la propria volontà guasta ogni cosa ed infetta le opere più sante, eppure questa volontà propria se è connessa con la Volontà di Dio [acquista tanto valore che] non c’è altra virtù che la possa superare, perché dove c’è volontà c’è vita nell’operare il bene, ma dove non c’è volontà c’è la morte nell’operare, oppure si opererà stentatamente come se stesse in agonia”.


(39) Dicembre 3, 1900

La natura della Santissima Trinità è formata d’amo­re purissimo e semplicissimo, comunicativo.

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, mi son trovata con Gesù bambino fra le braccia, e mentre mi deliziavo nel guardarlo, senza sapere come, dallo stesso bambino è uscito un secondo e dopo brevi istanti un terzo bambino, tutti e due simili al primo, sebbene distinti fra loro. Stupita nel guardare ciò ho detto:

“Oh, come si tocca con mano il mistero sacrosanto della Santissima Trinità, che mentre siete Uno, siete anche Tre!” Mi pare che tutti e Tre mi dicessero, ma mentre usciva la parola, formava una sol voce:

“La nostra natura è formata d’amore purissimo e semplicissimo, comunicativo, e la natura del vero amore ha questo di proprio, di produrre da sé immagini tutte a sé simili nella potenza, nella bontà e nella bellezza ed in tutto ciò che esso contiene; solo per dare un risalto più sublime alla nostra onnipotenza, ne mette il marchio della distinzione, in modo che questa nostra natura, liquefacendosi in amore, e siccome è semplice senza alcuna materia che potrebbe impedire l’unione, ne forma Tre[23] e ritornando a liquefarsi ne forma Un solo[24]. Ed è tanto vero che la natura del vero amore ha questo - di produrre immagini tutte a sé simili o di assumere l’immagine di chi si ama - che la seconda Persona, nel redimere l’u­man genere assunse la natura e l’immagine dell’uo­mo e comunicò all’uomo la divinità”.

Mentre [i tre bambini] ciò dicevano, io distinguevo benissimo il mio diletto Gesù riconoscendo in lui l’im­magine dell’umana natura, e solo per lui avevo fiducia di starmene alla loro presenza, altrimenti chi avrebbe ardito? Ah, sì! Mi pareva che l’umanità assunta da Gesù aveva aperto il commercio alla creatura, come farla salire fino al trono della Divinità per essere ammessa alla loro conversazione ed ottenere rescritti di grazie. Oh, che momenti felici ho gustato, quante cose comprendevo! Ma per scrivere qualche cosa avrei bisogno di descriverla quando l’anima mia si trova col mio caro Gesù, che mi pare sprigionata dal corpo, ma nel trovarmi di nuovo imprigionata, le tenebre della prigionia, la lontananza del mio mistico sole, la pena di non vederlo, mi rendono inabile a descriverla e mi fanno vivere morendo, ma son costretta a vivere allacciata, carcerata, in questo misero corpo. Ah, Signore, abbiate compassione d’una misera peccatrice che vive inferma e imprigionata, rompete presto il muro di questo carcere per volarmene a voi e non più ritornarvi.


(40) Dicembre 23, 1900

Innanzi alla santità della Divina Volontà, le passioni non ardiscono di presentarsi, e perdono da per sé stesse la vita.

Dopo aver passato lunghi giorni di silenzio tra me ed il benedetto Gesù, sentivo un vuoto nel mio interno, questa mattina nel venire mi ha detto:

“Diletta mia, che cosa vuoi dirmi che tanto brami di parlare con me?”

Ed io, tutta vergognandomi, ho detto: “Mio dolce Gesù, voglio dirvi che bramo ardentemente di volere voi ed il vostro Santo Volere, e se ciò mi concedete mi renderete appieno contenta e felice”.

E lui ha soggiunto: “Tu in una parola hai afferrato tutto, chiedendomi ciò che di più grande è in cielo ed in terra, ed io in questo Santo Volere bramo e voglio maggiormente conformarti; e per fare che ti riuscisse più dolce e gustoso il mio Volere, mettiti nel circolo della mia Volontà e mirane i diversi pregi, fermandoti or nella santità del mio Volere, or nella bontà, or nell’umiltà, or nella bellezza ed or nel pacifico soggiorno che produce il mio Volere. Ed in queste soffermazioni[25] che farai, acquisterai sempre più nuove ed inaudite notizie del mio Santo Volere, e ne resterai tanto legata ed innamorata che non uscirai mai più; e questo ti porterà un sommo vantaggio: che stando tu nella mia Volontà non avrai bisogno di combattere con le tue passioni e di stare sempre alle armi con esse, che mentre pare che muoiono, rinascono di nuovo più forti e vive, ma senza combattere, senza strepito, dolcemente se ne muoiono, perché innanzi alla santità della mia Volontà le passioni non ardiscono di presentarsi e perdono da per sé stesse la vita. E se l’anima sente i movimenti delle sue passioni è segno che non fa dimora continua nei confini del mio Volere, vi fa delle uscite, delle scappatine nel suo proprio volere ed è costretta a sentirne la puzza della corrotta natura. Mentre poi, se starai fissa nella mia Volontà, starai sbrigata del tutto e la tua sola occupazione sarà l’amarmi ed essere da me riamata”.

Dopo ciò, guardando il benedetto Gesù, teneva la corona di spine. [Glie]l’ho tolta pian piano e l’ho messa sulla mia testa. E lui me l’ha conficcata e mi è scomparso, ed io mi son trovata in me stessa, con un desiderio ardente di starmene nella sua Santissima Volontà.


(41) Dicembre 25, 1900

Vede la nascita di Gesù.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita fuori di me stessa, e dopo aver girato mi son trovata dentro una spelonca ed ho visto la Regina Mamma che stava nell’atto di dare alla luce il bambinello Gesù. Che stupendo prodigio! Mi pareva, che tanto la Madre quanto il Figlio [erano] trasmutati in luce purissima, ma in quella luce si scorgeva benissimo la natura umana di Gesù, che conteneva in sé la Divinità, che gli serviva come di velo per coprire la Divinità, in modo che squarciando il velo della natura umana era Dio, e coperto con quel velo era uomo. Ed ecco il prodigio dei prodigi: Dio e uomo, uomo e Dio, che senza lasciare il Padre e lo Spirito Santo viene ad abitare con noi e prende carne umana, perché il vero amore non si disunisce giammai.

Ora mi è parso che la Madre ed il Figlio, in quel felicissimo istante, sono restati come spiritualizzati, e senza il minimo intoppo Gesù è uscito dal seno materno, traboccando ambedue in un eccesso d’amore; ossia quei santissimi corpi trasformati in luce, senza il minimo impedimento Gesù luce è uscito da dentro la luce della Madre, restando sano ed intatto sia l’uno che l’altra, ritornando poscia allo stato naturale. Ma chi può dire la bellezza del bambinello che in quel momento del suo nascere trasfondeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre, che ne restava tutta assorbita in quei raggi divini? E San Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma che se ne stava ad un altro canto della spelonca, tutto assorto in quel profondo mistero, e se non vide cogli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi del­l’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime.

Or nell’atto che il bambinello uscì alla luce, io avrei voluto volare per prenderlo fra le mie braccia, ma gli angeli m’impedirono dicendomi che toccava alla Madre l’onore di prenderlo per prima. Onde la Vergine Santissima, come scossa, è ritornata in sé e dalle mani d’un angelo ha ricevuto il Figlio nelle braccia, l’ha stretto tanto forte nella foga dell’amore in cui si trovava che pareva che volesse inviscerarlo di nuovo; poi volendo dare uno sfogo al suo ardente amore l’ha messo a succhiare alle sue mammelle. In questo mentre io me ne stavo tutta annichilita aspettando che fossi chiamata, per non ricevere un altro rimprovero dagli angeli. Onde la Regina mi ha detto:

“Vieni, vieni a prendere il tuo diletto, e godilo anche tu, sfoga con lui il tuo amore”. E così dicendo, io mi sono avvicinata e la Mamma me l’ha dato in braccio. Chi può dire il mio contento, i baci, gli stringimenti, le tenerezze? Dopo che mi son sfogata un poco, gli ho detto:

“Diletto mio, voi avete succhiato il latte dalla nostra Mamma, fate a me parte”.

E lui tutto condiscendendo, dalla sua bocca ha versato parte di quel latte nella mia, e dopo mi ha detto:

“Diletta mia, io fui concepito unito al dolore, nacqui al dolore e morii nel dolore, e coi tre chiodi che mi crocifissero, inchiodai le tre potenze: intelletto, memoria e volontà, di quelle anime che bramano d’amarmi, facendole restare attirate tutte a me, perché la colpa le aveva rese inferme e disperse dal loro Creatore, senza nessun freno”.

E mentre ciò diceva ha dato uno sguardo al mondo ed ha cominciato a piangere le sue miserie. Io vedendolo piangere ho detto: “Amabile bambino, non funestare una notte sì lieta col vostro pianto, a chi vi ama; invece di dare sfogo al pianto diamo sfogo al canto”.

E sì dicendo ho cominciato a cantare; Gesù si è distratto a sentirmi cantare ed ha cessato dal piangere, e finendo il mio verso ha cantato il suo, con una voce tanto forte ed armoniosa che tutte le altre voci scomparivano alla sua voce dolcissima. Dopo ciò ho pregato il bambino Gesù per il mio confessore e per quelli che mi appartengono ed infine per tutti, e lui pareva tutto condiscendente. In questo mentre mi è scomparso, ed io sono ritornata in me stessa.


(42) Dicembre 26, 1900

Continua a stare nella grotta adorando Gesù bambino.

Continuando a vedere il Santo Bambino, vedevo la Regina Madre da un parte e San Giuseppe dall’altra, che stavano adorando profondamente l’Infante Divino stando tutta intenta in lui; mi pareva che la continua presenza del bambinello li teneva assorti in estasi continua, e se operavano era un prodigio che il Signore operava in loro, altrimenti sarebbero restati immobili senza potere esternamente accudire ai loro doveri. Anch’io vi ho fatto la mia adorazione e mi son trovata in me stessa.


(43) Dicembre 27, 1900

Dio non è soggetto a mutarsi; il demonio e la natura umana spesso spesso si mutano.

Questa mattina mi trovavo con un timore sul mio stato, che non fosse il Signore che operasse in me, con l’aggiunta che non si benignava di venire; onde dopo molto aspettare, quando appena l’ho visto, gli ho esposto il mio timore e lui mi ha detto:

“Figlia mia, prima di tutto, per gettarti in questo stato vi è un concorso della mia potenza; e poi chi avrebbe dato a te la forza, la pazienza, di stare per sì lungo tempo in questo stato, dentro un letto? La perseveranza sola è un segno certo che l’opera è mia, perché solo Dio non è soggetto a mutarsi, ma il demonio e la natura umana spesso spesso si mutano, e ciò che oggi amano domani aborriscono, e ciò che oggi aborriscono domani amano e trovano le loro soddisfazioni”.


(44) Gennaio 4, 1901

Stato infelice di un’anima senza Dio.

Dopo aver passato giorni amarissimi di privazione e di turbazione, mi sentivo dentro di me un mistico inferno. Senza di Gesù tutte le mie passioni sono uscite alla luce, e spandendo ognuna le loro tenebre, mi hanno oscurato in modo che non sapevo più dove mi trovavo. Quanto è infelice lo stato di un’anima senza Dio! Basta dire che senza Dio l’anima sente, ancor vivente, dentro di sé l’inferno; tale era il mio stato, mi sentivo straziare l’anima da pene infernali. Chi può dire quello che ho passato? Per non fare lungherie[26] passo innanzi. Quindi questa mattina avendo fatto la comunione, stando nel sommo dell’afflizione ho sentito dentro di me muovere Nostro Signore; io vedendo la sua immagine ho voluto guardare se fosse di legno oppure vivo di carne; ho guardato ed era il crocifisso vivo di carne, che guardandomi mi ha detto:

“Sa la mia immagine dentro di te fosse di legno, l’amore sarebbe apparente, perché il solo amore vero e sincero, unito alla mortificazione, mi fa rinascere vivo crocifisso, nel cuore di chi mi ama”.

Io nel vedere il Signore avrei voluto sottrarmi dalla sua presenza, tanto mi vedevo cattiva, ma lui ha ripreso a dire:

“Dove vuoi andare? Io sono luce, e la mia luce dovunque tu vai t’investe da per tutto”.

Alla presenza di Gesù, alla luce, alla voce, le mie passioni sono scomparse, non so io stessa dove sono andate, sono rimasta come una bambina e sono ritornata in me stessa tutta cambiata. Sia tutto a gloria di Dio ed a bene dell’anima mia.


(45) Gennaio 5, 1901

L’Umanità di Gesù fu fatta apposta per ubbidire e per distruggere la disubbidienza. Luisa ristora Gesù.

Trovandomi fuori di me stessa, vedevo il confessore che metteva l’intenzione della crocifissione, io temevo di sottopormi, ma Gesù mi ha detto:

“Che vuoi da me? Io non posso fare a meno d’ub­bidire perché la mia umanità fu fatta apposta per ubbidire e per distruggere la disubbidienza, essendo tanto innestata con me questa virtù, che in me si può dire ch’è natura l’ubbidienza, ed il distintivo a me più caro e glorioso; tanto che se la mia umanità non avesse questo di proprio, l’aborrirei e non mi sarei giammai con essa unito. Vuoi tu poi disubbidire? Puoi farlo, ma lo farai tu, non io”.

Io, tutta confusa nel vedere un Dio tanto ubbidiente, ho detto: “Anch’io voglio ubbidire”. E mi sono sottoposta, e Gesù mi ha partecipato i dolori della croce. Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa e Gesù benedetto mi ha dato un bacio, e mentre ciò faceva è uscito un alito amaro, e stava in atto di voler versare le sue amarezze, ma non l’ha fatto, ché lo voleva essere detto da me[27] per farlo.

Io subito ho detto: “Volete qualche riparazione? Facciamola insieme, così le mie riparazioni unite alle vo­stre avranno i loro effetti, ché [fatte] da me sola, credo che vi disgusteranno di più”.

Così ho preso la sua mano grondante sangue e baciandola ho recitato il Laudate Dominum col Gloria Patri, Gesù una parte ed io l’altra, per riparare le tante opere cattive che si commettono, mettendo l’intenzione di tante volte lodarlo per quante offese riceve per le cattive opere. Com’era commovente veder pregare Gesù! Poi ho seguitato a far lo stesso all’altra mano, mettendo l’in­tenzione di tante volte lodarlo per quante offese riceve per i peccati di cause; indi i piedi con l’intenzione di tante volte lodarlo per quanti passi cattivi e per tante vie storte battute, anche sotto l’aspetto di pietà e santità. L’ultimo il cuore, con l’intenzione di tante volte lodarlo, per quante volte il cuore umano non palpita, non ama, non desidera Iddio. Il mio diletto Gesù pareva tutto ristorato con queste riparazioni fatte insieme con lui. Ma non contento ancora, pareva che volesse versare, ed io ho detto: “Signore, se volete versare vi prego a farlo”.

E lui ha versato le sue amarezze e dopo ha soggiunto:

“Figlia mia, quanto mi offendono gli uomini! Ma verrà tempo che li castigherò in modo che usciranno tanti vermini[28] che produrranno nubi di moscerini, che molto li renderà oppressi. Allora poi uscirà il Papa”.

Ed io: “E perché uscirà il Papa?”

E lui: “Uscirà per consolare i popoli, perché oppressi, stanchi, abbattuti, traditi da tante falsità, cercheranno loro stessi il porto della verità, e tutti umiliati chiederan­no al Santo Padre che venisse in mezzo a loro per liberarli di tanti mali e metterli nel porto della salvezza”.

Ed io: “Signore, questo succederà forse dopo le guerre che voi avete detto altre volte?”

E lui: “Sì”.

Ed io: “Quanto me ne vorrei venire prima che queste cose succedessero”.

E lui: “Ed io dove andrò a trattenermi allora?”

“Ah, Signore, ci sono tante anime buone in cui potete trattenervi, che io confrontandomi, oh, quanto mi veg­go cattiva!”

Ma Gesù non dandomi retta mi è scomparso, ed io sono ritornata in me stessa.


(46) Gennaio 6, 1901

Gesù si comunica ai tre re Magi con l’amore, con la bellezza e con la potenza.

Trovandomi fuori di me stessa, mi pareva di vedere quando i Santi Magi giunsero nella spelonca di Betlemme; appena giunti alla presenza del bambino, si compiacque di far rilucere esternamente i raggi della sua Divinità, comunicandosi ai Magi in tre modi: con l’amore, con la bellezza e con la potenza, in modo che restarono rapiti e sprofondati alla presenza del bambinello Gesù; tanto che se il Signore non avesse ritirato un’altra volta internamente i raggi della sua Divinità, sarebbero restati lì per sempre senza potersi più muovere.

Onde appena il bambino ritirò la Divinità, ritornarono in sé stessi i Santi Magi, si scossero stupefatti nel vedere un eccesso d’amore sì grande, perché in quella luce il Signore aveva fatto loro capire il mistero dell’In­carnazione. Indi si alzarono ed offrirono i doni alla Regina Madre, ed essa parlò a lungo con loro, ma non so dire tutto ciò che disse; solo ricordo che inculcò loro, forte, non solo la salvezza loro, ma che avessero a cuore la salvezza dei loro popoli, non avendo timore neppure di esporre le loro vite per ottenerne l’intento. Dopo ciò mi son ritirata in me stessa, e mi son trovata insieme con Gesù, e lui voleva che io gli dicessi qualche cosa, ma io mi vedevo tanto cattiva e confusa che non ardivo dirgli niente; onde vedendo che non dicevo nulla, lui stesso ha ripreso a dire sui Santi Magi dicendomi:

“Con l’essermi comunicato in tre modi ai Magi, ottenni loro tre effetti, perché mai mi comunico alle anime inutilmente, ma sempre ricevono qualche loro profitto. Onde comunicandomi con l’amore ottennero il distacco da loro stessi, con la bellezza ottennero il disprezzo delle cose terrene, e con la potenza restarono i loro cuori legati tutti a me, ed ottennero prodezza di mettere il sangue e la vita per me”. Poi ha soggiunto: “E tu che vuoi? Dimmi, mi vuoi bene? Come mi vorresti amare?”

Ed io non sapendo che dire, accrescendo la mia confusione ho detto: “Signore, non vorrei altro che voi, e se mi dite: ‘Mi vuoi bene?’, non ha parole a saperlo ma­nifestare, solo so dire che mi sento questa passione che nessuno mi possa prevalere nell’amarvi e che io fossi la prima ad amarvi sopra a tutti, e nessuno mi potesse sorpassare; ma questo non mi contenta ancora. Per essere contenta vorrei amarvi col vostro medesimo amore e così potervi amare come voi amate voi stesso. Ah sì, allora solo cesserebbero i miei timori sull’amarvi!”

E Gesù contento, si può dire dei miei spropositi, mi ha stretto tanto a sé, in modo che mi vedevo dentro e fuori trasmutata in lui, e mi ha comunicato parte del suo amore. Dopo ciò sono ritornata in me stessa, e mi pareva che per quanto amor mi viene dato, tanto posseggo il mio bene; e se poco l’amo poco lo posseggo.


(47) Gennaio 9, 1901

Gesù la vuole unita con sé come il raggio del sole che comunica vita, calore e splendore.

Questa mattina mi sentivo tutta oppressa e schiacciata, tanto che andavo in cerca di sollievo; il mio unico Bene mi ha fatto lungamente aspettare la sua venuta, onde venendo mi ha detto:

“Figlia mia, non presi io per amor tuo sopra di me le tue passioni, miserie e debolezze? E non vorresti tu prendere sopra di te quelle degli altri per amor mio?”

Poi ha soggiunto: “Quello che voglio è che tu stia sempre unita con me, come un raggio del sole che sta sempre fisso nel centro del sole e che da esso ne riceve la vita, calore e splendore. Supponi tu che un raggio si potesse partire dal centro del sole; che ne diverrebbe egli? Già appena uscito perderebbe la vita, la luce ed il calore, e ritornerebbe nelle tenebre riducendosi al nulla. Tale è l’anima: fino a tanto che sta unita con me, nel mio centro, si può dire che è come un raggio del sole che vive e riceve luce dal sole, cammina dove esso vuole, insomma sta in tutto a disposizione ed alla volontà del sole; se poi da me si distrae, si disunisce, eccola tutta tenebre, fredda, e non sente in sé quel movente superno di vita divina”. Detto ciò è scomparso.


(48) Gennaio 15, 1901

Gesù le dice che lei forma il suo più gran martirio.

Siccome nei giorni passati il mio diletto Gesù si è fatto vedere in qualche modo adirato col mondo, e questa mattina non vedendolo venire andavo pensando fra me: “Chi sa che non viene, ché vuol mandare qualche castigo? E che colpa ne ho io? Siccome vuol mandare i castighi non si benigna di venire a me; sarebbe bello che mentre vuol punire gli altri, fa toccare a me il più grande dei castighi, qual è la sua privazione”.

Ora mentre dicevo questi ed altri spropositi, il mio amabile Gesù quando appena si è fatto vedere e mi ha detto:

“Figlia mia, tu formi per me il più grande martirio, perché dovendo mandare qualche castigo non posso teco mostrarmi, perché mi leghi da per tutto e non vuoi che faccia niente; e non venendo, tu mi assordi con le tue querele, coi tuoi lamenti ed aspettazioni, tanto che mentre mi occupo a castigare, son costretto a pensare a te, a sentirti, ed il mio cuore viene lacerato nel vederti nel tuo stato doloroso della mia privazione; perché il martirio più doloroso è il martirio dell’amore, e quanto più si amano due persone tanto più riescono dolorose quelle pene che non da altri, ma da mezzo loro stesse[29] si suscitano. Perciò statti quieta, calma; non volere accrescere le mie pene per mezzo delle tue pene”.

Onde lui è scomparso ed io sono rimasta tutta mortificata nel pensare che io formo il martirio del caro Gesù, e che per non farlo tanto soffrire, quando non viene debbo starmi quieta, ma chi può farlo questo sacrifizio? Mi pare impossibile, e sarò costretta a continuare a martirizzarci a vicenda.


(49) Gennaio 16, 1901

Gesù Cristo le spiega l’ordine della carità.

Continuando a vederlo un po’ adirato col mondo, io volevo occuparmi a placarlo, ma lui mi ha distratto col dirmi:

“La carità più accettevole a me è per quelli che mi sono più vicini, onde i più vicini a me sono le anime purganti, perché confermate nella mia grazia e non c’è nessuna opposizione tra la mia Volontà e la loro, vivono continuamente in me, mi amano ardentemente e son costretto a vederle in me stesso soffrire, impotenti da per sé stesse a darsi il minimo sollievo. Oh, come è straziato il mio cuore dalla posizione di quelle anime! Perché non mi sono lontane ma vicine, non solo vicine, ma dentro di me; e com’è gradito al mio cuore chi s’inte­ressa per loro! Supponi tu che avessi una madre, una sorella che convivessero teco in uno stato di dolore, incapaci d’aiu­tarsi da per sé stesse, ed un altro estraneo che vivesse fuori della tua abitazione in uno stato pur di dolori, ma che si può aiutare da per sé stesso; non gradiresti tu di più se una persona si occupasse a sollevare la tua madre o la tua sorella, che l’estraneo che può aiutarsi da per sé stesso?”

Ed io: “Certamente, o Signore”.

Poi ha soggiunto: “La seconda carità più accettevole al mio cuore è per quelle che, sebbene vivono su questa terra, ma si avvicinano quasi alle anime purganti; cioè mi amano, fanno sempre la mia Volontà, s’interessano delle cose mie come se fossero proprie. Or se questi tali si trovano oppressi, bisognosi, in stato di sofferenze, ed una si occupa a sollevarle ed aiutarle, al mio cuore [questa carità] riesce più gradita che se si facesse ad altri”.

Ora Gesù si è ritirato, ed io trovandomi in me stessa, mi pareva che non fossero cose che andassero secondo la verità. Onde nel ritornare il mio adorabile Gesù mi ha fatto capire che ciò che mi aveva detto era secondo la verità; solo rimaneva da dire sulle membra da lui separate, che sono i peccatori, che chi si occupasse a riunire queste membra, molto accettevole sarebbe al suo cuore. La differenza che c’è è questa: che trovandosi un peccatore oppresso dentro ad una sventura ed uno si occupasse non a convertirlo, ma a sollevarlo ed aiutarlo materialmente, il Signore gradirebbe più questo che se si facesse a quelli che stanno nell’ordine della grazia, perché se questi soffrono è un prodotto sempre o dell’amore di Dio verso di esse o dell’amor loro verso Dio, e se i peccatori soffrono, il Signore vede in loro l’impronta della colpa e della loro ostinata volontà. Così mi è parso di capire, del resto lascio il giudizio a chi tiene il diritto di giudicarmi, se va o non va secondo la verità.


(50) Gennaio 24, 1901

Luisa domanda a Gesù la ragione della sua privazione. Gesù la riprende.

Avendo passato i giorni scorsi in silenzio e qualche volta anche priva del mio adorabile Gesù, questa mattina nel venire mi son lamentata con lui dicendo:

“Signore, come non venite? Come si son cambiate le cose! Si vede che è o per castigo dei miei peccati che mi private della vostra amabile presenza, o che non mi volete più in questo stato di vittima. Deh, vi prego, fatemi conoscere la vostra Volontà! Se non potetti oppormi quando ne volesti da me il sacrifizio, molto più ora ché non trovandomi più meritevole d’essere vittima, me ne volete togliere”.

E Gesù interrompendo il mio dire mi ha detto:

“Figlia mia, io con l’essermi fatto vittima per l’u­man genere, prendendo sopra di me tutte le debolezze, le miserie e tutto ciò che meritava l’uomo innanzi alla Divinità, rappresento il capo di tutti, e l’umana natura essendo io il capo innanzi alla Divinità, trova in me uno scudo potentissimo che la difende, protegge, scusa ed intercede. Ora siccome tu ti trovi nello stato di vittima, mi vieni a rappresentare il capo della generazione presente. Quindi, dovendo mandare qualche castigo per bene dei popoli e per richiamarli a me, se io secondo il solito a te venissi, solo col mostrarmi teco già mi sento rinfrancato, i dolori si mitigano e mi succede come ad uno che sentisse un forte dolore e per lo spasimo grida: se a costui gli cessasse il dolore, non si sentirebbe più di gridare e menarne lamenti. Così a me succede: mitigandosi le mie pene, naturalmente non sento più di mandare quel castigo; tu poi col vedermi, naturalmente pure, cerchi di risparmiarmi [le pene] e di prendere sopra di te le pene degli altri; non puoi farne a mento di fare l’uffizio tuo di vittima, innanzi alla mia presenza, e se tu ciò non facessi, ciò che non mai può essere, io ne resterei con te dispiaciuto. Eccoti la causa della mia privazione; non è perché voglia punire i tuoi peccati, tengo altri modi come purgarti, ma però te ne ricompenserò, nei giorni che vengo ti raddoppierò le mie visite, non ne sei tu contenta?”

Ed io: “No, Signore, ti voglio sempre, sia qualunque la causa, non cedo di restarne per un sol giorno priva di te”.

Mentre ciò dicevo Gesù è scomparso, ed io mi son ritornata in me stessa.


(51) Gennaio 27, 1901

Lo stabilimento della fede sta nello stabilimento della carità.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù per poco si è fatto vedere, e non so il perché mi ha detto:

“Figlia mia, tutto lo stabilimento della fede cattolica sta nella stabilimento della carità che unisce i cuori e li fa vivere in me”.

Poi gettandosi fra le mie braccia voleva che io lo ristorassi; avendo io fatto per quanto ho potuto, dopo mi ha reso lui a me la pariglia, ed è scomparso.


(52) Gennaio 30, 1901

Le virtù, i meriti di Gesù, sono tante torri di fortezza, in cui ognuno può appoggiarsi nel cammino della via per l’eternità. Il veleno dell’interesse.

Questa mattina nel venire il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo a tante persone di diverse condizioni: sacerdoti, monache, secolari; e Gesù movendo il suo doloroso lamento ha detto:

“Figlia mia, il veleno dell’interesse è entrato in tutti i cuori e come spugna ne sono restati inzuppati di questo veleno. Questo veleno pestifero è penetrato nei monasteri, nei sacerdoti, nei secolari. Figlia mia, ciò che non cede alla luce della verità ed alla potenza della virtù, innanzi ad un vilissimo interesse cede, e le virtù più sublimi ed eccelse, innanzi a questo veleno, come fragile vetro cadono frantumate”.

E mentre ciò diceva, piangeva amaramente. Or chi può dire lo strazio dell’anima mia nel vedere piangere il mio amorosissimo Gesù? Non sapendo che fare per farlo cessare dal piangere, ho detto degli spropositi: “Mio caro, deh, non piangere! Se gli altri non ti amano, ti offendono ed hanno gli occhi abbacinati dal veleno del­l’interesse in modo che ne restano tutti imbevuti, sto io che ti amo, ti lodo e guardo come immondezze tutto ciò che è terreno, e non aspiro che in te; quindi dovresti restarne contento nel mio amore e cessare dal piangere, e se vi sentite amareggiato versatele a me, che ne sono più contenta, anziché vedervi piangere”.

Nel sentirmi ha cessato dal piangere, e versato un poco e poi mi ha partecipato i dolori della croce, e dopo ha soggiunto:

“Le mie virtù ed i meriti acquistati per l’uomo nella mia passione, sono tante torri di fortezza in cui ognuno può appoggiarsi nel cammino della via per l’eternità, ma l’uomo ingrato sfuggendo da queste torri di fortezza s’appoggia al fango, e si conduce per la via della perdizione”.

Onde Gesù è scomparso ed io mi son trovata in me stessa.


(53) Gennaio 31, 1901

Gesù Cristo le spiega la grandezza della virtù della pazienza.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio dolce Gesù non ci veniva; onde dopo molto aspettare, quando appena l’ho visto mi ha detto:

“Figlia mia, la pazienza è superiore alla purità, perché senza pazienza l’anima facilmente si sfrena ed è difficile mantenersi pura. E quando una virtù ha bisogno dell’altra per aver vita, si dice quella superiore a questa; anzi si può dire che la pazienza è custodia della purità, non solo, ma è scala per salire al monte della fortezza, in modo che se uno salisse senza la scala della pazienza subito precipiterebbe dal più alto al più basso. Oltre di ciò, la pazienza è germe della perseveranza e questo germe produce dei rami chiamati fermezza. Oh, come è ferma e stabile nel bene intrapreso, l’anima paziente, non fa conto né della pioggia, della brina, del ghiaccio, del fuoco, ma tutto il suo conto è di condurre a fine il bene incominciato; perché non vi è stoltezza maggiore di colui che oggi perché piace fa un bene, domani perché non trova più gusto lo tralascia. Che si direbbe d’un occhio che ad un’ora possiede la vista e ad un’altra ne resta cieco? D’una lingua che or parla ed ora ne resta muta? Ah, sì, figlia mia! La sola pazienza è la chiave segreta per aprire il tesoro delle virtù; senza il segreto di questa chiave, le altre virtù non escono per dar vita all’anima e nobilitarla”.


(54) Febbraio 5, 1901

Vede due donzelle che servono alla giustizia: la tolleranza e la dissimulazione.

Questa mattina il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, ma si faceva vedere in uno stato che muoveva a compassione anche le pietre. Oh, come soffriva, e pareva che non potendo più reggere, voleva sgravarsi un poco, quasi cercando aiuto. Il mio povero cuore me lo sentivo spezzare per tenerezza, e subito gli ho tirato[30] la corona di spine mettendola a me, per dargli sollievo, poi gli ho detto: “Dolce mio Bene, è da qualche tempo che non mi avete rinnovate le pene della croce; vi prego a rinnovarmele oggi, così resterete più sollevato”.

E lui: “Diletta mia, è necessario che si domandi alla giustizia, per ciò fare, poiché sono giunte a tanto le cose che non può permettere che tu patisca”.

Io non sapevo come fare per domandare alla giustizia, quando si son presentate due donzelle che pareva che servivano alla giustizia. Ed una aveva nome di tolleranza, l’altra dissimulazione; ed avendo domandato loro che mi crocifiggessero, la tolleranza mi ha preso una mano e me l’ha inchiodata, senza voler terminare. Allora ho detto: “O santa dissimulazione, compisci tu di crocifiggermi, non vedi che la tolleranza mi ha lasciato? Fatti vedere quanto sei più brava nel dissimulare”.

Onde ha compìto di crocifiggermi, ma con tale spasimo che se il Signore non mi avesse sostenuta fra le sue braccia, certo sarei morta per il dolore. Dopo ciò il benedetto Gesù ha soggiunto:

“Figlia, è necessario almeno che qualche volta tu soffri queste pene, e se ciò non fosse, guai al mondo! Che ne sarebbe di esso?”

Poi l’ho pregato per varie persone, e mi son trovata in me.


(55) Febbraio 6, 1901

Il perfetto compiacimento di Gesù, è trovare sé stesso nell’anima.

Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù nel venire mi ha detto:

“Figlia mia, quando la mia grazia si trova in possesso di più persone, festeggia di più; succede come a quelle regine [che] quante più donzelle pendono dai loro cenni e fanno loro corona d’intorno, tanto più godono e fanno festa. Tu fissati in me e guardami e resterai di me tanto presa che tutto il[31] materiale cadrà morto per te; e tanto devi fissarti in me da attirarmi tutto in te, ché io trovando in te me stesso, posso trovare in te il mio perfetto compiacimento. Onde, trovando in te tutti i miei piaceri possibili a trovarsi in umana creatura, non possono tanto dispiacermi quello che mi fanno gli altri”.

E mentre ciò diceva, [Gesù] tutto si è internato dentro di me, e tutto si compiaceva. Quanto mi stimerei fortunata se giungessi ad attirarmi tutto in me il mio diletto Gesù!


(56) Febbraio 10, 1901

L’ubbidienza tiene vista lunghissima, l’amor proprio è molto corto di vista.

Continuando a venire, il mio adorabile Gesù si faceva vedere con gli occhi risplendenti di vivissima e purissima luce; io son rimasta incantata e sorpresa innanzi a quella luce abbagliante e Gesù vedendomi così incantata, senza che gli dicevo niente mi ha detto:

“Diletta mia, l’ubbidienza tiene la vista lunghissima e vince in bellezza ed in acutezza la stessa luce del sole, come l’amor proprio è molto corto di vista, tanto che non può dare un passo senza inciampare. E non ti credere tu che questa vista lunghissima l’hanno quelle anime che vanno sempre turbolente e scrupoleggiando, anzi questa è una rete che a loro tesse l’amor proprio, ché essendo molto corto di vista, prima le fa cadere e poi suscita loro mille turbazioni e scrupolosità, e ciò che oggi hanno detestato con tanti scrupoli e timori, domani vi ricadono di nuovo; tanto che il loro vivere si riduce a starsi sempre immerse in questa rete artifiziosa, che a loro sa tessere ben bene l’amor proprio, a differenza della vista lunghissima dell’ubbidienza che è omicida del­l’amor proprio, ché essendo lunghissima e chiarissima, subito prevede dove può dare un passo in fallo, e con animo generoso se ne astiene, e vi gode la santa libertà dei figliuoli di Dio. E siccome le tenebre attirano le altre tenebre, così la luce attira altra luce; così questa luce giunge ad attirarsi la luce del Verbo, ed unendosi insieme vi tessono la luce di tutte le virtù”.

Stupita nel sentire ciò, ho detto: “Signore, che dite? A me pare che sia santità quel modo di vivere scrupoloso”.

E lui con tono più serio ha soggiunto: “Anzi, ti dico che questa è la vera impronta dell’ubbidienza e l’altra è la vera impronta dell’amor proprio, e quel modo di vivere mi muove più a sdegno che ad amore; perché quando è la luce della verità che fa vedere una mancanza, fosse anche minima, ci dovrebbe stare una emendazione, ma siccome è la vista corta dell’amor proprio, non fa altro che tenerle oppresse, senza che danno uno sviluppo nella via della vera santità”.


(57) Febbraio 17, 1901

L’uomo viene da Dio e deve tornare a Dio.

Questa mattina trovandomi tutta oppressa e sofferente, quando appena ho visto il mio diletto Gesù e tanta gente immersa in tante miserie, e lui rompendo il suo silenzio che teneva da molti giorni, ha detto:

“Figlia mia, l’uomo, primo nasce in me e ne riporta l’impronta della divinità, ed uscendo da me per rinascere dal seno materno gli do il comando che camminasse un piccolo tratto di via, ed al termine di quella via, facendomi da lui trovare, lo ricevo di nuovo in me, facendolo vivere eternamente con me. Vedi un po’ quanto è nobile l’uomo, donde viene e dove va, e qual è il suo de­stino. Or quale dovrebbe essere la santità di quest’uomo, uscendo da un Dio sì santo?

Ma l’uomo nel percorrere la via per venire un’altra volta a me, distrugge in sé ciò che ha ricevuto di divino; si corrompe in modo che, nell’incontro che gli faccio per riceverlo in me, non più lo riconosco e non scorgo più in lui l’impronta divina, niente trovo di mio in lui, e non più riconoscendolo, la mia giustizia lo condanna ad andar disperso nella via della perdizione”.

Quanto era tenero sentire parlare Gesù Cristo su ciò, quante cose faceva comprendere! Ma il mio stato di sof­ferenze non mi permette di scrivere più a lungo.


(58) Marzo 8, 1901

Gesù le dice che la croce lo fece conoscere come Dio. Le spiega la croce del dolore e dell’amore.

Continuando il mio povero stato ed il silenzio di Gesù benedetto, questa mattina trovandomi più che mai oppressa, nel venire mi ha detto:

“Figlia mia, non le opere né la predicazione né la stessa potenza dei miracoli mi fecero conoscere con chiarezza Dio qual sono, ma quando fui messo sulla cro­ce ed innalzato su di essa come sul mio proprio trono, allora fui riconosciuto per Dio. Sicché la sola croce mi rivelò al mondo ed a tutto l’inferno chi io veramente ero; onde tutti ne restarono scossi e riconobbero il loro Creatore. Quindi è, che la croce rivela Dio all’anima e fa conoscere se l’anima è veramente di Dio. Si può dire che la croce scovre tutte le intime parti dell’anima e rivela a Dio ed agli uomini chi essa sia”.

Poi ha soggiunto: “Sopra due croci io consumo le anime: una è di dolore, l’altra è di amore; e siccome[32] in cielo i nove cori angelici tutti mi amano, però ognuno ha il suo uffizio distinto - come i serafini il loro uffizio speciale è l’amore ed il loro coro è messo più dirimpetto a ricevere i riverberi dell’amor mio, tanto che l’amor mio ed il loro saettandosi insieme si combaciano continuamente - così alle anime sulla terra do il loro uffizio distintamente, a chi le rendo martiri di dolore ed a chi di amore, essendo tutti e due abili maestri a sacrificare le anime e renderle degne delle mie compiacenze”.


(59) Marzo 19, 1901

Gesù le spiega il modo di patire.

Questa mattina trovandomi tutta oppressa e sofferente, molto più per la privazione del mio dolce Gesù, dopo molto aspettare, quando appena l’ho visto mi ha detto:

“Figlia mia, il vero modo di patire è non guardare da chi vengono le sofferenze né che cosa si soffre, ma al bene che ne deve venire dalle sofferenze. Questo fu il mio modo di patire, non guardai né i carnefici né il patire, ma al bene che intendevo fare per mezzo del mio patire, ed a quegli stessi che mi davano da patire; e rimirando al bene che doveva venire agli uomini, disprezzai tutto il resto e con intrepidezza seguii il corso del mio patire. Figlia mia, questo è il modo più facile e più profittevole per soffrire non solo con pazienza, ma con animo invitto e coraggioso”.


(60) Marzo 22, 1901

Vede Roma e scorge i grandi peccati. Gesù vuol castigare e l’anima si oppone.

Continuando il mio stato di privazione e quindi d’a­marezze indicibili, questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa. Mi pareva che fosse Roma; quanti spettacoli si vedevano in tutte le classi di persone, fin nel Vaticano si vedevano cose che facevano ribrezzo. Che dire poi dei nemici della Chiesa? Come si rodono di rabbia contro di essa, quante stragi vanno macchinando, ma non possono effettuarle, ché Nostro Signore li tiene come legati ancora. Ma quello che più mi ha fatto spavento, che vedevo il mio amante Gesù quasi in atto di dar loro la libertà. Chi può dire quanto ne sono restata costernata? Onde vedendo Gesù la mia costernazione, mi ha detto:

“Figlia, sono necessari i castighi assolutamente. In tutte le classi è entrato il marciume e la cancrena, quindi è necessario il ferro e il fuoco per fare che non perissero tutti. Perciò questa è l’ultima volta che ti dico di conformarti al mio Volere, ed io ti prometto di risparmiare in parte”.

Ed io: “Caro mio Bene, non mi dà il cuore di conformarmi teco nel castigare le genti”.

E lui: “Se tu non ti conformi, essendo di assoluta necessità di ciò fare, io non ci verrò secondo il solito e non ti manifesterò quando verserò i castighi, e non sapendolo tu, e non trovando io chi in qualche modo mi spezzi il giusto mio sdegno, darò libero sfogo al mio furore e non avrai neppure il bene di risparmiare in parte il castigo. Oltre di ciò, il non venire e non versando in te quelle grazie che avrei dovuto versare, è anche un’ama­rezza per me, come in questi giorni scorsi che non tanto son venuto, tengo la grazia contenuta in me”.

E mentre ciò diceva mostrava di volersi sgravare, ed avvicinandosi alla mia bocca ha versato un latte dolcissimo, ed è scomparso.


(61) Marzo 30, 1901

Gesù le parla della Divina Volontà e della perseveranza.

Continuando lo stato di privazione, mi sentivo come un tedio ed una stanchezza della mia povera situazione, e la mia povera natura voleva liberarsi da detto stato. Il mio adorabile Gesù avendo di me compassione, è venuto e mi ha detto:

“Figlia mia, come ti ritiri dal mio Volere, così incominci a vivere di te stessa; invece se starai fissa nella mia Volontà vivrai sempre di me medesimo, morendo affatto a te stessa”.

Poi ha soggiunto: “Figlia mia, abbi pazienza, rassegnati in tutto alla mia Volontà, e non per poco, ma sempre, sempre, perché la sola perseveranza nel bene è quella che fa conoscere se l’anima è veramente virtuosa, essa sola è quella che unisce tutte le virtù insieme; si può dire che la sola perseveranza unisce perpetuamente Dio e l’anima, virtù e grazie, e come catena vi si pone d’intorno e legando tutto insieme vi forma il nodo sicurissimo della salvezza; ma dove non c’è perseveranza c’è molto da temere”.

Detto ciò è scomparso.


(62) Marzo 31, 1901

Incostanza e volubilità.

Questa mattina, sentendomi tutta amareggiata, mi vedevo ancora così cattiva che quasi non ardivo di andare in cerca del mio sommo ed unico Bene, ma il Signore, non guardando alle mie miserie, pure si è benignato di venire dicendomi:

“Figlia mia, è a me che vuoi? Ebbene io son venuto a rallegrarti, stiamoci insieme, ma stiamoci in silenzio”.

Dopo essere stato qualche poco, mi ha trasportato fuori di me stessa e vedevo che la Chiesa festeggiava il Giorno delle Palme, e Gesù rompendo il silenzio mi ha detto:

“Quanta volubilità, quanta incostanza! Come oggi gridarono: ‘Osanna’, proclamandomi per loro Re, un altro giorno gridarono: ‘Crucifige! Crucifige!’ Figlia mia, la cosa che più mi dispiace è l’incostanza e la volubilità, perché questo è segno che la verità non ha preso possesso di dette anime, ed anche in cose di religione può essere che [l’anima] trovi la sua soddisfazione, il proprio comodo e l’interesse, oppure perché si trova in quel partito; domani possono venir meno queste cose e si può trovare in mezzo ad altri partiti, ed ecco che fuorviano dalla religione e senza dispiacere si danno ad altre sette[33]. Perché quando la vera luce della verità entra in un’anima e s’impossessa d’un cuore, [l’anima] non è soggetta ad incostanza, anzi tutto sacrifica per amor suo, e per farsi da lei sola signoreggiare e con animo invitto disprezza tutto il resto che alla verità non appartiene”.

E mentre ciò diceva, piangeva sulle condizioni della generazione presente, peggiore d’allora, soggetta all’in­costanza, a seconda che spirano i venti.


(63) Aprile 5, 1901

Compatendo la Mamma si compatisce Gesù. Nel Calvario, nella crocifissione, vede in Gesù tutte le ge­nerazioni.

Continuando lo stato di privazione, questa mattina pare che l’ho visto un poco, insieme con la Regina Madre; e siccome l’adorabile Gesù teneva la corona di spine, l’ho tolta e tutto l’ho compatito, e mentre ciò facevo mi ha detto:

“Compatisci, insieme, la mia Madre, che essendo la ragione dei suoi dolori il mio patire, compatendo lei, vieni a compatire me stesso”.

Dopo ciò mi pareva di trovarmi sul monte Calvario nell’atto della crocifissione di Nostro Signore, e mentre soffriva la crocifissione, vedevo non so come, in Gesù, tutte le generazioni, passate, presenti e future, e come Gesù avendoci tutti in sé, sentiva tutte le offese che ciascuno di noi gli faceva, e soffriva per tutti generalmente e per ogni individuo particolarmente, di modo che scorgevo pure le mie colpe e le pene che per me soffriva distintamente, come pure vedevo il rimedio che a ciascun di noi, senza correzione[34] di veruno, ci somministrava per i nostri mali, e per la nostra salvezza eterna. Ora, chi può dire tutto ciò che vedevo in Gesù benedetto, dal primo fino all’ultimo uomo? Stando fuori di me stessa, le cose scorgevo chiare e distinte, ma trovandomi in me stessa le veggo tutte confuse. Onde per evitare spropositi faccio punto.


(64) Aprile 7, 1901

Vede la risurrezione di Gesù; egli le parla dell’ub­bidienza.

Continuando il mio adorabile Gesù a privarmi della sua presenza, mi sento un’amarezza, e come un coltello fitto nel cuore, che mi dà tale dolore da farmi piangere e stridere come un bambino. Ah, veramente mi pare d’es­sere divenuta come un bambino che, per poco che si allontana la madre, piange e grida tanto da mettere sottosopra tutta la casa, e non c’è nessun rimedio come farlo cessare dal piangere se pure[35] non si vede di nuovo nelle braccia della madre. Tale sono io, vera bambina nella virtù; ché se mi fosse possibile metterei sossopra cieli e terra per trovare il mio sommo ed unico Bene, ed allora mi quieto, quando mi trovo in possesso di Gesù. Povera bambinella che sono, mi sento ancora le fasce dell’in­fanzia che mi stringono, non so camminare da sola, sono molto debole, non ho la capacità degli adulti, che si lasciano guidare dalla ragione. Ed ecco la somma necessità che ho di starmene con Gesù; o a torto o a diritto, non voglio saperne niente, quello che voglio sapere è che voglio Gesù. Spero che il Signore voglia perdonare a questa povera bambinella, che delle volte commette degli spropositi.

Onde trovandomi in questa posizione ho visto il mio adorabile Gesù nell’atto della sua risurrezione, con un volto tanto risplendente da non paragonarsi a nessun altro splendore; e mi pareva che l’umanità santissima di Nostro Signore, sebbene fosse carne viva, ma splendente e trasparente, in modo che si vedeva con chiarezza la Divinità unita alla umanità. Ora mentre lo vedevo così glorioso, una luce che veniva da lui pareva che mi dicesse:

“Tanta gloria mi ebbi alla mia umanità per mezzo della perfetta ubbidienza, che distruggendo affatto la natura antica me ne restituì la nuova natura gloriosa ed immortale. Così l’anima per mezzo dell’ubbidienza può formare in sé la perfetta risurrezione alle virtù, come se l’anima è afflitta l’ubbidienza la farà risorgere alla gioia, se è agitata l’ubbidienza la farà risorgere alla pace, se tentata l’ubbidienza le somministrerà la catena più forte come legare il nemico e la farà risorgere vittoriosa dalle insidie diaboliche, se assediata da passioni e vizi, l’ub­bidienza uccidendo questi, la farà risorgere alle virtù. Questo all’anima, ed a tempo suo formerà la risurrezione anche del corpo”.

Dopo ciò la luce si è ritirata, Gesù è scomparso, ed io son rimasta con tal dolore, vedendomi di nuovo priva di lui, che mi sento come se avessi una febbre ardente che mi fa smaniare e dare in delirio. Ah, Signore, datemi la forza a sopportarvi in questi indugi, ché mi sento venir meno!


(65) Aprile 9, 1901

Se i fervori e virtù non stanno ben radicati nell’umanità di Gesù, alle tribolazioni, agli infortuni, subito si seccano.

Trovandomi nella pienezza del delirio, dicevo degli spropositi e credo che vi mescolavo anche dei difetti; la povera mia natura sentiva tutto il peso del mio stato, il letto le pareva peggiore dello stato dei condannati alle carceri, avrebbe voluto svincolarsi da questo stato, con l’aggiunta del mio ritornello: che non è più Volontà di Dio, perciò Gesù non viene; e andavo pensando quello che debbo fare. Mentre ciò facevo, il mio paziente Gesù è uscito da dentro il mio interno, ma con un aspetto grave e serio da incutermi paura, e mi ha detto:

“Che pensi tu che avrei fatto io se mi trovassi nella tua posizione?”

Nel mio interno dicevo: “Certo la Volontà di Dio”.

E lui di nuovo: “Ebbene, quello fai tu”. Ed è scomparso.

Era tanta la gravità di Nostro Signore, che in quelle parole che ha detto sentivo tutta la forza della sua parola, non solo creatrice, ma eziandio[36] distruggitrice. Il mio interno è restato talmente scosso da queste parole, op­presso, amareggiato, che non facevo altro che piangere, specie mi ricordavo la gravità con cui Gesù mi aveva parlato, che[37] non ardivo di dire: “Vieni”. Ora stando in questa posizione, il giorno ho fatto la mia meditazione senza chiederlo [38], quando al meglio è venuto e con un aspetto dolce, tutto cambiato a confronto della mattina, mi ha detto:

“Figlia mia, che sfacelo, che sfacelo sta per succedere”.

E mentre ciò diceva mi son sentita tutto l’interno cambiato, ché non era per altro che non ci veniva, ma per i castighi. Ed in questo mentre vedevo quattro persone venerande che piangevano alle parole che Gesù aveva detto; ma Gesù benedetto volendosi distrarre ha detto poche parole sulle virtù, quindi ha soggiunto:

“Vi sono certi fervori e certe virtù che somigliano a quegli arboscelli che rinascono intorno a certi alberi, che non essendo ben radicati nel tronco, [ad] un vento impetuoso, un gelo un po’ forte, si disseccano, e sebbene dopo qualche tempo può essere che rinverdiscono di nuovo, ma essendo soggetti alle intemperie dell’aria, quindi a mutarsi, mai vengono ad essere alberi fatti. Così sono quei fervori e quelle virtù che non son ben radicati nel tronco dell’albero dell’ubbidienza, cioè nel tronco del­l’albero della mia umanità che fu tutta ubbidienza: alle tribolazioni, agli infortuni, subito si seccano e mai vengono a produrre frutti per l’eterna vita”.


(66) Aprile 19, 1901

Lamenti per la privazione. Gesù la consola e le parla della grazia.

Continuando a passare i miei giorni priva del mio adorabile Gesù, al più [viene] ad ombra e a lampi, il povero mio cuore è oltremodo amareggiato; sento tanto la sua privazione che tutte le mie fibre, i nervi, le mie ossa, anche le gocce del mio sangue, mi dibattono continuamente, e mi dicono: “Dov’è Gesù? Come, l’hai tu perduto? Che hai tu fatto che più non viene? Come faremo a starci senza di lui? Chi più ci consolerà, avendo perduto la fonte d’ogni consolazione? Chi ci fortificherà nella debolezza? Chi ci correggerà e scovrirà i nostri difetti, essendo restata priva di quella luce che più che filo elettrico penetrava i più intimi nascondigli, e con la dolcezza più ineffabile correggeva e sanava le nostre piaghe? Tutto è miseria, tutto è squallido, tutto è tetro senza di lui! Come faremo?” Ed ancorché nel fondo della mia volontà mi sentissi rassegnata e vado offerendo la sua stessa privazione come il sacrifizio più grande per amor suo, tutto il resto mi muove una guerra continua e mi mettono alla tortura. Ah, Signore, quanto mi costa l’a­verti conosciuto, ed a caro prezzo mi fate scontare le passate vostre visite! Ora, stando in questo stato, per brevi istanti si è fatto vedere e mi ha detto:

“Essendo la mia grazia parte di me stesso, possedendola tu, con ragione e di stretta necessità tutto ciò che forma il tuo essere non può stare senza di me; ecco la ragione perché tutto ti chiede me e sei torturata continuamente, ché essendo imbevuta di me e riempita [con] parte di me stesso, allora [le tue fibre, i nervi, ecc.,] se ne stanno in pace e ne restano contenti quando mi posseggono, non solo in parte ma in tutto”. Ed essendomi lamentata della mia dura posizione, [Gesù] ha soggiunto:

“Anch’io nel corso della mia passione provai un estremo abbandono, sebbene la mia Volontà fu sempre unita col Padre e con lo Spirito Santo; e ciò volli soffrire per divinizzare in tutto la croce, tanto che rimirando me e rimirando la croce, tu ci troverai lo stesso splendore, gli stessi ammaestramenti, e lo stesso specchio in cui potresti specchiarti continuamente senza differenza del­l’uno e dell’altra”.


(67) Aprile 21, 1901

La necessità dei castighi per non fare maggiormente corrompere l’uomo.

Continuando il mio solito stato, quando appena ho visto il mio dolce Gesù con una croce in mano, in atto di versarla sopra le genti, e mi ha detto:

“Figlia mia, il mondo è sempre corrotto, ma vi sono certi tempi che giunge a tale corruzione, che se io non versassi sopra le genti parte della mia croce, perirebbero tutti nella corruzione, come fu ai tempi che venni io nel mondo, la sola croce salvò molti dalla corruzione in cui erano immersi. Così in questi tempi è giunta a tanto la corruzione, che se io non versassi i flagelli, le spine, le croci, facendo loro[39] versare anche il sangue, resterebbero sommersi nelle onde della corruzione”.

E mentre ciò diceva, pareva che quella croce la me­nava sopra le genti e succedevano castighi.


(68) Aprile 22, 1901

Gesù l’ammaestra circa l’imitazione della sua vita.

Sentendomi tutta afflitta e confusa e quasi senza speranza di rivedere il mio adorabile Gesù, tutto all’im­provviso è venuto e mi ha detto:

“Sai che voglio da te? Ti voglio in tutto simile a me, sia nell’operare come nell’intenzione, voglio che [tu] sia rispettosa con tutti, ché rispettare tutti dà pace a sé stessa e pace agli altri; che ti [ri]tieni la minima di tutti, e che tutti i miei ammaestramenti li rumini sempre nella tua mente e li conservi nel [tuo] proprio cuore, acciocché nelle occasioni li troverai sempre pronti come avvalertene e metterli in esecuzione; insomma la tua vita voglio che sia un trabocco della mia”.

E mentre ciò diceva, vedevo da dietro il Signore [che] scendeva sopra la terra un gelo ed un fuoco che faceva danno ai ricolti, ed io dicendo: “Signore, che fate? Povera gente!” Non dandomi retta è scomparso.


(69) Giugno 13, 1901

La croce e le tribolazioni sono il pane dell’eterna beatitudine.

Dopo lungo silenzio da parte del mio adorabile Gesù, al più qualche cosa sopra i flagelli che vuole versare, questa mattina trovandomi oppressa, stanca per la mia dura posizione, specie per le continue privazioni a cui vado spesso soggetta, onde avendolo visto per brevi istanti, mi ha detto:

“Figlia mia, le croci e le tribolazioni sono il pane del­l’eterna beatitudine”.

Quindi comprendevo che, maggiormente soffrendo, più abbondantemente e più gustoso sarà il pane che ci nutrirà nel celeste soggiorno, ossia, quanto più si soffre più caparra riceviamo della futura gloria.


(70) Giugno 18, 1901

Gesù esige da tutte le particelle del nostro essere la sua gloria. Dallo stato d’unione si passa alla consumazione.

Trovandomi nel solito mio stato, per poco ho visto il mio dolce Gesù, ed avendo mosso i miei lamenti sul povero mio stato delle[40] sue privazioni, ed una specie di stanchezza fisica e morale, come se la povera natura me la sentissi stritolare, e da tutte le parti me la sento venir meno. Quindi avendo detto tutto ciò al mio Gesù, mi ha detto:

“Figlia mia, non temere ché ti senti venir meno da tutte le parti; non sai tu che tutto deve essere sacrificato per me, non solo l’anima ma anche il corpo? E che da tutte le minime particelle di te io esigo la mia gloria? E poi non sai tu che dallo stato d’unione si passa ad un altro, qual è quello della consumazione? È vero che non vengo secondo il solito, per castigare le genti, ma per te me ne servo anche per tuo profitto, che é non solo di tenerti unita con me, ma di consumarti per amor mio. Difatti, non venendo io e [tu] sentendoti venir meno per la mia assenza, non vieni tu a consumarti per me? Del resto non hai gran ragione d’affliggerti, primo ché quando tu mi vedi è sempre dal tuo interno che mi vedi uscire, e questo è un segno certo che con te ci sto, e poi ché ancora deve passare giorno senza che[41] puoi dire di non avermi visto perfettamente”.

Dopo ciò prendendo un tono di voce più dolce e benigno, ha soggiunto:

“Figlia mia, ti raccomando assai assai di non fare uscire da te il minimo atto che non sia pazienza, rassegnazione, dolcezza, uguaglianza di te stessa, tranquillità in tutto, altrimenti verresti a disonorarmi, e succederebbe come a quel re che abitasse dentro un palazzo bene arricchito, e da fuori quell’abitazione si vedesse tutta pie­na di screpolature, macchiata, in atto di venir meno; non direbbero: ‘Come abita un re in questo palazzo, e si vede da fuori un così brutto apparato, che fa temere pure d’avvicinarsi? Chi sa che re sarà costui!’? E questo non sarebbe un disonore per quel re? Ora pensa che se da te esce cosa che non sia virtù, lo stesso direbbero di te e di me, ed io ne resterei disonorato ché vi abito dentro”.


(71) Giugno 30, 1901

Segni per sapere se l’anima possiede la grazia.

Trovandomi nel solito mio stato, per poco tempo si è fatto vedere il mio dolcissimo Gesù tutto trasfuso in me, e mi ha detto:

“Figlia mia, vuoi sapere quali sono i segni per conoscere se l’anima possiede la mia grazia?”

Ed io: “Signore, come piace alla vostra santissima bontà”.

Onde ha replicato: “Il primo segno per vedere se l’anima possiede la mia grazia è che [in] tutto ciò che può sentire o vedere nell’esterno, che appartiene a Dio, nell’interno sente una dolcezza, una soavità tutta divina, non paragonabile a nessuna cosa umana e terrena. Succede come a quella madre, che anche al respiro, alla voce, conosce il parto delle sue viscere nella persona d’un figlio e ne gongola di gioia; come [a] due intime amiche che conversando insieme si manifestano a vicenda gli stessi sentimenti, inclinazioni, gioie, afflizioni, e trovan­do una nell’altra le sue stesse cose scolpite, ne sentono un piacere, un gaudio e ne prendono tanto amore da non sapersene distaccare. Così la grazia interna che risiede nell’anima, nel vedere esternamente il parto delle sue stesse viscere, ossia nel riscontrarsi in quelle stesse cose che forma[no] la sua essenza, si combacia insieme e fa provare nell’anima tale una gioia e dolcezza da non sapersi esprimere.

Il secondo segno è che il parlare dell’anima che pos­siede la grazia è pacifico e tiene virtù di gettare negli altri la pace, tanto che le stesse cose dette da chi non possiede la grazia non hanno recato nessuna impressione e nessuna pace, mentre dette da chi possiede la grazia han­no operato meravigliosamente ed hanno restituito la pace negli animi. Poi, figlia mia, la grazia spoglia l’anima di tutto, e dell’umanità ne fa un velo per starsene coperta, dimodoché squarciato quel velo, si trova il paradiso nell’anima di chi la possiede. Onde non è meraviglia se in quell’anima si trova la vera umiltà, ubbidienza ed altro, perché di sé non resta altro che un semplice velo, e vedono con chiarezza che dentro di sé[42] è tutta la grazia, che agisce e che le tiene in ordine tutte le virtù, e la fa stare in continua attitudine per Dio”.


(72) Luglio 5, 1901

Gesù è il principio, il mezzo ed il fine di tutti i desideri.

Stando con timore sullo stato dell’anima mia, tutto all’improvviso è venuto il mio adorabile Gesù e mi ha detto:

“Figlia mia, non temere, ché io solo sono il principio, il mezzo ed il fine di tutti i tuoi desideri”.

Con queste parole mi sono acquietata in Gesù. Sia tutto per la gloria di Dio, e benedetto il suo santo nome.


(73) Luglio 16, 1901

Il principio del male nell’uomo. Distanza tra l’amore di Gesù e l’amore umano. Per entrare nel Cielo l’ani­ma dev’essere tutta trasformata in Gesù.

Dopo vari giorni di privazione, questa mattina si è benignato di venire trasportandomi fuori di me stessa. Ora trovandomi innanzi a Gesù benedetto, vedevo molta gente ed i mali della generazione presente; il mio adorabile Gesù li[43] guardava con compassione, e voltandosi a me mi ha detto:

“Figlia mia, vuoi sapere da dove incominciò il male nell’uomo? Il principio è che l’uomo appena conosce sé stesso, cioè incomincia ad acquistare la ragione, dice a sé stesso: ‘Io sono qualche cosa’, e credendosi qualche cosa si discostano da me, non si fidano di me che sono il Tutto, e tutta la fiducia e forza l’attingono da loro stessi. E da questo avviene che perdono fino ogni buon principio; e perdendo il buon principio. che ne sarà la fine? Immaginalo tu stessa, figlia mia. Poi scostandosi da me che contengo ogni bene, che può sperare di bene l’uomo essendo lui un pelago di male? Senza di me tutto è corruzione, miseria, e senza nessun’ombra di vero bene, e questa è la società presente”.

Io nel sentir ciò provavo tale un’afflizione da non saperla esprimere; ma Gesù volendomi sollevare mi ha trasportato altrove, ed io trovandomi sola col mio diletto Gesù gli ho detto: “Dimmi, mi vuoi bene?”

E lui: “Sì”.

Ed io: “Non son contenta del solo, ma vorrei essere[44] spiegato meglio quanto mi vuoi bene”.

E lui: “È tanto il mio amore per te, che non solo non ha principio, ma non avrà fine, ed in queste due parole puoi comprendere quanto è grande, forte, costante il mio amore per te”.

Per poco ho considerato tutto ciò, e vedevo un abisso di distanza tra il mio amore ed il suo, e tutta confusa ho detto: “Signore, che differenza tra il mio ed il vostro bene! Non solo [il mio] tiene il principio, ma per lo passato ci veggo dei vuoti nell’anima mia, di non averti amato”.

E Gesù tutto compatendomi mi ha detto:

“Diletta mia, non ci può stare conformità tra l’amo­re del Creatore e quello della creatura; ma però oggi ti voglio dire una cosa che ti sarà di consolazione e che tu non hai mai capito: sappi che ogni anima per tutto il corso della sua vita è obbligata ad amarmi costantemente, senza alcun intervallo, e non amandomi sempre, vi lascia nell’anima tanti vuoti per quanti giorni, ore e minuti che[45] ha trascurato d’amarmi, e nessuno potrà entrare in cielo se non ha riempito questi vuoti, e solo potrà riempirli o con l’amarmi doppiamente nel resto della vita, e se non giunge, li riempirà a forza di fuoco nel purgatorio. Ora tu, quando sei priva di me, la privazione del­l’oggetto amato fa raddoppiare l’amore, e con questo vieni a riempire i vuoti che ci sono nell’anima tua”.

Dopo ciò gli ho detto: “Dolce mio Bene, lasciami venire insieme con te nel cielo, e se non vuoi per sempre, almeno per poco; deh, vi prego, contentatemi!”

E lui mi ha detto: “Non sai tu che per entrare in quel beato soggiorno l’anima deve essere tutta trasformata in me, in modo che deve comparire come un altro Cristo? Altrimenti qual figura faresti tu in mezzo agli altri beati? Tu stessa avresti vergogna di starci insieme con loro”.

Ed io: “È vero che sono molto dissimile da voi, ma se volete potete rendermi tale[46]”.

Onde per contentarmi mi ha tutta rinchiusa in lui, in modo che non più vedevo me stessa, ma Gesù Cristo, ed in questo modo ci siamo innalzati verso il cielo. Giunti ad un punto, ci siamo trovati innanzi ad una luce indescrivibile; innanzi a quella luce si sperimentava nuova vita, gioia insolita non mai provata; come mi sentivo felice! Anzi mi pareva di trovarmi nella pienezza di tutte le felicità. Ora mentre c’inoltrammo innanzi a quella luce, io mi sentivo tale un timore, avrei voluto lodarlo, ringraziarlo, ma non sapendo che dire, ho recitato tre Gloria Patri e Gesù rispondeva insieme; ma appena finiti, come lampo mi son trovata nella misera prigione del mio corpo. Ah, Signore, come, così poco è durata la mia felicità? Pare che troppo dura è la creta di questo mio corpo, che tanto ci vuole per frantumarsi, ed impedisce all’anima mia di sloggiare da questa misera terra. Ma spero che qualche urto veemente lo voglia non solo frantumare, ma polverizzare, ed allora, non avendo più casa dove poterci stare di qui, ne avrete di me compassione e mi accoglierete per sempre nel celeste soggiorno.


(74) Luglio 20, 1901

Come a Gesù è dolce la voce dell’anima che forma come un’ala che lo ripara.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù non ci veniva. Onde dopo avere stentato e quasi perduto la speranza di rivederlo, tutto all’improvviso è venuto, e mi ha detto:

“Figlia mia, la tua voce mi è dolce come al piccolo uccellino è dolce la voce della madre, che avendolo lasciato per andare buscando il cibo come nutrirlo, nel ritornare, che fa l’uccellino? Nel sentire la voce ne sente una dolcezza e ne fa festa. E dopo che la madre gl’im­bocca il cibo, tutto si rannicchia e si nasconde sotto l’ala materna per riscaldarsi, liberarsi dalle intemperie e pren­dere sicuro riposo; oh, come riesce caro e gradito al piccolo uccellino questo starsi sotto l’ala materna! Tale sei tu per me; sei ala che mi riscalda, mi ripara, mi difende, e mi fai prendere sicuro riposo. Oh, come mi è caro e gradito starmene al di sotto di quest’ala!”

Detto ciò è scomparso, ed io son restata tutta confusa e piena di vergogna conoscendomi tanto cattiva; ma l’ubbidienza ha voluto accrescere la mia confusione, volendo che ciò scrivessi. Sia fatta sempre la Santissima Volontà di Dio.


(75) Luglio 23, 1901

Gesù parla della sua Volontà e della carità.

Trovandomi con tanti dubbi sul mio stato, nel venire il mio adorabile Gesù mi ha detto:

“Figlia non temere, quello che ti raccomando è di starti sempre uniformata alla mia Volontà, ché quando nell’anima c’è la Volontà Divina, non hanno forza di en­trare nell’anima né la volontà diabolica né l’umana, a farne gioco dell’anima”.

Dopo ciò mi pareva di vederlo crocifisso, ed avendomi il Signore partecipato non solo le sue pene, ma alcune sofferenze di un’altra persona, ha soggiunto:

“Questa è la vera carità: distruggere sé stesso per dare la vita ad altri, e prendere sopra di sé i mali altrui e darmi beni propri”.


(76) Luglio 27, 1901

Dubbi del confessore; risposta di Gesù.

Avendo mosso alcuni dubbi il confessore, nel venire il benedetto Gesù vedevo insieme il confessore, e [Gesù] gli andava dicendo:

“Il mio operare è sempre appoggiato alla verità, e sebbene molte volte pare oscuro sotto enigmi, ma però non si può fare a meno di dire che è la verità. E sebbene la creatura non capisce con chiarezza il mio operare, ciò non distrugge la verità, anzi fa comprendere molto meglio che è modo d’operare divino; ché essendo la creatura finita non può abbracciare e comprendere l’infinito, al più può comprendere ed abbracciare qualche barlume; come le tante cose dette da me nelle Scritture, ed il mio modo d’operare nei santi, è stato forse compreso con tutta chiarezza? Oh, quante cose sono rimaste al­l’oscuro e nell’enigma! Eppure quante menti di dotti e sapienti si sono stancate nell’interpretarle? E che cosa hanno compreso ancora? Si può dire un bel nulla, a ciò che resta [d]a conoscere. Con ciò[47] pregiudica forse la verità? Nulla affatto, anzi la fa risplendere maggiormente. Perciò il tuo occhio deve essere [volto a vedere] se c’è la vera virtù, se si sente in tutto, sebbene delle volte all’oscuro, che c’è la verità, e del resto bisogna starsi tranquilli ed in santa pace”.

Detto ciò è scomparso ed io sono ritornata in me stessa.


(77) Luglio 30, 1901

Vista del mondo, e come la maggior parte sono ciechi.

Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa in mezzo a tanta gente; qual cecità! Quasi tutti erano ciechi, e pochi di corta vista; appena qualcuno si scorgeva, come il sole in mezzo alle stelle, di vista acutissima, tutto intento al sole divino, e questa vista gli veniva concessa perché fisso se ne stava nella luce del Verbo Umanato. Gesù tutto compassionevole mi ha detto:

“Figlia mia, come ha rovinato il mondo la superbia! È giunta a distruggere quel piccolo lumicino di ragione che tutti portano con sé appena nati; sappi però che la virtù che più esalta Iddio è l’umiltà, e la virtù che più esalta la creatura innanzi a Dio e presso gli uomini è l’umiltà”.

Detto ciò è scomparso; più tardi è ritornato tutto affannato ed afflitto ed ha soggiunto:

“Figlia mia, stanno per succedere tre terribili castighi”. E come lampo è scomparso, senza darmi tempo di dirgli una parola.


(78) Agosto 3, 1901

L’anima che possiede la grazia tiene potestà sull’in­ferno, sugli uomini e sopra Dio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde dopo molto aspettare è venuta la Vergine Mamma conducendolo quasi per forza, ma Gesù sfuggiva. Onde la Vergine Santissima mi ha detto:

“Figlia mia, non ti stancare nel chiederlo, ma sii importuna, che questo sfuggire che fa è segno che vuol fare qualche castigo, perciò sfugge la vista delle persone amate, ma tu non ti arrestare, perché l’anima che possiede la grazia tiene potestà sull’inferno, sugli uomini e sopra Dio stesso; perché essendo la grazia parte di Dio stesso, e possedendola l’anima, non tiene forse [l’ani­ma] il potere sopra ciò che essa stessa possiede?”

Onde dopo molto stentare, costretto dalla Mamma Regina ed importunato da me, è venuto, ma con aspetto imponente, serio, in modo che non si ardiva di parlare, non sapevo come fare per fargli spezzare quell’aspetto sì imponente. Ho pensato di uscire a parlare con gli spropositi, dicendogli:

“Dolce mio Bene, vogliamoci bene, se non ci amiamo noi chi ci deve amare? E se non vi contentate del mio amore, chi mai potrà contentarvi? Deh, dammi un segno certo che sei contento del mio amore, altrimenti io vengo meno, io muoio”. Ma chi può dire tutti gli spropositi che ho detto? Credo meglio passarle innanzi, ma con ciò pare che son riuscita a spezzare quell’aria imponente che teneva, e mi ha detto:

“Allora sarò contento del tuo amore, quando il tuo amore sorpasserà il fiume dell’iniquità degli uomini; perciò pensa ad accrescere il tuo amore, che di più sarò contento di te”.

Detto ciò è scomparso.


(79) Agosto 5, 1901

Come la mortificazione è la vista dell’anima.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio benedetto Gesù indugiava a venire, onde io mi sentivo morire per pena della sua privazione; quando tutto all’improvviso è venuto e mi ha detto:

“Figlia mia, come gli occhi sono la vista del corpo, così la mortificazione è la vista dell’anima; sicché si può dire occhi dell’anima la mortificazione”.

Ed è scomparso.


(80) Agosto 6, 1901

L’amore dei beati è proprietà divina, ma l’amor dei viatori è come proprietà che [Gesù] sta in atto di farne acquisto.

Questa mattina avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù si faceva vedere tutto sofferente ed offeso, che muoveva a compassione; io l’ho stretto tutto a me e gli ho detto: “Dolce mio Bene, quanto sei amabile e desiderabile! Come gli uomini non ti amano, anzi vi offendono? Amando voi tutto si trova, e l’amarti, tutti i beni contiene, e non amandoti ogni bene ci sfugge; eppure chi è che ti ama? Ma deh, tesoro mio carissimo, mettete da parte le offese degli uomini e per poco sfoghiamoci in amarci!”

Allora Gesù ha chiamato tutta la corte celeste ad essere spettatori del nostro amore, ed ha detto:

“L’amor di tutto il cielo non mi renderebbe pago e contento se non ci fosse il tuo unito; molto più che quel­l’amore è proprietà mia che nessuno mi può togliere, ma l’amor dei viatori è come proprietà che sto in atto di farne acquisto; e siccome la mia grazia è parte di me stesso, entrando nei cuori, essendo l’Essere mio attivissimo, i viatori ne possono fare un traffico dell’amore, e questo traffico ingrandisce le proprietà dell’amor mio, ed io ne sento tale un gusto e piacere che mancandomi ne resterei amareggiato. Ecco perciò che senza il tuo amore, l’amore di tutto il cielo non mi renderebbe appieno contento; e tu sappi ben trafficare il mio amore, ché amandomi in tutto, mi renderai felice e contento”.

Chi può dire quanto sono rimasta stupita nel sentire ciò e quante cose comprendevo su questo amore! Ma la mia lingua si rende balbuziente, perciò faccio punto.


(81) Agosto 21, 1901

La celeste Mamma le insegna il segreto della vera felicità.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa, onde dopo aver girato e rigirato in cerca di Gesù, ho trovato invece la Regina Mamma, ed oppressa e stanca com’ero le ho detto: “Dolcissima Mamma mia, ho perduto la via per trovare Gesù, non so più dove andare né che fare per ritrovarlo”.

E mentre ciò dicevo, piangevo. Ed ella mi ha detto:

“Figlia mia, vieni appresso a me e troverai la via e Gesù, anzi voglio insegnarti il segreto come potrai star sempre con Gesù e come vivere sempre contenta e felice, anche su questa terra, cioè fissarti nel tuo interno che solo Gesù e tu ci siate nel mondo, e nessun altro, a cui solo devi piacere, compiacere ed amare, e da lui solo aspettare d’essere riamata e contentata in tutto. Stando in questo modo tu e Gesù, non ti farà più impressione se sarai circondata da disprezzi o lodi, da parenti o stranieri, da amici o nemici; solo Gesù sarà tutto il tuo contento e solo Gesù ti basterà per tutti. Figlia mia, fino a tanto che tutto ciò che esiste quaggiù non scomparisca affatto dall’anima, non si può trovare vero e perpetuo contento”.

Ora mentre ciò diceva, come da dentro un lampo è uscito Gesù in mezzo a noi, ed io me lo sono preso e l’ho portato con me, e mi son trovata in me stessa.


(82) Settembre 2, 1901

Gesù le parla della Chiesa e della società presente.

Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere unito col Santo Padre e pareva che gli dicesse:

“Le cose fin qui sofferte non sono altro che tutto ciò che io passai dal principio della mia passione fino che fui condannato alla morte; figliuol mio non ti resta altro che portare la croce al Calvario”.

E mentre ciò diceva, pareva che Gesù benedetto prendesse la croce e la metteva sulle spalle del Santo Padre, aiutandolo lui stesso a portarla. Ora mentre ciò faceva ha soggiunto:

“La mia Chiesa pare che stia come moribonda, specie in riguardo delle condizioni sociali, che con ansia aspettano il grido di morte. Ma coraggio figliuol mio; dopo che sarai giunto sul monte, all’innalzarsi che si farà della croce, tutti si scuoteranno, e la Chiesa deporrà l’aspetto di moribonda e riacquisterà il suo pieno vigore. La sola croce ne è il mezzo. Come la sola croce fu l’unico mezzo per riempire il vuoto che il peccato aveva fatto e per unire l’abisso di distanza infinita che c’era tra Dio e l’uomo, così a questi tempi la sola croce farà innalzare la fronte della mia Chiesa coraggiosa e risplendente, per confondere e mettere in fuga i nemici”.

Detto ciò è scomparso, e dopo poco è ritornato il mio diletto Gesù tutto afflitto, riprendendo il suo dire:

“Figlia mia quanto mi duole la società presente! Sono mie membra e non posso farne a meno di amarli. Succede a me come a quel tale che avesse un braccio, una mano, infetta e piagata; l’odia egli forse? L’abor­risce? Ah, non già, anzi le prodiga tutte le cure, chi sa quanto spenda per vedersi guarito, e [questo membro infetto] gli è causa di fargli dolorare tutto il corpo, di tenerlo oppresso, afflitto, fino a tanto che non giunge ad ottenere l’intento di vedersi guarito. Tale è la mia condizione: veggo le mie membra infette, piagate, e vi sento dolore e pena, e per questo mi sento più tirato ad amarle. Oh, come è ben diverso l’amor mio da quello delle creature! Io son costretto d’amarle perché cosa mia, ma loro non mi amano come cosa loro, e se mi amano, mi amano per proprio loro bene”. Dopo ciò è scomparso ed io mi son ritrovata in me stessa.


(83) Settembre 4, 1901

Ardori del Cuore di Gesù per la gloria della Maestà Divina e per il bene delle anime.

Continuando a venire il mio adorabile Gesù, questa mattina appena visto mi sentivo un’ansia di chiedergli se mi avesse perdonato i miei peccati, perciò gli ho detto:

“Dolce amor mio, quanto bramo di sentire dalla vostra bocca se mi avete perdonato i tanti miei peccati!”

E Gesù si è avvicinato al mio orecchio e col suo sguardo pareva che mi scrutinasse tutto il mio interno, e mi ha detto:

“Tutto sta perdonato e te li rimetto, non ti resta altro che qualche difetto fatto da te alla sfuggita, senza tua avvertenza, e pure te li rimetto”.

Dopo ciò pareva che Gesù si mettesse da dietro le spalle, e toccandomi le reni con la sua mano, tutte me le fortificava. Chi può dire ciò che sentivo a quel tocco? So dire solamente che vi sentivo un fuoco refrigerante, una purezza unita ad una fortezza. Onde dopo che mi ha toccato le reni, l’ho pregato che facesse lo stesso al cuore, e Gesù per contentarmi ha condisceso; e dopo mi pareva come se Gesù benedetto fosse stanco per causa mia, e gli ho detto: “Dolce mia vita, siete stanco per causa mia, non è vero?”

E lui: “Sì, almeno sii grata alle grazie che ti sto fa­cendo, ché la gratitudine è la chiave per poter aprire a proprio piacere i tesori che Dio contiene; sappi però che questo che ho fatto ti servirà per preservarti dalla corruzione, per corroborarti e per disporre l’anima ed il corpo tuo alla gloria eterna”.

Dopo ciò pareva che mi trasportasse fuori di me stessa, e mi faceva vedere la moltitudine delle genti ed il bene che potevano fare e non fanno, e quindi la gloria che Dio deve ricevere e non riceve. E Gesù tutto afflitto ha soggiunto:

“Diletta mia, il mio cuore arde per l’onore della gloria mia e del[48] bene delle anime; tutto il bene che omettono, tanti vuoti riceve la mia gloria, e le anime loro ancorché non facessero il male, non facendo il bene che potrebbero fare, sono come quelle stanze vuote, che seb­bene belle, ma non c’è niente d’ammirare, che colpisce lo sguardo, e quindi nessuna gloria ne riceve il padrone. E se un bene si fa e l’altro si tralascia, sono come quelle stanze tutte spopolate che appena qualche oggetto si scorge, senza nessun ordine. Diletta mia, entra a parte di queste pene, degli ardori del mio cuore che sente per la gloria della Maestà Divina e del bene delle anime, e cer­ca di riempire questi vuoti della mia gloria, e potrai farlo col non far passare momento della tua vita che non sia unita colla mia; cioè in tutte le tue azioni, sia preghiera o patimento, riposo o lavoro, silenzio o conversazione, tristezza o allegrezza, anche il cibo che prenderai, insomma tutto ciò che ti potrà accadere, metterai l’in­tenzione di darmi tutta la gloria che in tali azioni [le creature] dovrebbero darmi, e di supplire al bene che do­vrebbero fare e non fanno, intendendo di replicare l’in­tenzione per quanta gloria non ricevo e per quanto bene omettono. Se ciò farai, riempirai in qualche modo il vuoto della gloria che devo ricevere dalle creature, ed il mio cuore vi proverà un refrigerio ai miei ardori, e da questo refrigerio scorreranno rivoli di grazia a pro dei mortali, che infonderà maggior fortezza per fare il bene”.

Dopo ciò mi son trovata in me stessa.


(84) Settembre 5, 1901

Il vero amore supplisce a tutto.

Ritornando il mio diletto Gesù, io mi sentivo quasi un timore di non corrispondere alle grazie che il Signore mi fa, avendomi lasciata impressa quella parola dettami innanzi: “Almeno sii grata”. E lui vedendomi con questo timore mi ha detto:

“Figlia mia, coraggio, non temere; l’amore supplirà a tutto; poi avendo messo la volontà di veramente fare ciò ch’io voglio, ancorché qualche volta [tu] mancassi io supplirò per te; perciò non temere. Sappi però che il vero amore è ingegnoso e il vero ingegno giunge a tutto; molto più quando nell’anima c’è un amore amante, un amore che si duole delle pene della persona amata come se fossero proprie, ed un amor che giunge a prendere, a soffrire sopra di sé ciò che dovrebbe soffrire la persona che si ama, qual è il[49] più eroico e che si rassomiglia al mio amore, essendo molto difficile trovare chi metta la propria pelle. Onde se in tutta te non ci sarà altro che amore, se non mi compiacerai in un modo lo farai in un altro. Anzi se tu starai in possesso di questi tre amori, succederà di me come a quel tale che essendo ingiuriato, offeso con ogni sorta d’oltraggi da tutti, tra tanti c’è uno che lo ama, lo compatisce, lo ripaga per tutti; quello che fa? Fissa l’occhio nella persona amata, e trovando la sua ricompensa, dimentica tutti gli oltraggi e dà favori e grazie agli stessi oltraggiatori”.


(85) Settembre 9, 1901

Efficacia dell’intenzione.

Questa mattina l’adorabile mio Gesù non ci veniva. Onde, mentre la mia mente stava occupata nel considerare il mistero della coronazione di spine, mi son ricordata che stando occupata altre volte in questo mistero, il Signore si compiaceva di togliersi dalla sua testa la corona di spine e di conficcarla nella mia, ed ho detto nel mio interno: “Ah, Signore, non son più degna di soffrire le tue spine!”

E lui, quando appena, tutto all’improvviso è venuto e mi ha detto:

“Figlia mia, quando tu soffri le mie stesse spine, tu mi sollevi, e soffrendole tu, io mi sento affatto libero da quelle pene; quando ti umili e ti credi indegna di soffrirle, allora mi ripari i peccati di superbia che si commettono nel mondo”.

Ed io ho soggiunto: “Ah, Signore! Quante gocce [di sangue e di lacrime] versaste, quante spine soffriste, quante ferite [sosteneste], tanta gloria intendo darvi, per quanta gloria dovrebbero darti tutte le creature se non ci fosse il peccato di superbia, e tante grazie intendo chiedervi per tutte le creature per fare che questo peccato si distruggesse”.

Mentre ciò dicevo, ho visto che Gesù comprendeva in sé tutto il mondo, come una macchina contiene in sé gli oggetti, e tutte le creature si sono mosse in lui e Gesù si muoveva verso di loro, e pareva che Gesù avesse la gloria della mia intenzione e le creature fossero ritornate da lui per poter ricevere il bene da me impetrato[50] per loro. Io sono restata stupefatta, e lui vedendo il mio stupore ha detto:

“Pare sorprendente tutto questo, non è vero? Eppure pare una cosa da nulla ciò che tu hai fatto, eppure non è così; quanto bene si potrebbe fare con [il] replicare questa intenzione, e non si fa!” Detto ciò è scomparso.


(86) Settembre 10, 1901

L’unire le nostre azioni con Gesù è continuare la sua vita sulla terra.

Continuando a fare ciò che Gesù benedetto m’inse­gnò di fare il giorno 4 di detto mese sebbene qualche volta mi distraggo, ma mentre qualche volta mi dimentico, Gesù pare che nel mio interno si mette in guardia e lo fa lui per me, onde io vedendo ciò arrossisco e subito mi unisco insieme e ne faccio l’offerta di ciò che attual­mente sto facendo, e questo fosse pure uno sguardo, una parola, vado dicendo: “Signore, tutta quella gloria che le creature dovrebbero darvi con la bocca e non vi fanno, io intendo darvela con la mia, ed impetro a loro di fare buono e santo uso della bocca, unendomi sempre con la stessa bocca di Gesù”.

Ora mentre in tutte le cose mie ciò facevo, [Gesù] è venuto e mi ha detto:

“Ecco la continuazione della mia vita, quale era la gloria del Padre ed il bene delle anime; se in ciò persevererai, tu formerai la mia vita ed io la tua, tu sarai il mio respiro ed io il tuo”.

Dopo ciò Gesù si metteva a riposare sul cuor mio, ed io sul cuore di lui, e pareva che Gesù tirasse il respiro da me, ed io lo tiravo per mezzo di Gesù. Che felicità, qual gaudio, che vita celeste esperimentavo in quella po­sizione! Sia sempre ringraziato e benedetto il Signore, che tante misericordie usa con questa peccatrice.


(87) Settembre 14, 1901

Il principio e il fine delle nostre azioni dev’essere l’amore di Dio.

Dopo aver passati vari giorni di privazione, quest’og­gi, mentre m’accingevo a fare la meditazione la mia mente è stata distratta in altro, e per mezzo di luce comprendevo che l’anima nell’uscire dal corpo entra in Dio; e siccome Dio è purissimo amore, l’anima allora entra in Dio quando è un complesso d’amore, perché Iddio nessuno riceve in sé se non è al tutto simile a lui, e trovandola [simile a sé], la riceve e le partecipa tutte le sue doti. Sicché staremo in Dio al di là del cielo, come qui stiamo nella propria stanza. Ora questo mi pareva che si potrebbe fare anche nel corso della nostra vita, per risparmiare la fatica al fuoco del purgatorio, ed a noi la pena, e così essere introdotti subito, senza alcuna interruzione, nel nostro sommo bene Iddio.

Onde mi pareva che l’alimento del fuoco sono le legna, e per essere certo che le legna si sono ridotte in fuoco, è quando si scorge che non produce più fumo. Ora, principio e fine di tutte le nostre azioni dev’essere il fuoco dell’amor di Dio; le legna che devono alimentare questo fuoco sono la croce, la mortificazione; il fumo che s’innalza in mezzo alle legna ed al fuoco sono le passioni, le inclinazioni che spesso fanno capolino; onde il segno che tutto sia in noi consumato in fuoco, è se le nostre passioni stanno a posto e non sentiamo più inclinazione a tutto ciò che non riguarda Iddio. Pare che con ciò passeremo liberi senza nessun ostacolo ad abitare nel nostro Dio, e giungeremo anche di qua a godere il paradiso anticipato.


(88) Settembre 15, 1901

Fuggendo la croce si rimane allo scuro.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto glo­rioso, con le piaghe risplendenti più che sole, e con una croce in mano. In questo mentre vedevo pure una ruota sporgente quattro angoli; pareva che ad un angolo sfuggiva la luce e rimaneva allo scuro; in questo oscura­mento rimaneva la gente come abbandonata da Dio, e succedevano guerre sanguinose contro la Chiesa e contro loro stesse. Ah, pareva che le cose dette da Gesù benedetto per lo innanzi si vanno avvicinando a veloci passi!

Ora Nostro Signore vedendo tutto ciò, mosso a compassione si è avvicinato alla parte oscura e [vi] ha gettato sopra la croce che aveva in mano, dicendo con voce sonora: “Gloria alla croce”, e pareva che quella croce richiamava la luce, ed i popoli scuotendosi imploravano aiuto e soccorso. E Gesù ha ripetuto:

“Tutto il trionfo e la gloria sarà della croce, altrimenti i rimedi peggioreranno gli stessi mali; dunque la croce! La croce!”

Chi può dire quanto sono rimasta afflitta ed impen­sierita a ciò che potrà succedere?


(89) Ottobre 2, 1901

Gesù la porta nel cielo; gli angeli chiedono che la mostri a tutte le genti. Lei nuota in Dio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo alle genti; chi può dire i mali, gli orrori che si vedevano? Onde tutto afflitto mi ha detto:

“Figlia mia, che puzza che tramanda la terra, mentre doveva essere una col cielo, e siccome nel cielo non si fa altro che amarmi, lodarmi e ringraziarmi, l’eco del cielo doveva assorbire la terra e formarne uno solo. Ma la terra si è resa insopportabile, onde vieni tu ed unisciti col cielo, ed a nome di tutti vieni a darmi una soddisfazione per loro”.

In un istante mi son trovata in mezzo ad angeli e santi; non so dire come, mi son sentita una infusione di ciò che cantavano e dicevano gli angeli e i santi; ed io al pari di loro ho fatto la mia parte a nome di tutta la terra. Il mio dolce Gesù tutto contento, dopo ciò ha detto rivolto a tutti:

“Ecco dalla terra una nota angelica; quanto mi sento soddisfatto!”

E mentre ciò diceva, quasi per ricompensarmi mi ha preso fra le sue braccia, mi baciava e ribaciava, mostrandomi a tutta la corte celeste come oggetto delle sue più care compiacenze. Nel vedere ciò, gli angeli hanno detto:

“Signore vi preghiamo, mostrate ciò che avete operato in quest’anima, alle genti, con un segno prodigioso della vostra onnipotenza, per la gloria vostra e per il bene delle anime non tenete più nascosti i tesori in lei versati, onde vedendo e toccando loro stessi la vostra onnipotenza in un’altra creatura, può essere di ravvedimento ai cattivi e di maggior sprone a chi vuol essere buono”.

Io nel sentir ciò mi son sentita sorprendere da un ti­more e tutta annullandomi, tanto che mi vedevo come un piccolo pesciolino, mi son gettata nel cuore di Gesù dicendo: “Signore non voglio altro che voi, e di essere nascosta in voi; questo vi ho chiesto sempre, e questo vi prego a confermarmi”.

E detto ciò mi son rinchiusa nell’interno di Gesù, come nuotando nei vastissimi mari dell’interno di Dio. E Gesù ha detto a tutti:

“Non l’avete sentito? Non vuol altro che me, ed essere nascosta in me, questo è il suo più gran contento; ed io nel vedere un’intenzione così pura, mi sento più tirato verso di lei, e vedendo il suo dispiacere se mostrassi alle genti con un segno prodigioso l’opera mia, per non contristarla non vi concedo ciò che mi avete domandato”.

Ma gli angeli pareva che insistevano, ma io non ho dato più retta a nessuno, non facevo altro che nuotare in Dio per comprendere l’interno Divino; ma ché, mi pareva di essere come un fanciullino che vuole stringere nella sua piccola manina un oggetto di smisurata grandez­za, che mentre lo prende gli sfugge, ed appena gli riesce di toccarlo; sicché non può dire né quanto pesa né quanta larghezza conteneva quell’oggetto; ossia come un altro fanciullo che non conoscendo tutta la profondità degli studi, dice, con l’ansia di dover imparar tutto in un breve tempo, ed appena gli riesce d’imparare le prime lettere dell’alfabeto. Così la creatura non può dire altro [che]: “L’ho toccato, è bello, è grande, non c’è bene che non possiede”; ma quanto è bello? Quanta grandezza contiene? Quanti beni possiede? Non so dirlo; ossia, può dire di Dio le prime lettere dell’alfabeto, lasciando indietro tutta la profondità degli studi. Sicché i miei carissimi fratelli, angioli e santi, anche in cielo, come crea­ture non hanno la capacità di comprendere in tutto il loro Creatore, sono come tanti recipienti ripieni di Dio, che volendoli riempire di più, traboccano fuori. Credo che sto dicendo tanti spropositi, perciò faccio punto.


(90) Ottobre 3, 1901

Luisa si offre a Gesù in modo speciale. Non c’è ostacolo maggiore per l’unione con Dio, che l’umana volontà.

Avendo fatto la comunione, stavo pensando come offrire una cosa più speciale a Gesù, come attestare il mio amore e dargli un maggior gusto; onde gli ho detto: “Dilettissimo mio Gesù, ti offro il mio cuore a tua soddisfazione ed in tua eterna lode; e ti offro tutta me stessa, anche le minime particelle del mio corpo, come tanti muri da mettere innanzi a te per impedire qualunque offesa che vi venga fatta, accettandole tutte sopra di me, se fosse possibile, ed in tuo piacere fino al giorno del giudizio; e perché voglio la mia offerta sia completa e vi soddisfi per tutti, intendo che tutte quelle pene che sopporterò ricevendo sopra di me le vostre offese, vi ricompensino di tutta quella gloria che vi dovevano dare i santi che stanno nel cielo, quando stavano sulla terra, quella che vi dovevano dare le anime del purgatorio e quella gloria che vi dovevano tutti gli uomini, passati, presenti e futuri; ve li offro[51] per tutti in generale e per ciascuno in particolare”.

Appena ho finito di dire, il benedetto Gesù, tutto commosso per tale offerta mi ha detto:

“Diletta mia, tu stessa non puoi capire il gran contento che mi hai dato con l’offrirti in questo modo; mi hai lenito tutte le mie ferite e mi hai dato una soddisfazione per tutte le offese passate, presenti e future, ed io la terrò in conto per tutta l’eternità, come una gemma più preziosa che mi glorificherà eternamente; ed ogni qual volta la guarderò darò a te nuova e maggiore gloria eterna.

Figlia mia, non ci può essere ostacolo maggiore che impedisce l’unione tra me e le creature, e che si oppone alla mia grazia, quanto la propria volontà. Tu con l’of­frirmi il tuo cuore a mia soddisfazione, ti sei vuotata di te stessa, e vuotandoti di te, io mi riverserò tutto in te; e dal tuo cuore mi verrà una lode riportante le stesse note della lode del mio cuore, che continuamente [il mio cuore] dà al mio Padre per soddisfare alla[52] gloria che non gli danno gli uomini”.

Mentre ciò diceva, vedevo che mediante la mia offerta uscivano da tutte le parti di me stessa tanti rivoli che si versavano sopra al benedetto Gesù, e che poi con impeto e più abbondanti li riversava su tutta la corte celeste, sul purgatorio e su tutte le genti. Oh, bontà del mio Gesù nell’accettare una sì misera offerta, che l’ha ricompensata con tanta grazia! Oh, prodigio delle sante e pie intenzioni! Se in tutte le nostre opere, anche triviali, ce ne avvalessimo, qual traffico non faremmo? Quante proprietà eterne non acquisteremmo? Quanta gloria di più non daremmo al Signore?


(91) Ottobre 8, 1901

Quando l’anima opera unita con Gesù, i suoi atti hanno gli stessi effetti dell’operare divino.

Questa mattina, dopo avere stentato molto nell’aspet­tare il mio adorabile Gesù, io però mentre l’aspettavo facevo quanto più potevo d’unire tutto ciò che stavo operando nel mio interno coll’interno di Nostro Signore, intendendo dargli tutta quella gloria e riparazione che gli dava l’umanità sua santissima. Ora mentre ciò facevo, il benedetto Gesù è venuto e mi ha detto:

“Figlia mia, quando l’anima se ne serve, come mezzo d’operare, della mia umanità, fosse anche un pensiero, un respiro, un atto qualunque, sono come tante gem­me che escono dalla mia umanità e si presentano innanzi alla Divinità; e siccome escono per mezzo della mia umanità hanno gli stessi effetti del mio operare quando stavo sulla terra”.

Ed io: “Ah, Signore! Mi sento come un dubbio: come può essere che con la semplice intenzione nell’ope­rare, fosse anche nelle minime cose, mentre considerandole sono cose da niente, vuote, pare che la sola intenzione dell’unione vostra e di piacere solamente a voi le riempie, e voi le innalzate in quel modo supremo facendole comparire come una cosa grandissima?”

“Ah, figlia mia, vuoto è l’operare della creatura, fos­se pure un’opera grande, ma è la mia unione e la semplice mira di piacere a me che la riempie, e siccome il mio operare, fosse anche un respiro, eccede in un modo infinito [a] tutte le opere delle creature insieme, ecco la causa che la rende sì grande. E poi, non sai tu che chi si serve come mezzo, della mia umanità, d’operare le sue azioni, viene a nutrirsi dei frutti della mia stessa umanità e ad alimentarsi del mio stesso cibo? Oltre di ciò, non è forse la buona intenzione che fa l’uomo santo, e la cattiva che lo fa perverso? Non sempre si fanno cose diverse, ma [con] le stesse azioni uno si santifica e l’altro si perverte”.

Ora mentre ciò diceva, vedevo dentro di Nostro Signore un albero verdeggiante, pieno di bei frutti, e quelle anime che operavano per piacere solo a Dio e per mezzo dell’umanità sua, le vedevo dentro di lui, sopra di quest’albero, e la sua umanità serviva d’abitazione a quest’anime. Ma quanto era scarsissimo il loro numero.


(92) Ottobre 11, 1901

Silenzio di Gesù. L’alimento più necessario è la pace.

Passando vari giorni di privazione e di silenzio, que­sta mattina [Gesù] nel venire continuava il suo silenzio, e sebbene l’ho tenuto quasi sempre con me, per quanto ho fatto non mi è riuscito di fargli dire una sola parola, pareva che teneva una cosa nel suo interno che l’ama­reggiava, tanto che lo rendeva taciturno e che non voleva che io lo sapessi. Ora mentre Gesù se ne stava con me, mi è parso di vedere la Regina Mamma, e nel vedere Gesù con me mi ha detto:

“Tu lo tieni? Meno male che sta con te, ché se deve sfogare il giusto furore, stando con te lo trattieni. Figlia mia, prega che trattenga i flagelli, ché i malevoli stanno tutti in pronto per uscire, ma si vedono legati da una potenza suprema che li impedisce, ed anche [se] la giustizia divina permetterà [loro di agire], non facendolo quando piace a loro si avrà questo bene che [anche i malevoli] conosceranno l’autorità divina sopra di loro, e diranno: ‘L’abbiamo fatto ché ci è stato dato il potere dall’al­to’.

Figlia mia, che guerra ci cova nel mondo morale! Fa orrore a vederlo; eppure il primo alimento che si dovrebbe cercare nella società, nelle famiglie e da ogni anima, dovrebbe essere la pace, tutti gli altri alimenti si rendono insalubri senza di essa, fosse pure le stesse virtù, la carità, il pentimento, senza la pace non portano né sanità né vera santità. Eppure dal mondo di oggi si è scartato questo alimento della pace sì necessario e salubre e non si vuole altro che turbolenze e guerre. Figlia mia, prega, prega”.


(93) Ottobre 14, 1901

Gesù si mostra come un lampo e le fa comprendere qualche cosa degli attributi divini.

Il benedetto Gesù viene alla sfuggita, quasi come un lampo, ed in quel lampo fa uscire da dentro il suo interno, ora uno speciale distintivo d’un suo attributo ed ora un altro. Quante cose fa comprendere in quel lampo! Ma ritiratosi quel lampo, la mente rimane all’oscuro, e non sa adattarsi a ridire ciò che ha compreso in quel lampo di luce; molto più che essendo cose che toccano la Divinità, l’umana lingua stenta a saperle ridire, e quanto più si sforza, più muta ne resta, anzi in queste cose è sempre neonata bambinella. Ma l’ubbidienza vuole che mi sforzi a dire quel poco che posso, ed ecco:

“Mi pareva che tutti i beni, Iddio li contiene in sé stesso, di modo che trovando in Dio tutti i beni che lui contiene, non è necessario andare altrove per vedere l’ampiezza dei suoi confini, no, ma lui solo basta per ritrovare tutto ciò che è suo. Ora, in un lampo mostrava un distintivo speciale della sua bellezza; ma chi può dire quanto è bello? Solo so dire che confrontate tutte le bellezze angeliche ed umane, le bellezze della varietà dei fiori e dei frutti, lo splendido azzurro e stellato cielo, che pare che guardandolo c’incanta e di una bellezza su­prema ci parla, sono ombre o alito che Dio ha mandato della sua bellezza che in esso[53] contiene, ossia quelle piccole gocce di rugiada confrontate alle immense acque del mare; passo innanzi ché la mia mente incomincia a sperdersi. In un altro lampo, un distintivo speciale dell’attributo della carità; ma tre volte santo, come potrò io miserabile aprire bocca su questo attributo che è la fonte da cui tutti gli altri attributi derivano? Dirò solo quello che compresi riguardo all’umana natura.

Onde compresi che Dio nel crearci, questo attributo della carità si riversa in noi e ci riempie tutto di sé, in modo che se l’anima corrispondesse, essendo riempita del soffio della carità di Dio, la stessa natura dovrebbe in carità per Dio trasmutarsi; e come l’anima si va diffondendo nell’amore delle creature o dei piaceri o del­l’interesse o di qualunque altra cosa, così quel soffio divino va uscendo dall’anima; e se giunge [l’amor terreno] a diffondersi in tutto[54], l’anima resta vuota della carità divina. E siccome in cielo non si entra se non si è un complesso di carità purissima, tutta divina, se l’anima si salva, questo soffio ricevuto nell’essere creata, l’andrà a riacquistare a forza di fuoco nelle fiamme purganti, ed allora ne uscirà, quando giungerà fino a traboccarne fuo­ri. Onde chi sa qual tappa lunghissima ne conviene fare in quel luogo espiatorio!

Ora se tale dovrebbe essere la creatura, che sarà il Creatore? Credo che sto dicendo tanti spropositi, ma non me ne faccio meraviglia perché non sono mica qualche dotta, sono sempre un’ignorante, e se c’è qualche cosa di verità in questi scritti, non è mio, ma di Dio, ed io resto sempre l’ignorantella che sono.


(94) Ottobre 21, 1901

La retta intenzione. Tutto ciò che non si fa per Dio va sperduto come polvere da un vento impetuoso.

Questa mattina il benedetto Gesù nel venire pareva che mi faceva cerchio delle sue braccia, come per rinchiudermi dentro, e mentre mi stringeva mi ha detto:

“Figlia mia, quando l’anima fa tutto per me, tutto resta rinchiuso dentro questo cerchio, niente esce fuori, fosse pure un sospiro, un palpito, un movimento qualun­que; tutto entra in me, ed in me tutto resta numerato, ed io in ricompensa li riverso nell’anima, ma tutti raddop­piati di grazia, in modo che l’anima riversandoli un’altra volta in me ed io in lei, viene ad acquistare un capitale sorprendente di grazia; e tutto questo è il mio dilettarmi, cioè dare alla creatura ciò che mi ha dato, come se fosse cosa sua, aggiungendo sempre del mio. E chi con la sua ingratitudine impedisce che gli dia ciò che voglio, impedisce le mie innocenti delizie. Chi poi non opera per me, tutto va fuori del mio cerchio, sperduto come la polvere da un vento impetuoso”.


(95) Ottobre 25, 1901

La privazione fa conoscere da dove vengono le cose e la preziosità dell’oggetto perduto.

Dopo aver passato vari giorni di timore e dubbi sul mio stato, credendolo tutto un lavorio della mia fantasia, e delle volte si fissava tanto la mia mente in questo che giungevo a lamentarmi e a dispiacermi con Nostro Signore, dicendo:

“Che pena, che disgrazia è stata la mia [di] essere vittima della mia fantasia! Credevo di vedere voi ed invece era tutta allucinazione della fantasia; credevo di adempire il vostro Volere stando per tanto tempo in que­sto letto, e chi sa che non è stato un frutto anche della fantasia. Signore, fa pena, fa spavento il solo pensarlo; il tuo Volere raddolciva tutto, ma questo mi amareggia fin nelle midolla delle ossa; deh, datemi la forza d’uscire da questo stato fantastico!”

E mi fissavo tanto da non sapermi distrarre, tanto che giungevo a pensare che la fantasia mi avrebbe preparato un posto nell’inferno, sebbene cercavo di sbrigarmi col dire: “Ebbene me ne servirò della fantasia come poterlo amare nell’inferno”.

Ora mentre mi trovavo in questa fissazione, il benedetto Gesù ha voluto accrescere la mia dolorosa posizione, col muoversi dentro di me dicendo:

“Non dare retta a questo, altrimenti io ti lascio e ti faccio vedere se sono io che vengo oppure è la tua fantasia che travede”.

Con tutto ciò non mi sono impensierita per allora, dicendo: “Ah, sì, non avrà il coraggio di farlo, è tanto buono!” Eppure l’ha fatto di fatto.

È inutile il dire ciò che ho passato parecchi giorni priva di Gesù, andrei troppo per le lunghe, solo il ricordarmi mi gela il sangue nelle vene, perciò passo innanzi. Ora avendo detto tutto ciò al confessore, pare che lui è stato il mio mediatore. Avendo incominciato a pregare insieme che [Gesù] si benignasse a venire, così mi son sentita perdere i sensi, e si faceva vedere da lontano lontano, quasi in cagnesco che non ci voleva venire; io non ardivo, ma il confessore insisteva, unendo l’intenzione che mi avesse partecipato la crocifissione; onde per contentare il confessore si è avvicinato e mi ha partecipato i dolori della croce, e dopo come se avesse fatto pace mi ha detto:

“Era necessario che ti privassi di me, altrimenti non ti saresti convinta se sono io oppure la fantasia. La privazione giova a fare conoscere da dove vengono le cose, e la preziosità dell’oggetto perduto, ed a farne più stima quando si riacquista”.


(96) Novembre 22, 1901

L’io porta l’impronta di tutte le rovine, senza l’io tutto è sicurezza nella Divina Volontà.

Dopo aver passato giorni amarissimi di lacrime, di privazione e di silenzio, il mio povero cuore non ne può più; tanto è lo strazio fuori del mio centro Iddio, che vo’ continuamente sbattuta tra folte onde di fiera tempesta in istato di forte violenza, da subire ad ogni momento la morte, e quel ch’è più di non poter morire. Onde, trovandomi in questa posizione, per poco si è fatto vedere e mi ha detto:

“Figlia mia, quando un’anima fa in tutto la volontà d’un altro, si dice che ha fiducia di quello, perciò vive dell’altrui volere e non del suo; così quando l’anima fa in tutto la Volontà mia, io dico che ha fede. Sicché il Divin Volere e la fede sono rami prodotti da un sol tronco; e siccome la fede è semplice, la fede e il Divin Volere producono il terzo ramo, della semplicità, ed ecco che l’anima viene a riacquistare in tutto le caratteristiche di colomba. Non vuoi tu dunque essere la mia colomba?”

In un’altra occasione, un altro giorno mi disse:

“Figlia mia, le perle, l’oro, le gemme, le cose più preziose, si tengono ben custodite dentro qualche scrigno e con doppia chiave. Che temi tu dunque, se ti tengo ben custodita nello scrigno della santa ubbidienza, custodia sicurissima, dove non una ma due chiavi tengono ben serrata la porta, per tener vietato l’ingresso a qualunque ladro ed anche all’ombra di qualunque difetto? Solo l’io porta l’impronta di tutte le rovine, ma senza l’io, tutto è sicurezza”.


(97) Dicembre 27, 1901

Gesù: ‘Somministratore’ della Santissima Trinità. Scissione tra i preti.

È inutile il dire il [mio] povero stato, come mi son ridotta; sarebbe un voler rincrudelire e far più profonde le piaghe dell’anima mia, perciò passo tutto in silenzio facendo un’offerta al Signore. Onde questa mattina men­tre ne piangevo la perdita del mio adorabile Gesù, è venuto il confessore e mi ha dato l’ubbidienza di pregare il Signore che si benignasse di venire. Pare ch’è venuto, ed avendo il confessore messo l’intenzione della crocifissione, mi ha partecipato i dolori della croce, e mentre ciò faceva ha detto al confessore:

“Io fui somministratore della Santissima Trinità, cioè somministrai alle genti la potenza, la sapienza, la carità delle Divine Persone. Voi essendo mio rappresentante, non dovete far altro che continuare la stessa opera mia presso le anime; e se non v’interessate, venite a spezzare l’opera da me incominciata, ed io mi sento defraudato nell’esecuzione dei miei disegni e son costretto a ritirare la potenza, la sapienza, la carità che vi avrei somministrato, se aveste adempito l’opera da me affidatavi”.

Dopo ciò pareva che mi trasportava fuori di me stessa, e da lontano si vedeva una moltitudine di persone da cui veniva una puzza insopportabile, e Gesù ha detto:

“Figlia mia, che scisso[55] faranno i preti tra loro, e questo sarà l’ultimo colpo per fomentare tra i popoli, partiti e rivoluzione”. E lo diceva tanto amareggiato da far compassione.

Onde dopo ciò, ricordandomi del mio stato gli ho detto:

“Ditemi Signor mio, volete che mi faccia dare l’ub­bidienza che finisca di stare in questo stato, molto più che non soffrendo più come prima, mi veggo inutile?”

E lui mi ha risposto: “Giusto!” Ma tanto afflitto, ed il mio cuore irrequieto come se non avessi voluto che mi avesse risposto così. Onde ho replicato: “Ma, Signore, non che io voglia uscire, ma voglio conoscere il vostro Santo Volere, perché essendo che il mio stato veniva [per]ché voi venivate a me e mi partecipavate le vostre sofferenze, essendo questo cessato, temo che neppure voleste che continui a stare nel letto”.

E Gesù ha detto: “Hai ragione, hai ragione”.

Ma che? Il cuore me lo sentivo crepare per le risposte datemi da Gesù benedetto, ed ho soggiunto:

“Ma mio Signore, ditemi almeno qual è più la maggior gloria vostra: che continuassi a stare ancorché dovessi crepare o che mi faccia dare l’ubbidienza che finisca?”

E Gesù vedendo che non la finivo su ciò, lui stesso ha cambiato discorso col dirmi:

“Figlia mia, mi sento da tutti offeso; vedi, anche le anime divote hanno l’occhio a scrutinare se è o non è colpa, ma emendarsi, estirpare la colpa, non già; segno che non c’è né dolore né amore, perché il dolore e l’a­more sono due unguenti efficacissimi, che applicati al­l’anima la rendono perfettamente guarita; ed uno corrobora e fortifica maggiormente l’altro”.

Ma io pensavo alla mia povera posizione, e volevo ridire di nuovo, per conoscere la Volontà del Signore con chiarezza; ma Gesù mi è scomparso, ed io ritornando in me stessa mi vedevo tutta confusa sul da fare, onde per essere sicura ho esposto tutto all’ubbidienza, la quale vuole che continui a starmi. Sia fatta sempre la Volontà del Signore.


(98) Dicembre 29, 1901

Le tribolazioni sono necessarie per chi vive all’om­bra di Gesù.

Stando tutta oppressa, quando appena ho visto il mio adorabile Gesù, onde guardandomi mi ha detto:

“Figlia mia, [per] chi vive alla mia ombra è necessario che soffino i venti delle tribolazioni, acciocché l’aria infettiva d’intorno non possa penetrarvi anche al di sotto della mia ombra; quindi i continui venti, agitando sempre quest’aria malsana, la tengono sempre lontana e vi fanno spirare un’aria purissima e salubre”.

Detto ciò è scomparso, ed io comprendevo molte cose su ciò, ma non è necessario spiegarmi perché credo ch’è facile comprenderne il significato.


(99) Gennaio 6, 1902

Chi vive la sua vita con Gesù non deve temere la morte.

Stando nel solito mio stato, dopo aver molto aspettato è venuto per poco il mio amantissimo Gesù, e mettendosi a me vicino mi ha detto:

“Figlia mia, chi cerca d’uniformarsi in tutto alla mia vita, non fa altro che accrescere un profumo di più, e distinto, a tutto ciò che feci nella mia vita, in modo da profumare il cielo, tutta la Chiesa, ed anche gli stessi cattivi sentono spirare questo profumo celeste; tanto che tutti i santi non sono altro che tanti profumi e quel che più rallegra la Chiesa ed il cielo perché distinti fra loro. Non solo ciò, ma chi cerca di continuare la mia vita operando ciò che feci dove può, e non potendo, almeno col desiderio e con l’intenzione, io lo tengo nelle mie mani, come se stessi continuando tutta la mia vita in detta anima, non come cosa passata ma come se presentemente vivessi; e questo è un tesoro nelle mie mani, che raddoppiando il tesoro di tutto ciò che operai, lo dispongo a bene di tutto il genere umano. Onde non vorresti tu essere una di queste?”

Io mi son vista tutta confusa e non ho saputo che rispondere, e Gesù mi è scomparso; ma dopo poco è ritornato, ed insieme vedevo varie persone che molto temevano della morte. Ond’io vedendo ciò ho detto:

“Amabile mio Gesù, sarà difetto in me questo non temere la morte, mentre veggo che tanti la temono? Ed io, invece, pensando solo che la morte mi unirà per sempre con te e terminerà il martirio della mia dura separazione, il pensiero della morte non solo non mi dà nessun timore, ma mi è di sollievo, mi dà pace e ne faccio festa, lasciando da banda tutte le altre conseguenze che porta con sé la morte”.

E Gesù: “Figlia, in verità quel timore stravagante di morire è sciocchezza mentre ognuno tiene tutti i miei meriti, virtù ed opere per passaporto per entrare in cielo, avendone [io] fatto a tutti donazione; molto più si profittano di questa mia donazione chi ha aggiunto il suo, e con tutta questa roba, qual timore si può avere della morte? Mentre con questo sicurissimo passaporto l’ani­ma può entrare dove vuole, e tutti per riguardo del passaporto la rispettano e le fanno il passaggio. A te poi, questo non temere affatto la morte, avviene d[all]’aver trattato con me ed avere sperimentato quanto è dolce e cara l’unione col sommo Bene; ma sappi però che il più gradito omaggio che offrire mi si possa, è desiderare di morire per unirsi con me, ed è la più bella disposizione per l’anima per purgarsi, e senza alcuno intervallo passare a dirittura per la via del cielo”.

Detto ciò è scomparso.


(100) Gennaio 11, 1902

L’amore per essere perfetto dev’essere triplice. Parla del divorzio.

Questa mattina avendo fatta la Santa Comunione per poco ho visto il mio adorabile Gesù, ed io appena visto gli ho detto: “Dolce mio Bene, dimmi, continuate a volermi bene?”

E lui: “Sì, però sono amante e geloso, geloso ed amante; anzi ti dico che per essere perfetto l’amore deve essere triplice, ed in me ci sono queste triplici condizioni d’amore. Primo, ti amo come Creatore, come Redentore e come Amante; secondo, ti amo nella mia onnipotenza, che mi serve per crearti e creando[56] tutto per amor tuo, di modo che l’aria, l’acqua, il fuoco e tutto il resto ti dicono che ti amo e per amor tuo li feci. Ti amo come mia immagine e ti amo per riguardo tuo distintamente. Terzo, ti amo ab æterno, ti amo nel tempo e ti amo per tutta l’eternità. E questo non è altro che un alito che è uscito fuori dal mio amore; immagina tu che sarà quel­l’amore che contengo in me stesso. Ora tu sei obbligata a contraccambiarmi questo triplice amore, amandomi come tuo Dio, in cui devi fissare tutta te e niente fare uscire da te che non sia amore per me, amandomi per riguardo tuo e per il bene che a te ne viene, ed amarmi per tutti ed in tutti”.

Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa e mi son trovata in mezzo a tante persone che dicevano: “Se si conferma questa legge, povera donna, tutto le andrà a male!” E tutti aspettavano con ansia di sentire il pro e il contro, e si vedeva ad un altro luogo appartato che stavano molte persone che stavano discutendo tra loro, ed uno di questi prendeva la parola e li riduceva tutti al silenzio, e dopo aver molto stentato è uscito alla porta e ha detto: “Certo, in favore della donna”.

Nel sentire ciò, quelli di fuori tutti facevano festa e quelli di dentro restavano tutti confusi, tanto che non avevano coraggio neppure d’uscire. Credo che sia questa legge del divorzio che dicono[57], ed io comprendevo che non la confermarono.


(101) Gennaio 12, 1902

La cecità degli uomini. Gesù parla del divorzio. Le contraddizioni sono perle preziose.

Pare che continua un poco a venire il mio adorabile Gesù. Anzi questa mattina trasportandomi fuori di me stessa mi faceva vedere i gravi mali della società e le sue grandi amarezze, ed ha versato abbondante in me parte di ciò che l’amareggiava, e dopo mi ha detto:

“Figlia mia, vedi un po’ dove è giunta la cecità degli uomini, fino a voler formare leggi inique e contro loro stessi ed il loro benessere sociale. Figlia mia, perciò ti chiamo di nuovo alle sofferenze, affinché offrendoti con me alla divina giustizia, quelli che la devono combattere questa legge del divorzio ottengano lume e grazia efficace per riuscire vittoriosi. Figlia mia, io tollero che facessero guerre, rivoluzioni, che il sangue dei nuovi martiri inondasse il mondo, questo è onore per me e per la mia Chiesa; ma questa legge brutale è uno sfregio alla Chiesa, ed a me abominevole ed intollerabile”.

Ora mentre ciò diceva, ho visto un uomo che com­batteva contro questa legge, stanco e sfinito di forze, in atto di volersi ritirare dall’impresa. Onde insieme col Si­gnore l’abbiamo rincorato, e quello ha risposto: “Mi veg­go quasi solo a combattere ed impossibilitato ad ottenere l’intento”.

Ed io gli ho detto: “Coraggio, che le contraddizioni sono tante perle di cui il Signore si servirà per ornarvi in cielo”.

E quello ha preso lena ed ha seguitato l’impresa. Dopo ciò ho visto un altro tutto affannato, impensierito non sapendo come decidere, e qualcuno che gli diceva: “Sai che vuoi[58] fare? Esci, esci da Roma”. E quello: “No, non posso. È parola data a mio Padre; metterò la vita, ma uscire non mai”.

Dopo ci siamo ritirati, Gesù è scomparso ed io mi son trovata in me stessa.


(102) Gennaio 14, 1902

Non si è degni di possedere Gesù se non ci si svuota di tutto. In che consiste la vera esaltazione.

Stando nel solito mio stato, è venuto il mio adorabile Gesù e mi ha detto:

“Figlia mia, non può essere veramente degno di me, se non chi ha vuotato tutto da dentro di sé e si è riempito tutto di me, in modo da formare di sé un oggetto tutto d’amore divino, tanto che deve giungere a formare la sua vita il mio amore[59], ed [essa deve giungere] ad amarmi non col suo ma col mio amore”.

Poi ha soggiunto: “Che significa[no] quelle parole: ‘Ha deposto dal trono i potenti ed ha esaltato i piccoli’? Che l’anima distruggendo affatto sé stessa si riempie tutta di Dio; ed amando Dio con Dio medesimo, Iddio esalta l’anima ad un amore eterno, e questa è la vera e la più grande esaltazione ed insieme la vera umiltà”.

Poi ha ripetuto: “Il vero segno per conoscere se si possiede questo amore è se l’anima di niuna cosa si cura che solo d’amar Dio, di farlo conoscere e fare che tutti l’amassero”.

Poi ritirandosi nel mio interno ho sentito che pregava dicendo:

“Sempre Santa ed indivisibile Trinità, vi adoro profondamente, vi amo intensamente, vi ringrazio perpetuamente per tutti e nei cuori di tutti”.

E così l’ho passato, che lo sentivo quasi sempre che pregava dentro di me, ed io insieme con lui.


(103) Gennaio 25, 1902

La febbre dell’amore fa prendere il volo all’anima verso il cielo. Rimproveri di Gesù.

Questa mattina, dopo avere molto stentato, è venuto il mio adorabile Gesù, ed appena visto gli ho detto: “Amato mio Bene, non ne posso più, portatemi una volta per sempre con voi nel cielo oppure lasciatevi per sempre con me su questa terra”.

E lui: “Fammi osservare un poco dove è giunta la febbre del tuo amore, che siccome la febbre naturale quando giunge ad un grado alto ha virtù di consumare il corpo e farlo morire, così la febbre dell’amore se giunge ad un grado altissimo ha virtù di sciogliere il corpo e far prendere il volo all’anima addirittura verso il cielo”.

E mentre ciò diceva, ha preso il mio cuore fra le sue mani come per visitarlo ed ha continuato a dirmi:

“Figlia mia, la forza della febbre dell’amore non è giunta al punto; ci vuole un altro poco”.

Poi faceva atto che voleva versare, ma io non gli dicevo niente; e lui, quasi rimproverandomi, dolcemente ha soggiunto:

“Non sai [che] il tuo dovere, [è] che la prima cosa che dovresti fare nel vedermi è di vedere se c’è in me qualche cosa che mi affligge ed amareggia, e pregarmi che la versassi sopra di te? Questo è il vero amore: soffrire le pene della persona amata per poter vedere in tutto contenta la persona che si ama”.

Io vergognandomi di ciò ho detto: “Signore, versate”. E lui ha versato ed è scomparso.


(104) Gennaio 26, 1902

La Regina Mamma resta arricchita delle tre prerogative della Santissima Trinità.

Questa mattina, mentre mi trovavo nel solito mio stato, mi vedevo innanzi a me una luce interminabile e comprendevo che in quella luce vi dimorava la Santissima Trinità; ed insieme vedevo innanzi a quella luce la Regina Mamma, che restava tutta assorbita dalla Santissima Trinità, e lei che assorbiva in sé tutte e Tre le Divine Persone, in modo tale che restava arricchita delle tre prerogative della Trinità Sacrosanta, cioè: Potente, Sapiente, Carità. E siccome Iddio ama il genere umano come parte di sé e come particella uscita da sé, e desidera ardentemente che questa parte di sé stesso ritorni in lui stesso, così [la] Mamma Regina partecipando a questo, ama il genere umano di sviscerato amore.

Ora mentre ciò comprendevo, ho visto il confessore ed ho pregato la Vergine Santissima che s’interponesse presso la Santissima Trinità per lui, e lei ha fatto un inchino portando la mia prece al trono di Dio, ed ho visto che dal trono divino usciva un flusso di luce che copriva tutto il confessore; e mi son trovata in me stessa.


(105) Febbraio 3, 1902

Offre la sua vita per non far confermare la legge sul divorzio.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa col mio adorabile Gesù bambino fra le braccia. Prima ha versato un po’ di ciò che l’amareggia­va e poi faceva atto di volersene andare, ed io stringendolo fra le mie braccia gli ho detto: “Carino mio e vita della mia vita, che fate, ve ne volete andare? Ed io come faccio? Non vedete che quando son priva di voi è per me un continuo morire? E poi il vostro cuore, che è la stessa bontà, non avrà coraggio di farlo, ed io giammai vi lascerò partire”. E [dicevo ciò] stringendolo forte co­me se le mie braccia fossero divenute catene, onde non potendo svincolarsi, è restato con me taciturno, ed io vedendo i mali della società imperversare maggiormen­te, gli ho detto:

“Dolce mio Bene, dimmi che ne sarà di questo divorzio che dicono, giungeranno a formare questa legge empia o no?”

E lui mi ha detto: “Figlia mia, l’interno dell’uomo contiene un tumore cancrenoso, ripieno di marciume, come se fosse giunto a suppurazione, e non potendo contenerlo più dentro, vogliono dare il taglio a questo tumore, ma non per guarirsi, ma per fare che uscendo fuori parte di questo marciume potesse contaminare, ammorbare tutta la società. Ma il sole divino, quasi nuotando in mezzo alla società, grida continuamente dicendo: ‘Oh! Uomo, non ti ricordi da qual fonte di purità sei uscito? Che qual aura di luce ti richiamavo al tuo cammino? Come, non solo ti sei contaminato, ma vuoi giun­gere ad agire contro natura, quasi volendo dare un’altra forma alla natura che ti ho dato, e dal[60] modo da me stabilito”.

Poi ha detto tante altre cose che io non so dire, e diceva questo con tanta amarezza, che io non potendo resistere di vederlo in quel modo, ho detto:

“Signore, ritiriamoci, non vedete come gli uomini vi amareggiano e quasi non vi danno pace?”

Così ci siamo ritirati nel letto, e volendo sollevare il mio buon Gesù gli ho detto:

“Se tanto vi affligge se gli uomini ciò facessero, io vi offro la mia vita a patire qualunque pena per potere ottenere che a ciò non giungessero; e per fare che in qualunque modo non fosse ributtata, l’unisco al tuo sacrifizio per poter ottenere con sicurezza rescritto di grazia”.

Mentre ciò dicevo, pareva che il[61] Signore servisse la mia offerta per presentarla alla divina giustizia. Lui è scomparso ed io mi son trovata in me stessa. Pare che gli uomini a qualunque costo vogliono confermare almeno qualche articolo di questa legge, non potendo ottenere di confermarla tutta come loro vogliono e [a loro] piace.


(106) Febbraio 8, 1902

Significati della passione di Gesù.

Questa mattina nel venire il mio adorabile Gesù mi ha partecipato parte della sua passione. Ora mentre mi trovavo sofferente, il Signore per rincorarmi mi ha detto:

“Figlia mia, il primo significato della passione contiene gloria, lode, onore, ringraziamento, riparazione alla Divinità. Il secondo è la salvezza delle anime e tutte le grazie che ci vogliono per ottenere lo stesso scopo. Onde chi partecipa alle pene della mia passione, la sua vita contiene in sé questi stessi significati; non solo, ma prende la stessa forma della mia umanità, e siccome detta umanità sta unita con la Divinità, anche l’anima che partecipa alle mie pene sta a contatto con la Divinità e può ottenere ciò che vuole. Anzi le sue pene sono come chiavi per aprire i tesori divini; questo finché vive quaggiù, e poi sta riservato anche al di là del[62] cielo una gloria distinta per sé, che le vien data dalla umanità e Divinità mia, in modo da assomigliarsi alla stessa mia luce e gloria, ed una gloria più speciale per tutta la corte celeste, che le verrà data per mezzo di quest’anima, per ciò che io le ho comunicato; perché quanto più le anime si sono assomigliate a me nelle pene, tanto più da dentro la Divinità uscirà luce e gloria, ed ecco che tutta la corte celeste parteciperà a questa gloria”.

Sia sempre benedetto il Signore, e tutto per sua gloria ed onore.


(107) Febbraio 9, 1902

Gesù si mette a disposizione dell’anima; lei chiede il miracolo di non far confermare il divorzio.

Questa mattina il mio dolcissimo Gesù nel venire mi ha partecipato in abbondanza le sue pene, tanto che mi sentivo come se dovessi morire. Ora mentre mi sentivo in tale stato, il benedetto Gesù intenerito e commosso nel vedermi soffrire si è messo nel mio interno e piegandosi le mani mi ha detto:

“Figlia mia, come tu sei stata a mia disposizione a soffrire, così anch’io per contraccambiarti mi metto a tua disposizione; dimmi che vuoi che faccia ché son pronto a far ciò che tu vuoi”.

Onde io ricordandomi quanto gli dispiacerebbe se gli uomini confermassero la legge del divorzio, ed i mali che alla società ne verrebbero, gli ho detto:

“Dolce mio Bene, giacché vi benignate di mettervi a mia disposizione, voglio che con la vostra onnipotenza operate un prodigio, che incatenando la volontà delle creature non potessero confermare questa legge”.

Ed il Signore pareva che accettava la mia proposta, dicendomi:

“Quasi tutte le vittime che sono state sulla terra e che ora si trovano in cielo tengono qualche stella fulgidissima alle loro corone, che le fanno ben distinguere del posto loro occupato[63]; e queste stelle non sono altro che qualche gloria grande che hanno procurato a Dio, ed insieme un bene grande all’umanità mercé il mezzo loro. Tu vuoi che operassi un prodigio per non far confermare questo divorzio, altrimenti non potrebbe ciò succedere; ebbene per amor tuo farò questo prodigio, e questa sarà la stella più fulgida che risplenderà alla tua corona: cioè per aver con le tue sofferenze impedito che la mia giustizia in questi tristi tempi, alle tante scelleratezze che commettono, permettesse anche questo male che loro stessi hanno voluto. Quindi si può dare più gloria grande a Dio e più bene agli uomini!”


(108) Febbraio 17, 1902

Le spiega cosa è la morte.

Questa mattina dopo avere molto aspettato, finalmente ho trovato il mio dolcissimo Gesù, e querelandomi con lui gli ho detto:

“Diletto mio Bene, come mi fate tanto aspettare? Forse non sapete che senza di voi non posso vivere e l’anima mia prova un continuo morire?”

E lui: “Diletta mia, ogni qual volta tu cerchi me, ti disponi a morire, perché in realtà che cosa è la morte se non l’unione stabile, permanente con me? Tale fu la mia vita, un continuo morire per amor tuo, e questa continua morte fa[64] la preparazione al grande sacrifizio di morire sulla croce per te. Sappi che chi vive nella mia umanità, e delle opere della mia umanità si pasce, forma di sé un grand’albero, pieno di fiori e frutti abbondanti, e questi formano il nutrimento di Dio e dell’anima; chi fuori della mia umanità vive, le sue opere sono odiose a Dio ed infruttuose per sé stesso”.

Dopo ciò, il Signore ha versato abbondante[mente] in me, miste, ed amarezze e dolcezze, e poi abbiamo girato un poco in mezzo alle genti, ed io non sapevo distaccare i miei sguardi dal volto del mio amato Gesù, e lui vedendo ciò mi ha detto:

“Figlia mia, chi si lascia adescare dalle opere del Creatore, lascia sospese le opere delle creature”.

Lui è scomparso ed io mi son trovata in me stessa.


(109) Febbraio 19, 1902

L’anima è come tela che riceve in sé il ritratto del­l’immagine divina.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù si faceva vedere nel mio interno che dormiva, spandendo da sé tanti raggi, di luce indorati. Contenta di vederlo, ma scontenta insieme per non poter sentire la dolcezza e soavità della sua voce creatrice. Onde dopo molto aspettare è ritornato a farsi vedere, e vedendo il mio scontento mi ha detto:

“Figlia mia, nel ministero pubblico è necessario l’uso della voce per farmi intendere, ma nel ministero privato la sola mia presenza basta per tutto, perché vedermi e capire l’armonia delle mie virtù per copiarle in sé stessa è tutto lo stesso; quindi l’attenzione dell’anima deve essere nel vedermi e di uniformarsi in tutto alle operazioni interne del Verbo; perché quand’io tiro l’anima a me, si può dire, almeno per quel tempo che[65] la tengo alla mia presenza, che fa vita divina. Essendo la mia luce come pennello per dipingere, le mie virtù vi somministrano i vari colori, e l’anima è come tela che riceve in sé il ritratto dell’immagine divina. Succede come a quei ponti alti, che quanto più alto, altrettanto precipita nel basso una pioggia dirotta; così l’anima, innanzi alla mia presenza si mette nello stato che le conviene, cioè nel basso, nel nulla, tanto da sentirsi distruggere, e la Divinità a torrente vi piove la grazia e giunge a sommergerla in sé stesso[66]; perciò dev’essere contenta di tutto: se parlo, e contenta se non parlo”.

Mentre ciò diceva mi son sentita come sommergere in Dio, e dopo mi son trovata in me stessa.


(110) Febbraio 21, 1902

Gesù le versa le sue amarezze e dopo riposa tranquillamente sul suo cuore. Una parola ai sacerdoti pre­dicatori di questi tempi.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù si faceva vedere nel mio interno quasi in atto di riposarsi; ma mentre pareva che riposava, come se avesse ricevuto un’offesa che non poteva sopportare, come destandosi mi ha detto:

“Figlia mia, abbi pazienza, fammi versare in te quest’amarezza, che non mi dà riposo”.

Ed in così dire, ha versato in me ciò che l’amareg­giava ed ha preso il suo aspetto dolce in modo da poter riposare. Poi continuava a stare nel mio interno, spandendo tanti raggi di luce in modo da formare una rete di luce da prendere tutti gli uomini dentro di quella rete; solo, chi riceverà più, chi meno di quella luce. Ora mentre ciò vedevo, Nostro Signore mi ha detto:

“Diletta mia, quando faccio silenzio è segno che voglio riposo, cioè che tu ti riposi in me ed io in te. Quando parlo è segno che voglio vita attiva, cioè che mi aiuti nell’opera della salvezza delle anime; perché essendo mie immagini, ciò che [a] loro si fa, lo ritengo fatto a me stesso”.

In dire ciò vedevo parecchi sacerdoti, e Gesù come lamentandosi con loro ha soggiunto:

“Il mio dire fu semplice, tanto da farlo comprendere ai dotti e ai più ignoranti, come si nota con chiarezza nel Santo Vangelo; ed i predicatori di questi tempi, tanti giri e raggiri vi mescolano che i popoli restano digiuni ed an­noiati; si vede che non l’attingono dalla fonte della mia sorgente”.


(111) Febbraio 24, 1902

La Regina Mamma le parla dei suoi dolori. Gesù le parla dei mirabili effetti delle sofferenze; egli continua a parlare sul divorzio.

Stando nel mio solito stato, è venuta la Regina Madre e mi ha detto:

“Figlia mia, i mie dolori come dicono i profeti, furono un mare di dolori, ed in cielo si son cambiati in un mare di gloria, ed in ciascun dolore mio ha[nno] fruttificato altrettanti tesori di grazia; e siccome in terra mi chiamano Stella del mare che con sicurezza guida al porto, così in cielo mi chiamano Stella di luce per tutti i beati, di modo che ne son ricreati di questa luce che mi produssero i miei dolori”.

In questo mentre è venuto il mio adorabile Gesù, dicendomi:

“Diletta mia, non vi è cosa che più mi è cara e gradevole, quanto un cuore giusto che mi ama e vedendomi soffrire mi prega di soffrire essa ciò che soffro io. Questo mi lega tanto ed ha tanta forza sul mio cuore, che per ricompensa le do tutto me stesso, e le concedo le grazie più grandi e ciò che essa vuole; e se ciò non facessi, avendo fatto di me donazione, sento che quante cose non le dono, tanti furti vengo a farle, ossia tanti debiti contraggo con essa”.

Dopo mi ha trasportato fuori di me stessa e Gesù ha soggiunto:

“Figlia mia, vi sono certe offese che superano di gran lunga le stesse sofferenze che soffrii nella mia passione; come quest’oggi ne ho ricevute varie, che se non versassi parte, la mia giustizia mi obbligherebbe a mandare sulla terra fieri flagelli; perciò fammi versare in te”.

Dopo versate non so come, sentendolo parlare delle offese gli ho detto: “Signore, questa legge del divorzio che dicono, è certo che non la confermeranno?”

E lui: “Per ora è certo, che poi da qui a cinque, dieci, venti anni o che ti sospenda da vittima o che ti possa chiamare nel cielo, potranno farlo; ma il prodigio d’in­catenare la loro volontà e di confonderli, per ora l’ho fatto. Ma se sapessi la rabbia che tengono i demoni e quelli che volevano questa legge, che la tenevano per certo d’ottenerla, è tanta che se potessero distruggerebbero qualunque autorità e farebbero strage da per ogni dove. Onde per mitigare questa rabbia e per impedire in parte queste stragi, vuoi tu esporti un poco al loro furore?”

Ed io: “Sì, purché venite con me”.

E così siamo andati ad un luogo dove stavano demoni e persone che parevano furibondi, arrabbiati ed impazziti; appena vistami, sono corsi sopra di me come tanti lupi, e chi mi batteva, chi mi stracciava le carni, avrebbero voluto distruggermi, ma non avevano il potere. Ma io, sebbene ho sofferto molto, non li temevo perché avevo Gesù con me. Dopo ciò mi son ritrovata in me stessa, come ripiena di varie pene. Sia sempre benedetto il Signore.


(112) Marzo 2, 1902

Effetti meravigliosi della fede.

Questa mattina mi sentivo tutta impensierita, come se il Signore volesse di nuovo sottrarmi la sua presenza, e quindi togliermi le sofferenze, ed anche [avvertivo] un po’ di sfiducia. Onde dopo molto aspettare, quando appena è venuto mi ha detto:

“Figlia mia, chi della fede si nutre acquista vita divina e acquistando vita divina distrugge l’umana, cioè distrugge in sé i germi che produsse la colpa originale, riacquistando la natura perfetta come uscì dalle mie mani, simile a me; e con ciò viene a superare in nobiltà la stessa natura angelica”.

Detto ciò è scomparso.


(113) Marzo 3, 1902

Gesù le spiega il perché dei castighi.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù non ci veniva, ed io mi sentivo morire per la sua assenza. Onde verso l’ultima ora, mosso di me a compassione, è venuto e baciandomi mi ha detto:

“Figlia mia, è necessario che qualche volta non venga, altrimenti come darei sfogo alla mia giustizia? E gli uomini, vedendo che io non li castigo, non farebbero altro che imbaldanzire sempre più; quindi son necessarie le guerre, le stragi. Il principio ed il mezzo sarà dolorosissimo, ma la fine sarà giocondissima; e poi tu lo sai che la prima cosa è la rassegnazione alla mia Volontà”.


(114) Marzo 5, 1902

Il mal esempio dei capi.

Questa mattina mi son trovata fuori di me stessa, e dopo essere andata in cerca del mio adorabile Gesù, l’ho ritrovato; ma con mia sorpresa ho visto che teneva conficcate nei piedi, sotto alle piante, tante spine che gli davano dolore e gl’impedivano di camminare. Tutto afflitto si è gettato nelle mie braccia quasi volendo trovare riposo e farsi togliere da me quelle spine; io me lo sono stretto e gli ho detto:

“Dolce amor mio, se foste venuto nei giorni scorsi non vi sareste conficcate tante spine; al più, come se ne conficcava qualcuna, così ve l’avrei tirata; ecco che avete fatto col non venire”. E mentre ciò io dicevo gli andavo tirando tutte quelle spine, ed i piedi del benedetto Gesù sgorgavano sangue, e lui spasimava per il forte dolore. Dopo ciò, come se si fosse rinfrancato, ha voluto anche versare e poi mi ha detto:

“Figlia mia, che corruzione nei popoli, che storti sentieri vi battono; ma a ciò ha influito il mal esempio dei capi, mentre chi possiede la minima [parte] di qualunque autorità, lo spirito di disinteresse dev’essere luce per farlo distinguere che è capo, e la giustizia da lui esercitata dev’essere come folgore da colpire gli occhi degli astanti, in modo da non poterli far muovere da lui e dai suoi esempi”. Detto ciò è scomparso.


(115) Marzo 6, 1902

Gesù viene spogliato d’ogni principato, d’ogni regime e d’ogni sovranità.

Questa mattina il mio adorabile Gesù nel venire si faceva vedere tutto nudo, cercando come coprirsi nel mio interno, dicendomi:

“Figlia mia, mi hanno spogliato d’ogni principato, d’ogni regime, d’ogni sovranità; e per riacquistare questi miei diritti sopra le creature è necessario che spogli loro e quasi li distrugga, ed in questo conosceranno che dove non c’è Dio per principio, per regime e per Sovrano, tutto porta alla distruzione di loro stessi, e quindi alla fonte di tutti i mali”.


(116) Marzo 7, 1902

L’anima, innanzi alla presenza divina, acquista in se stessa e copia i modi dell’operare divino.

Trovandomi nel solito mio stato, quando appena ho visto il mio amante Gesù e mi ha detto:

“Figlia mia, quando tiro l’anima innanzi alla mia pre­senza, [essa] ha questo bene: che acquista in sé stessa e copia i modi dell’agire divino, in modo che trattando poi con le creature, [esse] sentono in loro stesse la forza dell’agire divino, che detta anima possiede”.

Dopo ciò mi sentivo un timore, cioè che quelle cose che faccio nel mio interno, se fossero accettevoli o no al Signore; e lui ha soggiunto:

“Perché temi mentre la tua vita è innestata con la mia? E poi, tutto ciò che fai nel tuo interno è stato infuso da me, e molte volte l’ho fatto io insieme con te, suggerendoti il modo come farli e come fossero a me graditi; altre volte ho chiamati gli angioli ed uniti insieme hanno fatto ciò che tu facevi nel tuo interno; ciò significa che gradisco quello che tu fai e che io stesso ti ho insegnato, perciò seguita e non temere”.

Così sono restata tranquillizzata.


(117) Marzo 10, 1902

La pena dell’amore è più terribile dell’inferno.

Trovandomi nel solito mio stato, mi sentivo fuori di me stessa andando cercando il mio adorabile Gesù e non lo trovavo; ripetevo le ricerche, i pianti, ma tutto invano, non sapevo più che fare, il mio povero cuore agonizzava ed assorbiva un dolore tanto acuto da non saperlo spiegare; so dire solo che non so come sono restata viva. Mentre mi trovavo in questa dolorosa situazione, ma sempre cercandolo senza potermi un momento astenere di fare nuove ricerche, finalmente l’ho trovato e gli ho detto: “Come, Signore, ti fai meco crudele? Vedi un poco tu stesso se son pene che possa io tollerare”.

“E tutta sfinita mi sono abbandonata nelle sue braccia; e Gesù tutta compatendomi e guardandomi mi ha detto:

“Figlia diletta mia, hai ragione, quietati che sto con te e non ti lascerò. Povera figlia, come soffri, la pena dell’amore è più terribile dell’inferno; che cosa tiranneggia di più, l’inferno o un amore contrapposto, un amore odiato? Che cosa può tiranneggiare un’anima di più dell’inferno? Un amore amato. Se tu sapessi quanto io soffro nel vederti per causa mia tiranneggiata da questo amore; per non farmi soffrire tanto dovresti stare più quieta quando ti privo della mia presenza. Immagina tu stessa: se io tanto soffro nel veder soffrire chi non mi ama e mi offende, quanto più soffrirò nel veder soffrire chi mi ama?”

Onde io nel sentire ciò, commossa ho detto: “Signore, dimmi almeno se vuoi che mi sforzi d’uscire da questo stato senza aspettare il confessore quando non venite”.

E lui ha soggiunto: “Non voglio, no, che tu esci da questo stato prima che venga il confessore; lascia ogni timore, io mi metto nel tuo interno tenendoti le tue mani nelle mie, ed al contatto delle mie mani conoscerai che sto con te”.

Così, quando mi viene l’ansia di volerlo, mi sento stringere le mani da quelle di Gesù, e sentendo il contatto divino mi quieto e dico: “È vero, sta con me”. Altre volte venendo più forte il desio di vederlo, mi sento stringere più forte le mani dalle sue e mi dice:

“Luisa, figlia mia, sto qui, qui sto; non mi cercare altrove”. E così pare che sto più quieta.


(118) Marzo 12, 1902

Minacce di castighi.

Seguitando a vedere nello stesso modo il mio adorabile Gesù, cioè nel mio interno, ma lo vedevo dietro di me, di spalle al mondo, con un flagello nella mano in atto di mandarlo sopra le creature, e con ciò pareva che succedevano castighi sopra i ricolti, mortalità di gente; e nell’atto di mandare quel flagello ha detto parole di minacce, tra le quali mi ricordo solamente:

“Io non volevo, ma voi stessi avete cercato che vi sterminassi; ebbene vi esterminerò”. Ed è scomparso.


(119) Marzo 16, 1902

Non si deve cercare il comodo proprio né la stima ed il piacere altrui, ma il solo ed unico piacere di Dio.

Oh, quanto si stenta per farlo venire un poco! È un continuo crepacuore e timore, [che] ancora più non viene. Oh, Dio, che pena! Non so come si vive, sebbene si vive morendo. Onde per poco si è fatto vedere in uno stato compassionevole, con un braccio troncato; tutto afflitto mi ha detto:

“Figlia mia, vedi che mi fanno le creature; come vuoi tu che non li castighi?”

E mentre ciò diceva, pareva che prendesse una croce alta, le di cui braccia pendevano da[67] sei o sette città, e succedevano diversi castighi. Nel vedere ciò ho molto sofferto, e lui volendomi distrarre da quella pena ha soggiunto:

“Figlia mia, tu soffri molto quando ti privo della mia presenza; questo di necessità ti deve succedere, perché essendo stata per tanto tempo vicina, immedesimata col contatto della Divinità, e quindi hai[68] goduto a tuo bell’agio tutto il piacevole della luce divina; e quanto più uno ha goduto luce, tanto più sente la privazione di detta luce, e le noie, i fastidi e le pene che portano con sé le tenebre”.

Poi ha ripetuto: “Però la cosa principale d’ognuno è che in ogni suo pensiero, parola ed opera, non cerchi il comodo proprio né la stima ed il piacere altrui, ma [il] solo ed unico piacere di Dio”.


(120) Marzo 18, 1902

L’inquietudine fa soffrire Gesù.

Questa mattina mi sentivo inquieta per l’assenza del mio adorabile Gesù, onde avendo fatto la comunione, appena venuto nel mio cuore ho cominciato a dire tanti spropositi: “Dolce mio Bene, non è cosa di star quieta quando non venite; voi vedendomi calma ve ne abusate, e non vi date nessun pensiero di venire; quindi è necessario fare passi, altrimenti non si riesce”.

Lui nel sentirmi si è mosso nel mio interno è si è fatto vedere in atto di sorridere ché sentiva i miei spropositi, e mi ha detto:

“Tu poi, vuoi che soffra; perché sapendo che se tu stai inquieta io vengo più a soffrire, non cercando di star quieta è lo stesso che volermi far più soffrire”.

Ed io, pazza come stavo ho detto: “Meglio che soffrite, perché dalla stessa sofferenza vostra potete avere più compassione della mia sofferenza; e poi la sofferenza che vi viene dal peccato, quella è brutta; basta che non è quella”.

E Gesù: “Ma se io vengo tu mi costringi a non far castighi, mentre sono tanto necessari, allora dovresti conformarti meco a volere ciò che voglio io”.

Ed io ricordandomi ciò che avevo visto nei giorni passati, ho detto: “Che castighi? Che, volete far morire le genti? Fateli morire, una volta devono venire a voi ed alla patria propria, purché li salvate; quello che voglio è che li liberate dai mali contagiosi”.

Il Signore non mi ha dato retta ed è scomparso. Ritornando a venire si faceva vedere sempre con le spalle voltate al mondo, e più[69] che ho fatto, non mi è riuscito a farlo guardare, e quando lo volevo costringere per forza:

“Non mi forzare, altrimenti mi costringi a privarti della mia presenza”.

Onde son rimasta con un rimorso, e mi sento d’aver fatto tanti difetti.


(121) Marzo 19, 1902

Le creature si sono corrotte di propria volontà.

Continuando il rimorso, ma però il Signore ha continuato a venire, e volendo riparare ciò che avevo fatto il giorno innanzi, gli ho detto: “Signore, andiamo a vedere ciò che fanno le creature, sono tue immagini, non volete aver compassione di loro?”

E lui: “No, non voglio andare; di volontà propria si sono corrotti, ed io permetterò che ciò che serve per loro alimento servirà loro d’infezione; vuoi andare tu ad aiutare, a confortare, a far qualche cosa? Va; ma io no”.

Così ho lasciato il mio diletto Gesù ed io sono andata in mezzo alle creature; ho aiutato a ben morire qualcuno e poi ho visto da dove veniva l’aria infetta ed ho fatto varie penitenze per allontanarla, e poi me ne sono ritornata, e continuava a farsi vedere il benedetto Gesù, ma in silenzio.


(122) Marzo 23, 1902

L’appoggio della vera santità è la conoscenza di se stesso.

Dopo aver molto stentato, è venuto il mio dolcissimo Gesù, e mi ha detto:

“Figlia mia, l’appoggio della vera santità sta nella conoscenza di sé stesso”.

Ed io: “Davvero?”

E lui: “Certo, perché la conoscenza di sé stesso disfà sé stesso, e si appoggia tutto nella conoscenza che acquista di Dio, in modo che il suo operare è lo stesso operare divino, non rimanendo più nulla dell’essere proprio”.

Poi ha soggiunto: “Quando l’interno si imbeve, si occupa tutto di Dio e di tutto ciò che a lui appartiene, Iddio comunica tutto sé stesso all’anima; quando poi l’interno si occupa ora di Dio, ora di altre cose, Iddio si comunica in parte all’anima”.


(123) Marzo 27, 1902

Ammaestramenti di Gesù sulla giustizia.

Trovandomi fuori di me stessa, sono andata cercando il mio dolcissimo Gesù, e mentre giravo l’ho visto in braccio alla Regina Madre; stanca come stavo, tutta ardita l’ho quasi strappato e me lo sono preso fra le mie braccia dicendogli: “Amor mio, questa è la promessa di non dovermi lasciare, mentre nei giorni scorsi poco o niente ci siete venuto?”

Ed egli: “Figlia mia, con te ci stavo, solo che non mi hai veduto con chiarezza, e poi se i tuoi desideri fossero stati tanto ardenti da bruciare il velo che t’impediva di vedermi, mi avresti certo veduto”. Poi, come se avesse voluto farmi un’esortazione, ha soggiunto:

“Non solo devi essere retta, ma giusta; e nella giustizia entra l’amarmi, lodarmi, glorificarmi, ringraziarmi, benedirmi, ripararmi, adorarmi, non solo per sé ma per tutte le altre creature; questi sono diritti di giustizia che esigo da ogni creatura e che come Creatore mi spettano, e chi mi nega uno solo di questi diritti non può dirsi mai giusto. Perciò pensa a compiere il tuo dovere di giustizia, che nella giustizia troverai il principio, il mezzo e il fine della santità”.


(124) Marzo 30, 1902

Vede la risurrezione. Veste di luce dell’umanità risorta di Gesù.

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, ho visto per poco il mio adorabile Gesù nell’atto della sua risurrezione, tutto vestito di luce risplendente, tanto che il sole restava oscurato dinanzi a quella luce. Ond’io sono restata incantata ed ho detto: “Signore, se non sono degna di toccare la tua umanità glorificata, fatemi toccare almeno le vostre vesti”.

E lui mi ha detto: “Diletta mia, che dici? Dopo che fui risorto non ebbi più bisogno di vesti materiali, ma le mie vesti sono di sole, di luce purissima che copre la mia umanità e che risplenderà eternamente dando gaudio indicibile a tutti i sensi dei beati comprensori. E questo è stato concesso alla mia umanità, perché non ebbi parte di essa che non fosse coperta d’obbrobri, di dolori e di piaghe”.

Detto ciò è scomparso, senza che ho trovato né l’umanità né le vesti, ossia mentre le prendevo fra le mani le sue sacre vesti, mi sfuggivano e non me le trovavo.


(125) Aprile 4, 1902

Distruggendo i beni morali, si distruggono anche i beni fisici e temporali.

Continuando il mio solito stato, il mio adorabile Gesù viene, ma quasi sempre in silenzio, ossia mi dice qualche cosa appartenente alla verità, e succede che fin quando sta il Signore la comprendo e mi pare che saprò ridire, ma scomparendo mi sento tirare quella luce di verità infusami e non so ridirne niente. Questa mattina poi, ho dovuto molto stentare nell’aspettarlo, e nel venire mi ha trasportato fuori di me stessa, facendosi vedere molto sdegnato. Onde io per placarlo ho fatto vari atti di pentimento, ma a Gesù pareva che non gliene piaceva nessuno; io tutta mi affannavo nel variare gli atti di pentimento, chi sa potesse qualcuno piacergli; alla fine gli ho detto:

“Signore, mi pento delle offese fatte da me e da tutte le creature della terra, e mi pento e mi dispiace per il solo fine[70] che abbiamo offeso voi, sommo Bene, che mentre meritate amore, noi abbiamo ardito di darvi offese”.

Con questa ultima parve il Signore compiaciuto e mitigato. Dopo ciò mi ha trasportato in mezzo ad una via dove stavano due uomini in forma di bestie, tutti intenti a distruggere ogni sorta di bene morale. Parevano forti come leoni, ed ubriachi di passione; al solo vederli mettevano terrore e spavento. Il benedetto Gesù mi ha detto:

“Se vuoi un poco placarmi, va a passare da mezzo a quegli uomini, a convincerli del male che fanno, affrontando il loro furore”.

Sebbene un po’ timida, pur sono andata, ed appena vistami mi volevano ingoiare, io però gli ho detto:

“Permettete che parli e poi fatemi quel che volete: dovete sapere che se giungerete al vostro intento di distruggere qualunque bene morale appartenente a religione, virtù, dipendenza e benessere sociale, voi senza avvedervi dell’errore verrete a distruggere insieme tutti i beni fisici e temporali, perché per quanto si toglie ai beni morali, altrettanto si raddoppiano i mali fisici. Quindi senza avvedervi andate contro voi stessi, distruggendo tutti quei beni caduchi e passeggeri che tanto amate; non solo, ma andate cercando chi distrugge la vostra stessa vita, e sarete causa di far versare lacrime amare ai vostri superstiti”.

Poi ho fatto un atto grandissimo d’umiltà, che non lo so neppure ridire, e quelli sono restati come uno che le[71] passa lo stato di pazzia, e tanto deboli che non avevano forza neppure di toccarmi; così sono passata libera e comprendevo che non c’è forza che può resistere alla for­za della ragione e dell’umiltà.


(126) Aprile 16, 1902

Modo per reprimere le passioni. L’importanza dei primi moti di esse.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde io non vedendolo venire ho detto: “Che me ne sto più a fare in questo stato, se l’oggetto che mi teneva rapita più non viene? Meglio che la finisco una volta”.

Mentre ciò dicevo è venuto per poco il mio dolce Gesù e mi ha detto:

“Figlia mia, tutto il punto sta nel reprimere i primi moti; se l’anima sta attenta in questo, tutto andrà bene; se poi no, ai primi moti non repressi usciranno le passioni fuori e romperanno la fortezza divina, che come siepe circonda l’anima per tenerla ben custodita e [per] allontanarle i nemici che sempre cercano d’insidiare e di nuocere alla povera anima; ma però se appena avvertita entra in sé stessa, si umilia, si pente e con coraggio vi pone rimedio, la fortezza divina vi si serra di nuovo intorno all’anima; se poi non vi pone rimedio, rotta che sta la divina fortezza, darà la rotta a tutti i vizi. Quindi attenta ai primi moti, pensieri, parole che non siano retti e santi - ché sfuggiti che ti siano i primi, non è più l’anima che regna, ma le passioni che padroneggiano - se vuoi che la fortezza non ti lasci sola un solo istante”.


(127) Aprile 25, 1902

La croce è sacramento

Questa mattina mi son trovata fuori di me stessa, e dopo essere andata in cerca del mio dolce Gesù, l’ho ritrovato, ma in atto tanto compassionevole da spezzare il cuore: teneva le mani piagate, [r]attratte per l’asprezza del dolore che non si potevano toccare. Io ho fatto per toccare per poter stendergli le dita e rimarginarne le piaghe, ma non ho potuto, ché il benedetto Gesù piangeva per il forte dolore. Allora non sapendo che fare, me lo sono stretto e gli ho detto:

“Amante mio Bene, è da qualche tempo che non mi avete partecipato i dolori delle vostre piaghe, forse perciò si sono così inasprite; vi prego a farmi parte delle vostre pene, così soffrendo io si possano mitigare le vostre”.

Mentre così dicevo è uscito un angelo con un chiodo in mano e mi ha trapassato le mani ed i piedi, e come conficcava il chiodo nelle mani, così si andavano rallentando le dita e restavano rimarginate le piaghe del mio caro Gesù. E mentre io soffrivo, il Signore mi ha detto:

“Figlia mia, la croce è sacramento. Ognuno dei sacramenti contiene i suoi effetti speciali: chi toglie la col­pa, chi conferisce la grazia, chi unisce con Dio, chi dona la forza, e tant’altri effetti; e la sola croce unisce tutti insieme questi effetti, producendoli nell’anima con tale efficacia da renderla in pochissimo tempo simile all’ori­ginale donde uscì”.

Dopo ciò, come se avesse voluto prendere riposo si è ritirato nel mio interno.


(128) Aprile 29, 1902

Chi tutto vuole da Dio, deve dare tutto se stesso a Dio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù per poco è venuto dicendomi:

“Figlia mia, chi tutto vuole da Dio, deve dare tutto sé stesso a Dio”.

E si è fermato senza dirmi più niente per allora; onde io vedendolo a me vicino gli ho detto: “Signore abbiate compassione di me, non vedete come tutto è arido e disseccato? Mi pare che sono divenuta tanto secca, come se mai avessi avuto goccia di pioggia”.

E lui: “Meglio così. Non lo sai tu che quanto più le legna son secche, tanto più facile il fuoco le divora e le converte in fuoco? Basta una sola scintilla per accederle; ma se son piene d’umori e non ben disseccate, ci vuol gran fuoco per accenderle e molto tempo per convertirle in fuoco. Così nell’anima, quando tutto è secco basta una sola scintilla per convertirla tutta in fuoco d’amor divino”.

Ed io: “Signore, mi burlate; come, allora, tutto è brutto? E poi che cosa dovete bruciare se tutto è secco?”

E lui: “Non ti burlo, e tu stessa non lo comprendi che quando tutto non è secco nell’anima, umore è la compiacenza, umore è la soddisfazione, umore il proprio gusto, umore è la stima propria? Invece quando tutto è secco e l’anima opera, questi umori non hanno da dove nascere, ed il fuoco divino, trovando la sola anima nuda, secca, come da lui fu creata, senz’altri umori estranei, essendo roba sua gli riesce facilissimo convertirla nel suo stesso fuoco divino. E dopo ciò io le infondo un abito di pace, venendo conservata questa pace dall’ubbidienza interna e custodita dall’ubbidienza esterna; questa pace partorisce tutto Dio nell’anima, cioè tutte le opere, le virtù, i modi del Verbo umanato, in modo che si scorge in essa la sua semplicità, l’umiltà, la dipendenza della sua vita infantile, la perfezione delle sue virtù adulte, la mortificazione e crocifissione del suo morire; ma questo incomincia sempre che chi vuole tutto Cristo, deve dare tutto a Cristo”.


(129) Maggio 16, 1902

Due stati sublimi.

Questa mattina dopo aver molto stentato, è venuto il mio dolcissimo Gesù, ed io appena visto me lo sono stretto tanto e gli ho detto:

“Caro mio Bene, questa volta ti stringerò tanto da non farti più sfuggire”.

In questo mentre mi son sentita tutta riempita di Dio, come se fossi inondata, in modo che le mie potenze dell’anima sono restate come incantate ed inoperose, solo che guardavano. Dopo essere stata qualche poco in questa inoperosa, ma dolce e gradita posizione, il mio adorabile Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, alcune volte riempio tanto di me stesso l’anima, che l’anima sperdendosi in me resta come oziosa; altre volte le lascio qualche parte vuota ed allora l’anima, innanzi alla mia presenza, vi traffica mirabilmente, e rompendo in atti di lode, di ringraziamento, d’amore, di riparazione ed altro, in modo che riempie di questi [atti], quei vuoti che le lascio. Ma però questi due stati sono ambedue sublimi, e si danno a vicenda la mano”.


(130) Maggio 22, 1902

La Santissima Vergine incita Gesù a far soffrire Luisa.

Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù non ci veniva, ed oh, quanto ho dovuto soffrire!, e quanti spropositi ho detto è inutile il dirlo. Onde dopo essermi stancata ben bene, mi son sentita una persona vicina, ma non vedevo il volto; ho steso la mano per trovarlo e l’ho trovato che stava [con] la sua testa poggiata sopra la mia spalla, svenuto; l’ho guardato ed ho conosciuto il mio dolce Gesù, e mi pareva svenuto per i tanti spropositi che ho detto; quindi appena visto che rinveniva, non sapevo quant’altri spropositi volevo dirgli, ma Gesù mi ha detto:

“Chetati, chetati, non voler più dire, altrimenti mi farai venir meno; il tuo tacere mi farà prendere vigore e così potrò almeno baciarti, abbracciarti e renderti contenta”.

Così mi son lasciata in silenzio, ed ambedue ci siamo baciati molte volte e Gesù mi faceva tante dimostrazioni d’amore, ma non so spiegarlo. Dopo ciò mi son trovata fuori di me stessa ed andavo cercando il diletto dell’anima mia, e non trovandolo ho alzato gli occhi al cielo, chi sa lo potessi di nuovo rinvenire, ed ho visto che ci stava la Regina Madre e Gesù Cristo voltate le spalle, che contendevano insieme; e siccome non voleva dare retta alla Madre, perciò stava voltato di spalle tutto pieno di furore, e pareva che dalla bocca gli usciva il fuoco dell’ira sua. Ed io ho capito solo che Nostro Signore in quel giorno voleva col fuoco della sua ira distruggere tutto ciò che serviva all’alimento dell’uomo; e la Santissima Vergine non voleva, e Gesù che diceva:

“Ma a chi sfogare questo fuoco acceso, dell’ira mia?”

E la Madre che diceva: “Stai con chi potete sfogarlo - additando me - non la vedi che sta sempre pronta ai nostri voleri?”

E Gesù nel sentire ciò si è voltato alla Madre, come se si fossero combinati insieme, hanno chiamato gli angeli, dando a ciascuno di essi una scintilla di quel fuoco che usciva da Gesù Cristo, e quelli l’hanno portato[72] a me, mettendole una nella bocca e le altre alle mani, ed ai piedi, ed al cuore. Io soffrivo, mi sentivo divorare, amareggiare da quel fuoco, ma però mi sentivo rassegnata a tutto sopportare. Il benedetto Gesù e la Madre erano spettatori delle mie sofferenze, e Gesù pareva in qualche modo rappacificato. In questo mentre mi sono trovata in me stessa e stava il confessore per chiamarmi all’ubbi­dienza, secondo il solito, quando nel meglio invece di chiamarmi all’ubbidienza ha messo l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione. Gesù ha concorso a parteciparmi le sue pene, pareva che il confessore ha compiuto l’opera incominciata dalla Regina Madre. Sia tutto a gloria di Dio e sempre benedetto.


(131) Giugno 2, 1902

Il trono di Gesù è composto di virtù. L’anima che possiede le virtù lo fa regnare nel suo cuore.

Questa mattina, dopo avere molto stentato, Gesù benedetto si è mosso nel mio interno ed ho visto che ci stava dietro di me, abbracciato, sostenuto come da un’al­tra persona; io son restata meravigliata nel vedere ciò e Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, l’interno dell’anima è un ripieno di passioni, e come l’anima va abbattendo le passioni, così prende posto ciascuna virtù corredata da gradi di grazia, e secondo che la virtù va perfezionandosi, così la grazia vi somministra i suoi gradi. E siccome il mio trono è composto di virtù, così l’anima che possiede le virtù mi somministra le braccia, il trono come poter regnare nel suo cuore, e tenermi continuamente abbracciato e corteggiato, fino a deliziarmi con essa. Essendo che l’ani­ma può macchiarsi, ma la virtù resta sempre intatta, e finché[73] l’anima la sa tenere, [la virtù] sta con essa; quando no, se ne fa a me ritorno, cioè da donde era uscita. Perciò non ti meravigliare se mi hai visto così nel tuo interno”.


(132) Giugno 15, 1902

L’amore non è un attributo di Dio, ma la sua stessa natura. L’anima che veramente ama Gesù non può perdersi.

Trovandomi nel mio solito stato, il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa e mi ha detto:

“Figlia mia, tutte le virtù possono dirsi che sono le mie doti ed i miei attributi, ma l’amore non può dirsi che sia un mio attributo, ma la mia stessa natura. Onde tutte le virtù formano il mio trono e le mie qualità, ma l’amore forma me stesso”.

Nel sentire ciò mi son ricordata che il giorno innanzi avevo detto ad una persona che temeva sull’incer­tezza della salvezza, che chi veramente ama Gesù Cristo può essere sicuro di salvarsi; io per me, lo ritengo per impossibile che Nostro Signore allontani da sé un’anima che di tutto cuore l’ama, perciò pensiamo ad amarlo e terremo in proprio pugno la nostra salvezza.

Onde, ho domandato all’amante Gesù se col dir ciò avevo detto male, e lui ha soggiunto:

“Diletta mia, con ragione ciò tu dicesti, perché l’amore ha questo di proprio, di formare di due oggetti uno solo, di due volontà una sola. Onde l’anima che mi ama forma con me una sola cosa, una sola volontà; come può dunque separarsi da me? Molto più che essendo la mia natura amore, dove trova qualche scintilla d’amo­re nell’umana natura, subito l’unisce all’amore eterno. Onde, come è impossibile formare di una anima due anime, d’un corpo due corpi, così è impossibile di andar perduta[74] chi veramente mi ama”.


(133) Giugno 17, 1902

La mortificazione produce la gloria.

Questa mattina, quando appena ho visto il mio diletto Gesù, e pareva che teneva una carta scritta in mano, dove si leggeva:

“La mortificazione produce la gloria. Chi vuol trovare la fonte di tutti i piaceri, deve allontanarsi da tutto ciò che può a Dio dispiacere”.

Detto ciò è scomparso.


(134) Giugno 29, 1902

Gesù parla della Francia.

Questa mattina quando appena ho visto il mio adorabile Gesù ho sentito che diceva, senza saperne [io] il perché:

“Povera Francia, povera Francia! Ti sei inalberata ed hai rotto e spezzato le leggi più sacre disconoscendomi per tuo Dio, e ti sei resa d’esempio alle altre nazioni per attirarle al male, ed il tuo esempio ha tanta forza che le altre nazioni stanno per rovinare; ma sappi però che in castigo di ciò sarai conquista[ta]”.

E dopo ciò si è ritirato nel mio interno e sentivo che cercava aiuto, pietà, compassione di tante sue pene. Era cosa straziante sentire che Gesù benedetto voleva aiuto dalle sue creature.


(135) Luglio 1, 1902

Le vere vittime devono esporsi alle stesse pene di Gesù. Macchinazioni contro la Chiesa e contro il Papa.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa inginocchiata sopra un altare, insieme con altre due persone. In questo mentre è uscito Gesù Cristo sopra di questo altare ed ha detto:

“Le vere vittime devono avere comunicazione con la mia stessa vita, devono fruire di me stesso ed esporsi alle mie stesse pene”.

Mentre ciò diceva, ha preso una pisside in mano ed a tutte e tre ci ha fatto la comunione. Dopo ciò, dietro quell’altare pareva che stava una porta che sporgeva in mezzo ad una strada piena di gente e zeppa zeppa di demoni, in modo che non si poteva camminare senz’es­sere premuta da loro, che essendo piena di spine acutissime non si poteva far movimento senza sentirsi pungere fin dentro le proprie carni. A qualunque costo avrei voluto sfuggire[75] da quei diabolici furori, e quasi mi sforzavo di farlo, ma non so chi mi ha impedito col dirmi:

“Tutto ciò che tu vedi sono macchinazioni contro la Chiesa e contro il Papa. Vorrebbero che il Papa uscisse da Roma, invadendo [essi] il Vaticano ed appropriandolo[76]; e se tu vorresti[77] sottrarti da queste molestie, gli uomini ed i demoni prenderanno forza e faranno uscir fuori queste spine che pungeranno la Chiesa acerbamente; e se tu ti contenterai di soffrirle resteranno infiacchiti l’uno e l’altro”.

Nel sentire ciò mi sono arrestata, ma chi può dire ciò che ho passato e sofferto? Mi credevo che non dovessi più uscire da mezzo a quei diabolici spiriti, ma dopo essere stata quasi una notte, la protezione divina mi ha liberato.


(136) Luglio 3, 1902

Gesù le parla della sua vita eucaristica.

Continuando il mio solito stato mi son trovata fuori di me stessa, dentro una chiesa, e non trovando il mio adorabile Gesù sono andata a bussare ad una custodia[78] per farmi da lui aprire, e non aprendomi, fatta ardita io stessa l’ho aperta ed ho trovato il mio solo ed unico Bene. Chi può dirne il contento? Sono rimasta come estatica nel guardare una bellezza indicibile. E Gesù nel vedermi si è slanciato nelle mie braccia e mi ha detto:

“Figlia mia, ogni periodo della mia vita riscuote dal­l’uomo distinti e speciali atti e gradi d’imitazione, d’amo­re, di riparazione ed altro. Ma il periodo della mia vita eucaristica, siccome è tutta vita di nascondimento, di trasformazione e di continua consumazione - tanto che posso dire che il mio amore, dopo ch’è giunto all’ec­cesso, è anche consumato, non potendo trovare nella mia infinita sapienza altri segni esterni di dimostrazione d’amore per l’uomo - e siccome l’incarna­zione, la vita e passione di croce riscuote amore, lode, ringraziamento, imitazione, la vita sacramentale riscuote dall’uomo un amore estatico, amore di disperdimento in me, amore di perfetta consumazione, e consumandosi l’anima nella mia stessa vita sacramentale, può dire di fare presso la Divinità quegli stessi uffizi che continuamente sto facendo presso Dio per amore degli uomini. E questa consumazione trasboccherà[79] l’anima alla vita eterna”.


(137) Luglio 7, 1902

L’umiliazione con Cristo fa cominciare l’esaltazione con Cristo.

Questa mattina non venendo il benedetto Gesù, mi sentivo tutta confusa ed umiliata; onde dopo aver molto stentato, quando appena si è fatto vedere dicendomi:

“Luisa umiliata sempre con Cristo”.

Ed io compiacendomi e desiderando d’essere con Cristo umiliata, ho detto:

“Sempre, o Signore”.

E lui ha ripetuto: “Ed il sempre dell’umiliazione con Cristo, farà cominciare il sempre dell’esaltazione con Cristo”.

Sicché comprendevo che quante umiliazioni subisce l’anima con Cristo e per amor di Cristo, e se queste sono continue, il Signore altrettante volte la esalterà, e questa esaltazione la farà continuamente innanzi a tutta la corte celeste, presso gli uomini, ed infine innanzi agli stessi demoni.


(138) Luglio 28, 1902

Effetti della continua preghiera.

Continuando il mio solito stato, mi son trovata fuori di me stessa ed ho trovato il mio adorabile Gesù, che non volendomi far vedere i guai del mondo mi ha detto:

“Figlia mia, ritirati, non voler vedere i mali gravissimi che ci sono nel mondo”. E nel dire ciò mi ha ritirata lui stesso, e nel condurmi ha ripetuto:

“Quello che ti raccomando è lo spirito di continua preghiera. Questo cercare sempre, l’anima, di conversare con me, sia col cuore, sia con la mente, sia con la bocca, ed anche con la semplice intenzione, la rende tanto bella al mio cospetto, che le note del suo cuore armonizzano con le note del cuor mio; ed io mi sento tanto tirato a conversare con detta anima, che non solo le manifesto le opere ad extra, della mia umanità, ma le vado manifestando qualche cosa delle opere ad intra, che la Divinità faceva nella umanità. Non solo questo, ma è tanta la bellezza che fa acquistare lo spirito di continua preghiera, che il demonio resta colpito come da folgore e resta frustato[80] nelle insidie che[81] tenta di nuocere a quest’anima”. Detto ciò è scomparso, ed io mi sono trovata in me stessa.


(139) Luglio 31, 1902

La vera carità dev’essere disinteressata.

Trovandomi nel mio solito stato, parecchie volte ho visto il mio adorabile Gesù, ma sempre in silenzio; io mi sentivo tutta confusa e non ardivo d’interrogarlo, ma pareva che voleva dirmi qualche cosa che feriva il suo Sacro Cuore. Finalmente, l’ultima volta ch’è venuto mi ha detto:

“Figlia mia, la vera carità deve essere disinteressata da parte di chi la fa e da parte di chi la riceve; e se c’è l’interesse, quel fango produce un fumo che acceca la mente, che impedisce di ricevere l’influsso e gli effetti della carità divina. Ecco perciò in tante opere, anche sante, che si fanno, [in] tante cure caritatevoli che si eseguiscono, si sente come un vuoto e non ricevono il frutto della carità che fanno”.


(140) Agosto 2, 1902

Gesù, in tutto il corso della sua vita, rifaceva per tutti in generale e per ciascuno distintamente, tutto ciò che ognuno è obbligato a fare verso Dio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù, dopo avermi fatto molto stentare, tutto all’improvviso è venuto spandendo raggi di luce, ed io sono stata investita da quella luce, e non so come mi son trovata dentro Gesù Cristo. Chi può dire quante cose comprendevo dentro quella umanità santissima? Solo so dire che la Divinità dirigeva in tutto l’umanità; e siccome la Divinità in un medesimo istante può fare tanti atti quanti ciascuno di noi può farne in tutto il periodo della vita, e quanti atti [ciascuno di noi] vuol farne, ora, essendo che nell’umanità di Gesù Cristo operava la Divinità, comprendevo con chiarezza che Gesù benedetto in tutto il corso della vita rifaceva per tutti in generale e per ciascuno distintamente tutto ciò che ognuno è obbligato a fare verso Dio, in modo che adorava Iddio per ciascuno in particolare, ringraziava, riparava, glorificava per ciascuno, lodava, soffriva, pregava per ciascuno; onde comprendevo che tutto ciò che ciascuno deve fare, è stato già fatto prima nel cuore di Gesù.


(141) Agosto 10, 1902

Privazioni, lamenti, e necessità dei castighi.

Trovandomi sommamente afflitta per la perdita del mio sommo Bene, il mio povero cuore è lacerato continuamente e subisce una morte continua. Ora venendo il confessore stavo dicendogli il mio povero stato, e lui ha incominciato a chiamarlo[82] ed a mettere intenzione; ma che, la mia mente lasciava[83] sospesa, per qualche istante vedevo come un lampo e sfuggiva, e ritornavo in me stessa senza vederlo. Oh, Dio, che pena! Ma son pene che neppure si sanno esprimere. Onde dopo aver molto stentato, finalmente è venuto, ed io querelandomi con lui, mi ha detto:

“Figlia mia, se non sapessi la causa della mia assenza, avresti forse qualche ragione di lamentarti della mia assenza, ma sapendo che non vengo perché voglio castigare il mondo, a torto ti lamenti”.

Ed io: “Che c’entra il mondo con me”.

E lui: “Sì c’entra, perché nel venire [io da te], tu mi dici: ‘Signore voglio soddisfarvi io per loro, voglio soffrire per loro’, ed io essendo giustissimo non posso ricevere dall’uno e dall’altro la soddisfazione d’un debito, e volendo prendere da te la soddisfazione, il mondo non farebbe altro che imbaldanzire sempre più; mentre in questi tempi di ribellione sono tanto necessari i castighi, e se ciò [io] non facessi, si farebbero tanto dense le tenebre, che tutti resterebbero accecati”.

Mentre ciò diceva, mi son trovata fuori di me stessa e vedevo la terra tutta piena di tenebre, appena qualche strascico di luce; che ne sarà del povero mondo, dà molto da pensare alle cose tristissime che succederanno.


(142) Settembre 3, 1902

Dice Gesù: “Tutto ciò che meritai nella mia vita lo cedetti a tutte le creature, in modo speciale e sovrabbondante a chi è vittima per amor mio”.

Questa mattina trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita venire un male naturale, tanto forte da sentirmi morire. Onde temendo che potessi passare dal tem­po all’eternità, e molto più temevo ché il benedetto Gesù appena viene, ed al più ad ombra, ché se ci veniva secondo il solito, io non temevo punto, quindi per fare che mi potessi trovare in buon punto, pregavo il Signore che mi cedesse l’esercizio della sua santa mente per soddisfare ai mali che ho potuto fare coi miei pensieri, i suoi occhi, la sua bocca, le sue mani, i piedi, il cuore, e tutto il suo sacratissimo corpo, per soddisfare a tutti i mali che ho potuto commettere ed a tutto il bene che dovevo fare e non ho fatto. Mentre ciò facevo il benedetto Gesù è venuto tutto vestito a festa, in atto di ricevermi tra le sue braccia e mi ha detto:

“Figlia mia, tutto ciò che meritai, cedetti a tutte le creature, in modo speciale e sovrabbondante a chi è vittima per amor mio; ecco che tutto ciò che vuoi ti cedo, non solo a te, ma a chi vuoi tu”.

Ed io, ricordandomi del confessore, gli ho detto: “Signore, se mi portate vi prego di contentare il padre”.

E lui: “È certo che qualche ricompensa ha ricevuto mercé la carità che ti ha fatto; e siccome lui ha cooperato, venendo tu a me nell’ambiente dell’eternità, altra ricompensa gli darò”.

Il male ingagliardiva sempre più, ma mi sentivo felice trovandomi al porto dell’eternità. In questo mentre è venuto il confessore e mi ha chiamato all’ubbidienza. Io avrei voluto tacere tutto, ma lui mi ha obbligato di dire tutto, e lui se n’è uscito col solito ritornello di non dover morire, per ubbidienza; con tutto ciò il male non cessava.


(143) Settembre 4, 1902

Il confessore chiede a Gesù che non la faccia morire.

Continuando a sentirmi male, vi sentivo unita un’in­quietudine per questa estrana[84] obbedienza, come se non potessi prendere il volo verso il mio sommo ed unico Bene; con l’aggiunta che dovendo il confessore celebrare la Santa Messa, non voleva darmi la comunione per i continui urti di vomito che mi molestavano. Ma però Gesù benedetto, siccome il confessore mi ha detto che per ubbidienza mi facessi toccare lo stomaco da Gesù Cristo, appena venuto mi ha toccato lo stomaco e si sono arrestati i vomiti continui; ma il male non cessava, e Gesù vedendomi così inquieta mi ha detto:

“Figlia mia, che fai? Non sai tu che se la morte ti sorprende trovandoti inquieta ti dovrà toccare il purgatorio? Perché se la mente non si trova unita alla mia, la volontà una con la mia, i desideri non sono gli stessi miei desideri, di necessità ti conviene la purga per trasformarti tutta in me; perciò statti attenta, pensa a starti unita con me ed io penserò al resto”.

Ora mentre ciò diceva, vedevo la Chiesa, il Papa, e parte di essa poggiava sulle mie spalle, ed insieme vedevo il confessore che sforzava Gesù a non portarmi per ora, e il benedetto Gesù ha detto:

“I mali sono gravissimi ed i peccati stanno per giun­gere ad un punto da non meritare più anime vittime, cioè chi sostiene e protegge il mondo innanzi a me; se questo punto tocca la giustizia, certo me la porterò”.

Sicché comprendevo che le cose sono condizionate.


(144) Settembre 5, 1902

Gesù, gli angeli, i santi, la stimolano ad andarsene con loro; il confessore si oppone.

Continuavo a sentirmi male ed il confessore continua­va a star fermo, anzi ad inquietarsi che non l’ubbidivo in riguardo a non morire ed a pregare il Signore che mi facesse cessare la sofferenza. D’altra parte mi sentivo stimolata da Gesù benedetto, dai santi, dagli angeli, d’andarmene con loro, che or mi trovavo con Gesù ed ora insieme coi cittadini celesti. In questo stato mi sentivo torturata, non sapevo io stessa che fare, ma però me ne stavo quieta, temendo che se mi portava non mi trovassi in punto d’andarmene spedita con Gesù, onde tutta nelle sue mani m’abbandonavo. Ora mentre mi tro­vavo in questa posizione, vedevo il confessore ed altri che pregavano per non farmi morire, e Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, mi sento violentato, non vedi che non vogliono che io ti porti?”

Ed io: “Anch’io mi sento violentata, davvero che mettere una povera creatura a questa tortura, meriterebbero una pena”.

E Gesù: “Qual pena vuoi che dia loro?”

Ed io, non sapendo che dire innanzi a quella fonte di carità inesauribile ho detto: “Dolce Signore mio, siccome la santità porta con sé il sacrifizio, fateli santi; che se non altro loro avranno l’intento di tenermi con loro ed io avrò l’intento di vederli santi, avendo loro la pazienza di sentire la pena che porta con sé la santità”.

Gesù nel sentirmi si è tutto compiaciuto, e mi ha baciato dicendomi:

“Bravo alla mia diletta, hai saputo scegliere l’otti­mo, per il loro bene, e per la mia gloria. Sicché per ora si deve cedere, riserbandomi in altra occasione di portarti subito, non dando loro tempo di poterci fare violenza”.

Onde Gesù è scomparso ed io mi son ritrovata in me stessa, mitigate in gran parte le mie sofferenze, con un nuovo vigore, come se fossi ritornata a nascere. Ma solo Dio sa la pena, lo strazio dell’animo mio; spero almeno che voglia accettare la durezza di questo sacrifizio.


(145) Settembre 10, 1902

Le prerogative dell’amore.

Credevo che il benedetto Gesù fosse ritornato secondo il solito, ma qual non è stato il mio disinganno, che dopo aver deciso che per ora non mi portava, ha incominciato a farmi stentare per vederlo, ed al più delle volte ad ombra e a lampo. Onde questa mattina, sentendomi molto stanca e sfinita di forze per il continuo desiderare ed aspettare, pare che è venuto, e trasportandomi fuori di me stessa mi ha detto:

“Figlia mia, se sei stanca vieni al mio cuore, bevi e ti rinfrancherai”.

Così mi sono avvicinata a quel cuore divino ed ho bevuto a larghi sorsi un latte misto a sangue dolcissimo. Dopo di ciò mi ha detto:

“Le prerogative dell’amore sono tre: amore costante senza termine, amore forte ed amore rannodato insieme, Dio ed il prossimo. Se nell’anima non si scorgono queste prerogative, si può dire che non è della qualità del vero amore”.


(146) Ottobre 22, 1902

Minacce all’Italia.

Questa mattina per pochi istanti è venuto il mio adorabile Gesù tutto sdegnato e mi ha detto:

“Quando l’Italia avrà bevuto fino alla feccia le più fetide sozzure fino ad affogarsi, tanto che si dirà: ‘È morta, è morta’, allora risorgerà”.

Poi facendosi più calmo ha soggiunto: “Figlia mia, quando io voglio una cosa dalle mie creature, infondo in loro le disposizioni naturali, in modo da cambiare la stes­sa natura, a volere quella cosa che voglio; perciò tu quietati nello stato in cui ti trovi”.

Detto ciò è scomparso, ed io sono lasciata[85] im­pensierita sopra ciò che mi ha detto.


(147) Ottobre 30, 1902

Gesù Cristo venne a rannodare un’altra volta insieme Dio e l’uomo.

Questa mattina, trovandomi in un mare d’affanni e di lacrime per l’abbandono totale del mio sommo Bene, mentre mi sentivo consumare dal dolore, mi son sentita alienare la mente, e vedevo Gesù benedetto che sorreggeva la fronte con la sua mano, e come una luce che conteneva dentro tante parole di verità, ed io appena mi ricordo questo, cioè che la nostra umanità, sciogliendo il nodo dell’ubbidienza che Iddio aveva fatto tra lui e la creatura, nodo tale che solo riuniva Dio e l’uomo, si era dispersa; e Gesù Cristo prendendo l’umana natura e facendosi nostro capo, venne a riunire l’umanità dispersa, e con la sua ubbidienza ai voleri del Padre venne a rannodare un’altra volta insieme Dio e l’uomo. Ma questa unione indissolubile viene maggiormente rafforzata a misura della nostra ubbidienza ai voleri divini. Dopo ciò non ho visto più il mio caro Gesù, ritirandosi insieme con lui la luce.


(148) Novembre 1, 1902

La vera serietà si trova nella religione, e la vera religione consiste nel guardare il prossimo in Dio e Dio nel prossimo.

Trovandomi nel solito mio stato, mi sono sentita uscire fuori di me stessa ed ho trovato un bambino che piangeva, e parecchi uomini, tra i quali uno più serio ha preso una bevanda amarissima e l’ha data a quel bambino che piangeva, il quale nel trangugiarla ha sofferto tanto che pareva che si strozzasse la gola. Io non sapendo chi fosse, per compassione l’ho preso in braccia dicendogli: “Eppure è un uomo serio, e ti ha fatto questo; poverino, vieni a me che ti voglio rasciugare il pianto”.

E lui mi ha detto: “La vera serietà si trova nella religione, e la vera religione consiste nel guardare il prossimo in Dio e Dio nel prossimo”.

Poi avvicinandosi all’orecchio, tanto che le sue labbra mi toccavano e la sua voce risuonava nel mio interno, ha soggiunto:

“La parola religione per il mondo è parola ridicola e pare che vale niente; ma innanzi a me ogni parola che a religione appartiene è una virtù di valore infinito, tanto che mi servii della parola per propagare la fede in tutto l’universo, e chi in ciò si esercita mi serve di bocca per manifestare alle creature la mia Volontà”.

Mentre ciò diceva capivo benissimo che fosse[86] Gesu, nel sentire la sua voce chiara che da tanto tempo non sentivo; mi sentivo risorgere da morte a vita, e stavo aspettando ché appena finiva di parlare dovevo dirgli i miei estremi bisogni; ma che, non appena finito di sentire la sua voce è scomparso, ed io sono restata sconsolata ed afflitta.


(149) Novembre 5, 1902

Vede un albero nel cuore di Gesù e lui le spiega il significato.

Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere nel mio interno e pareva che teneva un albero piantato nel cuore, e tanto radicato che parevano[87] le radici dalla punta del cuore; insomma pareva nato insieme con la medesima natura. Io ne son rimasta meravigliata nel vedere la bellezza, la speciosità e l’altezza che pareva che toccava il cielo, ed i suoi rami si estendevano fino agli ultimi confini del mondo. Ora Gesù benedetto nel vedermi così meravigliata mi ha detto:

“Figlia mia, quest’albero fu concepito insieme con me, dentro il centro del cuore, e fin d’allora io sentii nel più profondo del cuore tutto ciò che di bene e di male doveva fare l’uomo, mercé quest’albero di redenzione chiamato albero di vita, tanto che tutte quelle anime che si tengono unite a quest’albero riceveranno vita di grazia nel tempo, e quando li avrà bene cresciuti, somministrerà loro vita di gloria nell’eternità. Eppure quale non è il mio dolore, che sebbene non possono svellere l’albero, non possono toccare il tronco, molti cercano di tagliarmi dei rami per fare che le anime non ricevessero la vita, e togliermi tutta la gloria ed il piacere che quest’albero di vita mi avrebbe prodotto”.

Mentre ciò diceva, è scomparso.


(150) Novembre 9, 1902

Differenze tra l’operare di Gesù e l’operare dell’uo­mo.

Mentre stavo desiderando il mio adorabile Gesù, è venuto nell’aspetto quando i suoi nemici lo schiaffeggiavano, coprivano il volto di sputi e gli bendavano gli occhi. Lui con ammirabile pazienza tutto soffriva, anzi pareva che neppure li guardasse, tanto era intento nel suo interno a guardare il frutto che quei patimenti gli avrebbe[ro] prodotto. Io il tutto ammiravo con stupore e Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, nel mio operare e patire non guardai mai al di fuori, ma sempre al di dentro, e vedendone il frutto, qualunque cosa fosse, non solo soffrivo, ma con desiderio ed avidità il tutto soffrivo. L’uomo invece, tutto al contrario, nell’operare il bene non guarda al di dentro dell’opera, e non vedendo il frutto facilmente s’annoia, tutto s’infastidisce e molte volte tralascia di fare il bene; se patisce, facilmente s’impazientisce, e se fa il male, non guardando il di dentro di quel male, con facilità lo fa”.

Poi ha soggiunto: “Le creature non vogliono persuadersi che la vita va accompagnata da varie vicende, ora di sofferenze ed ora di consolazione; e [vi] sono le piante ed i fiori [che] gliene danno l’esempio con lo stare sottoposti ai venti, nevi, grandine e caldi”.


(151) Novembre 16, 1902

La parola di Dio è gioia. Il confessore le dice che monsignore comandava assolutamente che non dovesse venire più il sacerdote a farla uscire dal solito suo stato.

Questa notte l’ho passata molto angustiata; vedevo il confessore che stava in atto di darmi divieti e comandi. Il benedetto Gesù per poco è venuto, col dirmi solo:

“Figlia mia, la parola di Dio è gioia, e chi l’ascolta e non la fruttifica con le opere, le dà una tinta nera e l’in­fanga”.

Onde sentendomi molto sofferente ho cercato di non dar retta a ciò che vedevo; quando al meglio è venuto il confessore col dirmi che monsignore comandava assolutamente che non dovesse venire più il sacerdote a farmi uscire dal solito mio stato, ma che da me stessa dovevo uscirne, cosa che per ben diciott’anni non ho potuto mai ottenere, per quante lacrime e preghiere, voti e promesse ho fatto innanzi all’Altissimo; perché lo confesso innanzi a Dio, che tutto ciò che ho potuto passare di sofferenze non sono state per me vere croci, ma gusti e grazie di Dio, ma la sola e vera croce per me è stata la venuta del sacerdote. Quindi, conoscendo per tanti anni di esperienza l’impossibilità dell’esito, il mio cuore era lacerato dal timore di non dover ubbidire, non facendo altro che versare lacrime amarissime, pregando quel Dio che solo scorge il fondo del cuore, d’aver pietà della posizione in cui mi trovavo. Mentre pregavo piangendo, ho visto un lampo di luce, ed una voce che diceva:

“Figlia mia, per farmi conoscere che sono io, ubbidirò a lui, e dopo che ho dato prove d’ubbidienza, lui ubbidirà a me”.

E dicendo io: “Signore, temo assai di non dover ubbidire”, ha soggiunto:

“L’ubbidienza scioglie ed incatena, e siccome è catena, lega il Volere Divino coll’umano e ne forma un solo, in modo che l’anima non agisce col potere della volontà sua, ma col potere della Volontà Divina; e poi non sarai tu che ubbidirai, ma io che ubbidirò in te”.

Poi tutto afflitto ha soggiunto: “Figlia mia, non te lo dicevo che tenerti in questo stato di vittima ed incominciare la strage in Italia mi riesce quasi impossibile?”

Ond’io sono restata un poco più quieta, ma non sapevo in che modo doveva effettuarsi quest’ubbidienza.


(152) Novembre 17, 1902

Impossibilità di perdere i sensi. È decreto della Volontà di Dio il servirsi dell’opera del sacerdote per farla rinvenire da quello stato di sofferenze.

Onde venendo la solita ora d’essere sorpresa dal mio solito stato, con mia grande amarezza, ma amarezza tale che simile non ho provato in mia vita, la mia mente non sapeva più perdere i sensi; la mia vita, il mio tesoro, colui che formava tutto il mio gusto, il tutto amabile mio Gesù non ci veniva. Cercavo di raccogliermi per quanto potevo, ma la mia mente la sentivo tanto vivace da non potere né perdere i sensi né dormire, quindi non facevo altro che rompere il freno alle lacrime; facevo per quanto potevo di seguire nel mio interno ciò che facevo nello stato di smarrimento dei sensi, ed uno per uno mi sovveniva[no] gli insegnamenti, le parole, il modo come dovevo starmi unita sempre con lui, e questi erano tante saette che ferivano il mio cuore acerbamente dicendomi:

“Ahi, dopo quindici anni che l’hai visto ogni giorno, quando più, quando meno, quando tre o quattro volte e quando una, quando ti ha parlato e quando in silenzio, ma l’hai sempre visto; ma adesso l’hai tu perduto! Non più lo vedi! Non più senti la sua voce dolce e soave! Per te tutto è finito”. Ed il mio povero cuore si riempiva tanto di amarezze e di dolore, che posso dire che il mio pane era il dolore e la mia bevanda le lacrime, e tanto ne era sazio che goccia d’acqua non entrava nella mia gola. A questo s’aggiungeva un’altra spina che spesse volte avevo detto al mio adorabile Gesù: “Quanto temo il mio stato, che sono io, che è tutto mia fantasia, che è finzione”.

E lui mi diceva: “Togli questi timori, poi vedrai che verranno giorni che a costo di qualunque sforzo e di sacrifizio che tu vorresti fare per perdere i sensi, non lo potrai fare”.

Con tutto ciò sentivo una quiete nel mio interno, ché almeno ubbidivo, sebbene mi costasse la vita. Onde credevo che così dovessero continuare le cose, convincendomi che il Signore, siccome non mi voleva più in quello stato, se n’era servito per mezzo di monsignore di far­mi dare quell’ubbidienza. Onde dopo aver passato due giorni, la sera faccio per fare l’adorazione al Crocifisso, un lampo di luce si fa innanzi alla mente, mi sento aprire il cuore, ed una voce mi diceva:

“Per pochi giorni ti terrò sospesa, e poi ti farò cadere di nuovo”.

Ed io: “Signore, non mi farai tu stesso rinvenire se mi farai cadere?”

E la voce: “No, è decreto della mia Volontà di servirmene dell’opera del sacerdote per farti rinvenire da quello stato di sofferenze; e se ne vogliono sapere il per­ché, venissero a me a domandarlo, la mia sapienza è incomprensibile e tiene tanti modi inusitati per la salvezza delle anime, e sebbene incomprensibile, se ne vogliono trovare la ragione, andassero in fondo che la troveranno chiara come sole. La mia giustizia sta come una nube gravida di grandine, tuoni e saette, ed in te trovava un argine per non sgravarsi sui popoli; quindi non volessero anticipare il tempo dell’ira mia”.

Ed io: “Solo per me stava riservato questo castigo, senza speranza d’esserne liberata; avete fatto tante grazie alle altre anime, hanno sofferto tanto per amor vostro, eppure non avevano bisogno di nessuna opera di sacerdote”. E la voce ha continuato:

“Sarai liberata, non ora, ma quando incominceranno le stragi in Italia”.

Questo è stato per me nuovo motivo di dolori e di lacrime amarissime, tanto che il mio amabilissimo Gesù, avendo di me compassione, si è mosso nel mio interno, mettendo come un velo innanzi a ciò che mi aveva detto; senza farsi vedere mi faceva sentire la sua voce, che mi diceva:

“Figlia mia, vieni a me, non volerti affliggere, allontaniamo un po’ la giustizia, diamo luogo all’amore, altrimenti soccombi; sentimi, ho tante cose da insegnarti, credi tu che ho finito di parlarti? No”.

E siccome io piangevo, essendo divenuti i miei occhi due fiumi di lacrime, [Gesù] soggiungeva:

“Non piangere diletta mia, ma dammi a me udienza; questa mattina voglio sentire la Messa insieme con te, coll’insegnarti il modo come devi sentirla”. E così lui di­ceva ed io seguitavo appresso, e siccome non lo vedevo il mio cuore era spezzato dal dolore continuamente; e per spezzare di tanto in tanto il mio pianto, mi chiamava continuamente, ora insegnandomi qualche cosa della passione, spiegandomi il significato, ed ora m’insegnava a fare ciò che faceva nel suo interno nel corso della sua passione, che per ora tralascio di scrivere, riservandole in altro tempo se a Dio piacerà. Così ha seguito per altri due giorni.


(153) Novembre 21, 1902

Gesù se ne serve della natura di Luisa per continuare il corso dei suoi patimenti in lei.

Seguitando a non poter né perdere i sensi né dormire, la mia povera natura non ne poteva più, ed il mio carissimo Gesù, quando io mi sentivo più che mai convinta che non dovevo più vederlo, tutto all’improvviso è venuto e mi ha fatto perdere i sensi; sono stata colpita come da folgore. Chi può dire il timore? Ma che, non ero più padrona di me stessa, non stava più in mio potere il riacquistare i miei sensi. Gesù mi diceva:

“Figlia mia, non temere, son venuto per corroborarti; non vedi tu stessa come non ne puoi più? E come la tua natura senza di me vien meno?”

Ed io gli ho detto piangendo: “Ah, mia vita, senza di te son morta, non mi sento più forze vitali! Tu formavi tutto il mio essere, e mancandomi tu, il tutto mi manca; certo che se non seguiti a venire io me ne morrò di dolore”.

E lui: “Figlia mia diletta, tu dici [che] io sono la vita tua; ed io ti dico che sei la vita mia vivente. Come me ne servii della mia umanità per patire, così me ne servo della tua natura per continuare il corso dei miei pati­menti in te; perciò tutta mia tu sei, anzi la mia stessa vita”.

Mentre ciò diceva mi son ricordata dell’ubbidienza e gli ho detto:

“Dolce mio Bene, mi farai ubbidire col farmi riavere da me stessa?”

E lui: “Figlia mia, io Creatore ho ubbidito alla creatura col tenerti sospesa questi giorni; è ben giusto che la creatura ubbidisca al suo Creatore sottomettendosi alla mia Volontà, perché innanzi alla mia Volontà Divina la ragione umana non vale, e la ragione più forte, innanzi alla Volontà Suprema si risolve in fumo”.

Chi può dire quanto sono restata amareggiata, ma però rassegnata, facendone voto al Signore di non mai ritirare la mia volontà dalla sua neppure per un battere d’occhio. E siccome mi avevano detto che se ero sorpresa da questo stato e non rinvenivo da me stessa mi dovevano far morire, per ciò mi stavo preparando alla morte, ritenendola questa per gran fortuna, e pregavo il Signore che mi prendesse fra le sue braccia. Mentre ciò facevo è venuto il confessore per farmi riavere, amareggiandomi maggiormente, tanto che il Signore vedendomi così amareggiata mi ha detto nel mio interno:

“Dilli[88] che mi conceda altri due giorni di sospensione, per darli[89] tempo a potersi regolare”. E così se ne è andato lasciandomi tutta trafitta e come riempita d’ama­rezza; e Gesù facendo sentire di nuovo la sua voce mi ha detto:

“Povera figlia, come l’amareggiano, mi sento lacerare il cuore nel vederti! Coraggio, non temere figlia mia, e poi ricordati che per l’intervento dell’ubbidienza fosti sospesa da questo stato; se ora più non vogliono, io pure ti farò ubbidire; non è questo il chiodo che più ti trafigge, il non dover ubbidire?”

Ed io: “Sì”.

“Ebbene, io ti ho promesso di farti ubbidire, quindi non più voglio che ti amareggi. Ma però digli: ‘Con me vogliono scherzare? Guai a chi vuole scherzare con me e lottare contro la mia Volontà”.

Ed io: “Senza di te come faccio? Perché se non sono sorpresa da quello stato io non ti veggo”.

E lui: “Siccome non è la tua volontà d’uscire da questo stato di sacrifizio, io troverò altri modi come farmi vedere e trattenermi con te; non sei tu contenta?”

Così la mattina seguente, senza perdere i sensi, si è fatto vedere sensibilmente col darmi qualche goccia di latte per ristorarmi, essendo estrema la mia debolezza.


(154) Novembre 22, 1902

Passa pericolo di morire; l’ubbidienza si oppone.

Il giorno 22 novembre, continuando a sentirmi male, di nuovo il benedetto Gesù è venuto e mi ha detto:

“Diletta mia, te ne vuoi venire?”

Ed io: “Sì, non più mi lasciare su questa terra”.

E lui: “Sì, ti voglio contentare una volta”. E mentre ciò diceva mi son sentita chiudere lo stomaco e la gola, in modo che dentro non entrava più niente, appena potevo tirare il respiro, sentendomi soffocare. Poi ho visto che Gesù benedetto ha chiamato gli angioli e diceva loro: “Ora che la vittima se ne viene, sospendete le fortezze, acciò i popoli facciano ciò che vogliono”.

Ed io: “Signore, chi sono quelli?”

E lui: “Sono gli angioli che custodiscono le città. Finché le città sono assistite dalla fortezza della protezione divina comunicata agli angioli, non possono far niente; quando questa protezione vien loro tolta per le gravi colpe che commettono, lasciandoli a loro stessi, possono fare rivoluzione e qualunque sorta di male”.

Onde io mi sentivo placida, e vedendomi sola col mio caro Gesù ed abbandonata da tutte le creature, di cuore ne ringraziavo il Signore, e lo pregavo che si benignasse di non farmi venire nessuno a darmi molestia. Mentre me ne stavo in questa posizione è venuta la sorella, e vedendomi male ha mandato a chiamare il confessore, il quale a via d’ubbidienza è riuscito a farmi aprire qualche poco la gola, e se ne è uscito col darmi l’ubbidienza di non dover morire. Povera chi ha a che fare con le creature, che non conoscendo a fondo tutte le pene e strazi d’una povera anima, aggiungono alle pene maggiori dolori, ed è più facile aver da Dio compassione, aiuto e sollievo, che dalle creature, anzi pare che [esse] vi aizzano maggiormente. Ma sempre sia benedetto il Signore, che il tutto dispone per la sua gloria ed il bene delle anime.


(155) Novembre 30, 1902

Timore che il suo stato fosse opera del demonio. Gesù le insegna come conoscere quando è lui, e quando il demonio.

Trovandomi con timori, dubbi, agitazioni, che tutto fosse opera del demonio, venendo il mio adorabile Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, io sono sole che riempio di luce il mon­do, ed andando all’anima si riproduce in detta anima un altro sole, in modo che [questi soli] a via di raggi di luce si saettano a vicenda continuamente. Ora in mezzo a questi due soli si riproducono delle nubi, quali sono le mortificazioni, le umiliazioni, contrarietà, sofferenze ed altro; se questi sono veramente soli hanno tanta forza, col loro saettarsi continuamente, di trionfare su queste nubi e di convertirle in luce; se poi sono soli apparenti e falsi, queste nubi che si riproducono in mezzo hanno forza di convertire questi soli in tenebre. Questo è il segno più certo per conoscere se sono io o il demonio, e dopo che una persona ha ricevuto questo segno, può mettere la vita per confessare la verità ch’è luce e non tenebre”.

Sono andata ruminando nella mia mente se si trovano in me questi segni, e mi veggo tanto difettosa che non ho parola per manifestare la mia cattiveria. Ma però non mi sconfido, anzi spero che la misericordia del Signore voglia avere compassione di questa povera creatura.


(156) Dicembre 3, 1902

Turbazioni riguardo all’ubbidienza; Gesù la rasserena.

Questa mattina trovandomi nel solito mio stato e continuando i miei timori, nel venire il benedetto Gesù gli ho detto:

“Vita della mia vita, donde viene che non mi fate ubbidire agli ordini dei superiori?”

E lui: “E tu, figlia mia, non vedi da dove viene il contrasto? Che il volere umano non si unisce col Divino e [non] si danno il bacio insieme in modo da formare un solo [volere]; e quando c’è contrasto tra questi due voleri, essendo superiore il Volere Divino, il volere umano ci deve perdere per forza. E poi che altro vogliono, se io ti ho detto che se vogliono ti faccio cadere in questo stato, se non vogliono ti faccio ubbidire, riguardo all’ubbi­dienza che io ti devo far cadere ed io ti devo far riavere senza che loro vengano, lasciando la cosa indipendente da loro e tutta a mia disposizione? Resta a me se ti voglio tenere un minuto o mezz’ora in questo stato, se ti devo far soffrire o no, questo resta tutto a cura mia, e volendo loro diversamente, sarebbe un volermi dettare leggi del modo, del come e del quando. Io debbo fare le cose; questo sarebbe un volersi ficcare troppo nei miei giudizi e farmi da maestro, cui[90] la creatura è tenuta ad adorare e non ad investigare”.

Sono rimasta ché non ho saputo che rispondere; vedendo che non rispondevo ha soggiunto:

“Questo non volersi persuadere mi dispiace assai; tu però nei contrasti e mortificazioni non avere lo sguardo in quelli, ma fissalo in me che fui il bersaglio delle contraddizioni, e soffrendoli tu verrai a renderti più simile a me; così la tua natura non potrà spostarsi, ma ti resterai calma e quieta. Voglio che faccia da parte tua per quanto puoi ad ubbidirli, ed il resto lascialo a cura mia senza turbarti”.


(157) Dicembre 4, 1902

Gesù manifesta le ragioni del suo operare.

Stavo nella mia mente pensando a questa ubbidienza, dicendo: “Quelli hanno ragione di così comandarmi; poi non è qualche gran che, che il Signore mi faccia ubbidire nel modo da loro voluto. Oltre di ciò quelli dicono: ‘O ti facesse ubbidire, oppure dicesse la ragione per­ché vuole che venga il sacerdote a farti riavere da quello stato”.

Mentre ciò pensavo, il mio adorabile Gesù si è mosso nel mio interno dicendomi:

“Figlia mia, io volevo che da loro stessi avessero trovato la ragione del mio operare, perché nella mia vita, da che nacqui finché morii, essendo racchiusa la vita di tutta la Chiesa, il tutto si trova. Le questioni più difficili, confrontate a qualche passo che può uniformarsi alla mia vita, si risolvono; le cose più imbrogliate si sciolgono e [in] quelle più oscure ed ottuse, che la mente umana quasi si perde in quella oscurità, vi ritrova la luce più chiara e risplendente. Questo significa che non hanno per regola del loro operare la mia vita, altrimenti avrebbero trovato la ragione. Ma giacché non hanno trovato loro la ragione, è necessario che io parli e la manifesti”.

Dopo di ciò si è alzato e con impero ha detto, tanto che io temevo:

“Che significa quell’Ostende te sacerdoti[91]?”

Poi facendosi un po’ più dolce ha soggiunto:

“La mia potenza si estendeva per ogni dove, e da qualunque luogo mi trovavo potevo operare i più strepitosi miracoli, eppure quasi [a] tutti i miracoli vi volli assistere personalmente: come nel risuscitare Lazzaro vi andai, gli feci togliere la lapide, quindi sciogliere, e poi con l’impero della mia voce lo richiamai a vita; nel risuscitare la fanciulla la presi per mano con la mia destra richiamandola a vita; e [a] tante altre cose che stanno registrate nel Vangelo, che a tutti sono note, volli assistervi con la mia presenza.

Ciò insegna che[92], essendo racchiusa la vita futura della Chiesa nella mia, il modo come deve comportarsi il sacerdote nel suo operare. E queste sono cose che appartengono a te, ma in modo generale, [mentre] il tuo punto proprio lo troveranno sul Calvario.

Io sacerdote e vittima, ed innalzato sul legno della croce, vi volli un sacerdote che mi assistesse in quello stato di vittima, quale fu San Giovanni che mi rappresentava la Chiesa nascente. In lui io vedevo tutti: Papi, vescovi, sacerdoti, e tutti i fedeli insieme; ed egli mentre mi assisteva m’offriva qual vittima per la gloria del Padre e per il buon esito della Chiesa nascente.

Questo non successe a caso, che un sacerdote mi assistesse in quello stato di vittima, ma tutto fu profondo mistero predestinato fino ab æterno nella mente divina, significando che scegliendo un’anima vittima per i gravi bisogni che nella Chiesa si trovano, un sacerdote me la offre, me l’assiste, l’aiuta, l’incoraggia al patire.

Se queste cose si comprendono è bene, loro stessi ne riceveranno il frutto dell’opera che prestano; come San Giovanni, quanti beni non si ebbe per avermi assistito sul Monte Calvario? Se poi no, non fanno altro che mettere la mia opera in continui contrasti, distogliendomi i miei più bei disegni.

Oltre di ciò la mia sapienza è infinita, e nel mandare qualche croce all’anima per santificarsi, non ne prende una[93], ma cinque, dieci, quanto a me piace, acciocché non una sola, ma tutti questi insieme si santificassero; come sul Calvario, non fui io solo, oltre ad avere un sacerdote mi ebbi una Madre, mi ebbi gli amici ed anche i nemici, che nel vedere il prodigio della mia pazienza, molti mi credettero per Dio qual’ero e si convertirono; se io fossi stato solo, avrebbero ricevuto questi grandi beni? Certo che no”.

Ma chi può dire tutto ciò che mi ha detto, e spiegare i più minuti significati? L’ho detto al meglio che ho potuto, come nella mia rozzezza ho saputo dire; il resto spero che lo faccia il Signore, illuminandoli a far loro comprendere ciò che io non ho saputo bene manifestare.


(158) Dicembre 5, 1902

Vede una donna che piange lo stato dei popoli, questa le chiede di non togliersi dal suo stato di vittima.

Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù mi ha comunicato le sue pene, e stando io sofferente vedevo una donna che piangeva dirottamente e diceva:

“I re si sono collegati insieme ed i popoli periscono, e questi non vedendosi aiutati, protetti, anzi spogliati, si smarriranno, ed i re senza i popoli non possono sussistere. Ma quello che mi fa più piangere [è] che veggo mancare le fortezze della giustizia quali sono le vittime, unico e solo sostegno che mantiene la giustizia in questi tempi tristissimi; almeno mi dai tu la parola di non toglierti da questo stato di vittima?”

Ed io, non so il perché, mi sono sentita tanto risoluta che ho risposto: “Questa parola non la do, no, ma mi starò finché il Signore vorrà, ma non appena lui me lo dirà ch’è finito il tempo di far questa penitenza, non vi starò neppure un minuto dopo”. E quella nel sentire la mia irremovibile volontà, più piangeva, quasi volendomi muovere col suo pianto a dire il sì, ed io più che mai risoluta ho detto: “No, no”.

E quella piangendo ha detto: “Sicché ci sarà giustizia, castighi, strage, senza nessun risparmio”.

Però avendolo detto al confessore, mi ha detto che per ubbidienza ritirassi il no.


(159) Dicembre 7, 1902

La Francia e l’Italia non più riconoscono Gesù. Gesù la sospende dal suo stato di vittima, ma lei non accetta, e lotta perché non si formi la legge del divorzio.

Trovandomi fuori di me stessa, mi son trovata in una densissima oscurità, ed in quella vi stavano migliaia di persone, che detta oscurità li rendeva accecati, che loro stessi non comprendevano quello che facevano. Pareva che fosse parte dell’Italia e parte della Francia. Oh, quanti errori si scorgevano nella Francia, peggiori dell’Italia! Pareva che hanno perduto la ragione umana, prima dote dell’uomo e che lo fa distinguere dalle bestie, peggiori delle stesse diventato. Vicino a quest’oscu­rità si vedeva un lume, vi sono andata ed ho trovato il mio amante Gesù, ma tanto afflitto e sdegnato contro quella gente che io tremavo[94] a verga a verga, e solo ho detto: “Signore, placatevi e fatemi soffrire a me, versando sopra di me il vostro sdegno”.

E lui mi ha detto: “Come posso placarmi, se mi vogliono appartare da loro come se non fossero opera da me creata? Non vedi come la Francia mi ha discacciato da sé, tenendosi onorata di non più riconoscermi? E come l’Italia vuole seguire la Francia, stando certuni che darebbero l’anima al diavolo purché vincessero il punto di formare la legge del divorzio, tante volte da loro tentata e restati schiacciati e confusi? Anzi che placarmi e versare su di te il mio sdegno, ti sospendo dallo stato di vittima, perché quando la mia giustizia ha provato varie volte, usando tutto il suo potere per non dare quel castigo dall’uomo stesso voluto, e con tutto ciò lo vuole, è necessario che la giustizia sospenda chi la trattiene e fa[ccia] cadere il castigo”.

Ed io: “Signore, se [tu] mi volessi sospendere per altri castighi, facile avrei accettato, perché è giusto che la creatura si uniformi in tutto al vostro Santo Volere, ma accettarlo per questo male gravissimo, l’anima mia non può digerirla questa sospensione; piuttosto investitemi del vostro potere e fatemi andare in mezzo a questi tali che ciò vogliono”.

Mentre ciò dicevo mi son trovata con questi; parevano investiti da forze diaboliche, specie uno che pareva furibondo come se volesse tutto sconvolgere; ho detto e ridetto, ed appena m’è riuscito di gettar loro qualche barlume di ragione, facendo loro conoscere l’errore che commettevano. E dopo ciò mi son trovata in me stessa con scarsissime sofferenze.


(160) Dicembre 8, 1902

Il confessore usa la potestà della Chiesa per tenere crocifisso Gesù in Luisa e crocifiggendola insieme, per impedire la legge del divorzio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha detto:

“Figlia mia, quest’oggi ti voglio tenere sospesa senza farti soffrire”.

Ed io ho incominciato a temere ed a lamentarmi con lui, ed ha soggiunto:

“Non temere, io mi starò con te; anzi quando tu occupi lo stato di vittima sei esposta alla giustizia, ed oltre alle altre sofferenze molte volte ti conviene soffrire la mia stessa privazione ed oscurità, insomma tutto ciò che merita l’uomo per le sue colpe; ma sospendendoti l’uffi­cio di vittima, tutto sarà misericordia ed amore che mostrerò verso di te”.

Io mi sentivo sciolta, sebbene vedevo il mio diletto Gesù, e comprendevo benissimo che non era la sua venuta che rendeva necessaria la venuta del sacerdote per farmi riavere, ma sebbene[95] le sofferenze che Gesù mi faceva venire. Onde, non so dire il perché, l’anima ne sentiva una pena, ma la mia natura provava una grande soddisfazione e diceva: “Se non altro risparmierò al con­fessore il sacrifizio di farlo venire”. Ma mentre ciò pensavo ho veduto insieme con Nostro Signore un sacerdote vestito di bianco, mi pareva che fosse il Papa, ed unito il confessore, e questi lo[96] pregavano che mi facesse soffrire per impedire che formassero questa legge del divorzio. Ma Gesù non dava loro retta; allora il confessore, non curando che non aveva udienza, con impeto straordinario che pareva che non fosse lui, ha preso Gesù Cristo in braccio ed a forza l’ha menato dentro di me dicendo: “Ti starai crocifisso in essa, crocifiggendola, ma questa legge non la vogliamo”.

Gesù è rimasto come legato dentro di me crocifisso da quella imponenza, sentendo io acerbamente i dolori della croce, ed ha detto:

“Figlia, è la Chiesa che vuole, e la sua potestà unita alla forza della preghiera mi lega”.


(161) Dicembre 9, 1902

Luisa si trova insieme con Gesù Cristo come inchiodata con lui. Parlano circa il divorzio.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa insieme con Gesù Cristo come inchiodata con lui; e siccome io soffrivo me ne stavo in silenzio. In questo mentre ho visto unito il confessore con l’angelo custode che gli diceva: “Questa poverina sta molto sofferente, tanto che [questa sofferenza] le impedisce di parlare; dalle un po’ di tregua, che quando due amanti sfogano insieme ciò che tengono nel loro interno, finiscono col concedersi a vicenda ciò che vogliono”.

Onde mi son sentita sollevare le sofferenze, ed in primo ho detto certi bisogni del padre, col pregarlo[97] che lo facesse tutto di Dio, perché quando uno giunge ad esser tale, [Dio] non può trovare nessuna difficoltà a concedergli ciò che vuole, perché non potrà cercare altro se non ciò che piace a Dio. Poi ho detto: “Signore, questa legge del divorzio, giungeranno gli uomini a formarla nell’Italia?”

E lui: “Figlia mia, corre pericolo, menoché qualche fulmine cinese non giunga ad impedir loro l’intento”.

Ed io: “Signore, come? È forse qualcuno della Cina, che forse mentre staranno per ciò fare prenderà qualche fulmine e lo menerà in mezzo a loro per ucciderli, in modo che quelli spaventati prenderanno la fuga?”

E Gesù: “Quando non comprendi è meglio che taci”.

Ed io sono restata confusa, e non ho ardito di più parlare, e senza che abbia capito il significato. Però l’an­gelo custode stava a dire al confessore: “Oltre l’inten­zione della croce unita[98] quella di farlo versare, che se ciò otterrete vincerete il punto e non potranno farlo”.


(162) Dicembre 15, 1902

Resta inchiodata con Gesù. L’uomo sta per essere schiacciato dal peso della giustizia divina.

Continuando il mio solito stato, mi son trovata fuori di me stessa ed ho trovato il mio adorabile Gesù gettato a terra, crocifisso, che tutti lo calpestavano, ed io per impedire che ciò facessero mi son distesa sopra per poter ricevere sopra di me ciò che facevano a Nostro Signore. E mentre stavo in quella posizione ho detto: “Signore, che vi costa che quegli stessi chiodi che trafiggono voi trafiggano me insieme?”

In questo mentre mi sono trovata inchiodata con quegli stessi chiodi che tenevano confitto il benedetto Gesù, lui sotto ed io sopra; ed in questa posizione ci siamo trovati in mezzo a quegli uomini che vogliono il divorzio, e Gesù mandava a quelli tanti raggi di luce prodotti dalle sofferenze che Gesù ed io soffrivamo, e quelli restavano abbagliati e confusi. E comprendevo che se il Signore si compiacerà di farmi continuare a soffrire, quando quelli verranno per ciò fare, riceveranno qualche smacco senza che concluderanno nulla. Dopo ciò è scomparso, restando io sola a soffrire, e poi è ritornato di nuovo, ma non crocifisso, e si è gettato nelle mie braccia, ma tanto si è reso pesante che le mie povere braccia non [ce] la facevano e stavo in atto di farlo cadere a terra. Onde vedendo che più che[99] facevo e [mi] sforzavo non potevo contenere quel peso, era tanta la pena che sentivo, che dirottamente piangevo; e lui vedendo il pericolo certo di cadere ed il mio pianto, piangeva insieme. Che scena straziante! Onde facendomi violenza l’ho baciato nel volto, baciandomi lui insieme, [e] gli ho detto:

“Vita e fortezza mia, da me sono debole e nulla posso, ma con voi tutto posso; perciò fortificate la mia debolezza con l’infondermi la vostra stessa fortezza e così potrò portare il peso della vostra persona, unico mezzo per poterci a vicenda risparmiare questo dispiacere, io di farvi cadere e voi di soffrire la caduta”.

Nel sentire ciò, Gesù mi ha detto:

“Figlia mia, e tu non comprendi il significato della mia pesantezza? Sappi che è il peso enorme della giustizia, che né io posso più sopportarlo né tu potrai contenerlo; e l’uomo dal peso della giustizia divina sta per essere schiacciato”.

Io nel sentire ciò piangevo, e lui quasi per distrarmi, siccome prima di venire tenevo un timore forte che non dovessi ubbidire su certe cose, ha soggiunto:

“E tu, diletta mia, perché tanto temi che non ti facessi ubbidire? Non sai che quando tiro, unisco, immedesimo un’anima con me comunicandole i miei segreti, il primo tasto che metto e che suono, più bello, e che[100] comunico il suono a tutti gli altri tasti, è il tasto dell’ub­bidienza? Tanto che se gli altri tasti non stanno in comunicazione col primo tasto, vi suoneranno d’un modo discordante, che mai potrà essere gradevole al mio udito. Perciò non temere, e poi non tu, ma io ubbidirò in te; ed essendo ubbidienza che spetterà a me di fare, lascia fare a me senza darti pensiero, ché io solo so bene quello che si conviene ed il modo come farmi conoscere”.

Detto ciò è scomparso ed io mi son trovata in me stessa. Sia sempre benedetto il Signore.


(163) Dicembre 17, 1902

Per poter essere vittima è necessaria l’unione permanente con Gesù.

Questa mattina venendo il mio adorabile Gesù lo stavo pregando che si placasse, dicendogli: “Signore, se non posso io sola sostenere il peso della vostra giustizia, vi sono tante anime buone, che dividendo un poco per ciascuno riuscirà più facile sostenere il peso, e così le genti potranno essere risparmiate”.

E lui: “E tu, figlia mia, non sai che per poter la mia giustizia sgravare sopra qualche anima il peso dell’altrui castigo, [l’anima] si deve trovare in possesso della mia unione permanente, dimodoché tutto ciò che opera, soffre, intercede ed ottiene, le viene dato per virtù della mia unione stabilita in essa, non facendo altro l’anima che mettere la sua volontà unificandola con la mia; né la mia giustizia potrebbe farlo[101] se prima non le dà le grazie necessarie per poter mettere l’anima a soffrire per cagione altrui”.

Ed io: “E come la vostra unione è in me permanente? Mi veggo tanto cattiva”.

E lui rompendo il mio dire ha soggiunto: “Sciocca, che dici? Non mi senti continuamente in te, non avverti i movimenti sensibili che faccio nel tuo interno, la preghiera continua che nel tuo interno si eleva, non potendo tu far diversamente? Forse sei tu o io che abito in te? Al più non mi vedi qualche volta, e questo dice niente[102] che la mia unione non è permanente in te”.

Io sono restata confusa e non ho saputo che rispondere.


(164) Dicembre 18, 1902

Gesù la porta di nuovo a soffrire con lui per vincere quelli che vogliono il divorzio.

Non appena mi son trovata nel solito mio stato, il benedetto Gesù è venuto, ma tanto sofferente che faceva compassione; onde tutto afflitto mi ha detto:

“Figlia mia, vieni di nuovo a soffrire con me per poter vincere l’ostinazione di quelli che vogliono il divorzio, proviamo un’altra volta. Tu sarai sempre pronta a soffrire ciò che voglio, non è vero? Mi dai il tuo consentimento?”

Ed io: “Sì, Signore, fate quello che volete”.

Non appena detto , che il[103] benedetto Gesù si è disteso dentro di me crocifisso, e siccome la mia natura era più piccola della sua, tanto mi ha stirato da farmi giungere alla sua stessa persona; poi ha versato pochissimo, sì, ma tanto amaro e pieno di sofferenze che non solo mi sentivo i chiodi ai punti della crocifissione, ma tutto il corpo me lo sentivo confitto da tanti chiodo in modo che mi sentivo tutta stritolare. Quindi per poco mi ha lasciato in quella posizione, e mi son trovata in mezzo ai demoni, che vedendomi così sofferente dicevano: “Fino all’ultimo questa maledetta deve vincere un’altra volta, che non facciamo la legge del divorzio. Maledetta la tua esistenza, tu cerchi di nuocerci e di disperderci i nostri affari col rovinare tante nostre fatiche mandandole a vuoto, ma te la faremo pagare: ti muoveremo contro vescovi, sacerdoti e genti, in modo che un’altra volta ti faremo passare il ticchio di accettare le sofferenze”; e mentre ciò dicevano mi mandavano vortici di fiamme e fumo. Io mi sentivo tanto sofferente che non capivo me stessa. Il benedetto Gesù è ritornato, ed i demoni se ne sono fuggiti alla sua vista, e di nuovo mi ha rinnovato le stesse sofferenze, più forti di prima; e così ha ripetuto per altre due volte. E sebbene sono stata quasi sempre con Gesù, siccome mi trovavo come compressa da forti sofferenze non gli ho detto niente; solo lui or mi diceva:

“Figlia mia, per ora è necessario che soffra, abbi pazienza; non vuoi prendere cura dei miei interessi come se fossero tuoi?”, ed ora mi sosteneva fra le sue braccia, non potendo la mia natura sostenere da sola il peso di quelle sofferenze. Poi mi ha detto:

“Diletta, vuoi tu vedere il male che ne è avvenuto quei giorni che ti ho tenuto sospesa da questo stato?”

In questo mentre, non so come, ho visto la giustizia, e la vedevo piena di luce, di grazia, di castighi e di tenebre, e quanti giorni n’ero stata sospesa, tanti rivoli di tenebre scendevano sopra la terra, e quelli che vogliono fare male e dire male restavano più accecati e prendevano forza a metterlo in esecuzione, rivolgendosi contro la Chiesa e le persone sacre. Io sono restata meravigliata e Gesù mi ha detto:

“Tu ti credevi che fosse niente, tanto che non ti curavi, ma non era così; hai visto quanto male ne è venuto, e quanta forza hanno preso i nemici da giungere a fare quello che, in[104] tempo che ti ho tenuto sempre in questo stato, non hanno potuto”.

Dopo ciò è scomparso.


(165) Dicembre 24, 1902

Effetti del patire. Abominio della superbia.

Continuando il mio solito stato, mi son trovata fuori di me stessa ed ho trovato Nostro Signore che vicino teneva una croce, tutta intrecciata di spine. Onde l’ha presa e me l’ha messa sopra le spalle, comandandomi che la portassi in mezzo ad una moltitudine di gente, per dare prova della sua misericordia e placare la giustizia divina. Era tanto pesante che la portavo curva e quasi strisciandomi. Mentre la portavo Gesù è scomparso, e colui che mi guidava, quando sono giunta ad un punto mi ha detto: “Lascia la croce e spogliati, ché deve ritornare Nostro Signore e ti deve trovare pronta per la crocifissione”.

Io mi sono spogliata e mi son ritenute le vesti in mano per la vergogna che la natura sentiva, ed ho detto fra me: “Appena che verrà le lascerò”.

In questo mentre è ritornato, e trovandomi con le vesti in mano mi ha detto:

“Neppure ti sei fatta trovare del tutto spogliata per poterti subito crocifiggere, allora la riserveremo in altro tempo”.

Io sono restata confusa ed afflitta, senza potere articolare parola, e Gesù per consolarmi mi ha preso per mano e mi ha detto:

“Dimmi che vuoi che ti doni?”

Ed io: “Signore, patire”.

E lui: “E che altro?”

Ed io: “Non vi so chiedere altro che patire”.

E Gesù: “E amore non ne vuoi?”

Ed io: “No, patire; perché dandomi il patire mi darete più amore, e questo lo conosco per esperienza, che per ottenere le grazie, l’amore più forte, e tutto te stesso, [ciò] non si ottiene per altro che per mezzo del patire; e per meritarmi tutte le tue simpatie, gusti e compiacimenti, unico e solo mezzo è il patire per amor tuo”.

E lui: “Diletta mia, ti ho voluto provare per riaccendere in te maggiormente il desiderio di patire per amor mio”.

Dopo ciò ho visto persone che si credevano qualche cosa più degli altri, e il benedetto Gesù ha detto:

“Figlia mia, chi innanzi a me ed innanzi agli uomini si crede qualche cosa, vale niente; e chi si crede niente, vale tutto. Primo, innanzi a me, perché se fa qualche cosa non si crede di farla perché può farla, tiene la forza, la capacità, ma la fa perché ne riceve da Dio la grazia, gli aiuti, i lumi, quindi si può dire che la fa in virtù del potere divino, e chi tiene con sé il potere divino, già vale tutto. Secondo, innanzi agli uomini, questo agire in virtù del potere divino la fa operare [in] tutto diversamente e non fa altro che tramandare luce del potere divino che in sé contiene, in modo che i più perversi, senza volerlo sentono la forza di questa luce e si sottomettono ai suoi voleri; ed ecco che anche dinnanzi agli uomini vale tutto. Tutto al contrario, chi si crede qualche cosa, oltre che vale niente, mi è abominevole alla mia presenza, ed i modi ostentati e distinti che tengono, credendosi loro qualche cosa, beffandosi degli altri, gli uomini li tengono segnati a dito come soggetto di derisione e di persecuzione”.


(166) Dicembre 26, 1902

Le calunnie, le persecuzioni, i contrasti, servono per giustificare l’uomo.

Trovandomi nel solito mio stato, mi sentivo tutta oppressa e con timore di ricevere persecuzioni, contrasti, calunnie, non solo io, che di me non mi curo perché sono una povera creatura che valgo niente, ma il confessore con altri sacerdoti. Onde mi sentivo il cuore schiacciato da questo peso, senza poter trovare quiete. In questo mentre è venuto il mio adorabile Gesù, dicendomi:

“Figlia mia, perché starti turbata ed inquieta col perderci il tempo? Per le cose tue non c’è niente, e poi tutto è provvidenza divina che permette le calunnie, le persecuzioni, i contrasti, per giustificare l’uomo e farlo ritornare all’unione del Creatore, da solo a solo, senza appoggio umano come nell’essere creato ne uscì. Ed ecco come l’uomo per quanto buono e santo fosse, sempre gli resta qualche cosa di spirito umano nel suo interno, come pure nel suo esterno non è perfettamente libero, sempre tiene in[105] qualche cosa d’umano in cui spera, confida e s’appoggia e da cui vuole riscuotere stima e rispetto. Fa’ che un po’ succede il vento delle calunnie, persecuzioni e contrasti; oh, che grandine distruggitrice riceve lo spirito umano!, perché l’uomo vedendosi battagliato, mal veduto, disprezzato dalle creature, non trova più soddisfazione tra loro, anzi gli vengono a mancare tutti insieme: aiuti, appoggi, fiducia e stima; e se prima andava in cerca di loro, dopo lui stesso li fugge, perché dovunque si volge non trova che amarezze e spine. Quindi ridotto in questo stato rimane solo, e l’uomo non può stare, né è fatto per starsi solo; che farà il poverino? Si rivolgerà tutto, senza il minimo impiccio, al suo centro Iddio, e Iddio si darà tutto a lui e l’uomo si darà tutto a Dio, applicando il suo intelletto nel conoscerlo, la sua memoria nel ricordarsi di Dio e dei suoi benefizi, la volontà ad amarlo. Ed ecco figlia mia, giustificato, santificato [l’uomo], e rifatto nell’anima sua il fine per cui è stato creato. Ed ancorché dopo gli converrà trattare con le creature e si vede offrire aiuti, appoggi, stima, li riceve con indifferenza, conoscendo a prova chi sono; e se se ne serve lo fa solo quando ne vede l’onore e la gloria di Dio, restandosi sempre solo, Dio e lui.


(167) Dicembre 30, 1902

Il Signore le fa vedere terremoti, distruzione di città, e le parla della sua Volontà.

Trovandomi nel solito mio stato, mi pareva di vedere la Santissima Trinità ed io in mezzo a loro, come se volessero risolvere che cosa dovessero fare del mondo. Onde pareva che dicevano:

“Se al mondo non si mandano fierissimi flagelli, tutto per lui è finito in fatto di religione, e diventeranno peggiori degli stessi barbari”.

E mentre ciò dicevano, pareva che scendevano sulla terra guerre d’ogni specie, terremoti da distruggere intere città, e malattie. Io nel vedere ciò, tutta tremante ho detto:

“Maestà Suprema perdonate all’umana ingratitudine, ora più che mai il cuore dell’uomo è ribellato; se si vedrà mortificato si ribellerà maggiormente, aggiungendo oltraggi ad oltraggi alla vostra Maestà”. Ed una voce che usciva da mezzo a loro diceva:

“L’uomo si può ribellare quando è solo mortificato, ma quando e distrutto cessa il suo ribellamento; ora qui non si parla di mortificazione, ma di distruzione”.

Dopo ciò sono scomparsi; ma chi può dire come sono restata, molto più che mi sentivo come una disposizione di volere uscire da questo stato di sofferenze, ed una volontà non perfettamente acquietata al Volere Divino? Vedevo con chiarezza che la più brutta onta che può fare la creatura al Creatore è opporsi al Volere suo Santissimo, ne sentivo la pena, temevo forte che potessi fare un atto opposto al suo Volere; con[106] tutto ciò non mi potevo acquietare. Quindi dopo molto stentare è ritornato il mio adorabile Gesù e mi ha detto:

“Figlia mia, molte volte io mi diletto di eleggere le anime, di circondarle di fortezza divina in modo che nessun nemico possa in lei entrare, e vi stabilisco il mio perpetuo soggiorno; ed in questa dimora che faccio mi abbasso, si può dire, ai più minuti servizi, la ripulisco, le estirpo tutte le spine, le distruggo tutto ciò che di male ha prodotto la natura umana, e vi pianto tutto ciò che di bello e di buono in me si trova, tanto da formare il più bel giardino delle mie delizie, da servirmene a mio gusto, e secondo le circostanze della mia gloria e del bene altrui, tanto che si può dire che non ha più nulla del suo, servendomi solo per mia abitazione. Onde sai tu che ci vuole per distruggere tutto questo? Un atto opposto alla mia Volontà; e tutto questo lo farai tu se ti opponi alla mia Volontà”.

Ed io: “Temo Signore che i superiori mi possano dare l’ubbidienza dell’altra volta”.

E lui: “Questo non è cosa tua, ed io me la vedrò con loro, ma qui c’è il tuo volere”.

Con tutto ciò non mi potevo quietare ed andavo ripetendo nel mio interno: “Che cambiamento funesto mi è successo; chi ha disgiunto il voler mio dal Volere del mio Dio, che pareva formato tutt’uno?”


(168) Dicembre 31, 1902

Gesù l’ama tanto che giunge ad amarla quanto ama sé stesso, sebbene però alcune volte non può vederla e gli è nauseante.

Continuando a stare con timore che potessi oppormi al Volere del mio adorabile Gesù, mi sentivo tutta oppressa ed angustiata, e stavo pregando che mi liberasse dicendo: “Signore, abbiate pietà di me; non vedete il pericolo in cui mi trovo? È possibile che io, vilissimo vermicciuolo, ardisca tanto da sentirmi opposta al vostro Santo Volere? E poi qual bene posso io trovare ed in qual precipizio piomberò se mi trovo disgiunta dalla vostra Volontà?” Mentre ciò dicevo, il benedetto Gesù si è mosso nel mio interno, e con una luce che mi mandava pareva che mi diceva:

“Tu non comprendi mai nulla, questo stato è stato di vittima. Come ti hanno offerto vittima per Corato, tu accettasti; ora che cosa c’è di male in Corato? Non c’è forse la ribellione, verso il Creatore, della creatura? tra sacerdoti e secolari, tra partiti e partiti? Ora il tuo stato di ribellione non voluto, il timore, le tue pene, è stato espiatorio; e questo stato di espiazione io lo soffrii nel Getsemani che giunsi a dire: ‘Se è possibile passi da me questo calice, ma non la mia, ma la tua Volontà si faccia’. Mentre in tutto il corso della mia vita l’avevo tanto desiderato, fino a sentirmi consumare”.

Nel sentire ciò, pare che mi sono tranquillizzata e rafforzata, e l’ho pregato che versasse in me le sue amarezze, ed essendomi avvicinata alla sua bocca, per quanto ho succhiato non veniva nulla, solo un alito amarissimo che tutto l’interno mi amareggiava; ond’io vedendo che nulla versava ho detto: “Signore, non mi vuoi più bene, amarezze non ne vuoi versare, almeno versa le tue dolcezze”.

E lui: “Anzi ti voglio più bene, e se tu potessi entrare nel mio interno vedresti con chiarezza in tutte le mie parti l’amore distinto verso di te; ed alcune volte ti amo tanto che giungo ad amarti quant’amo me stesso, sebbene però alcune volte non posso vederti e mi sei nauseante”.

Che fulmine sono state queste ultime parole al mio povero cuore, pensare che non sempre ero amata dal mio amante Gesù, e giungevo ad essere un’anima abominevole! Se non correva lui stesso a spiegarmi il significato io non potevo più vivere, onde ha soggiunto:

“Povera figlia, ti è assai duro questo? Hai incontrato la mia stessa sorte; io ero sempre qual ero, Uno con la Trinità Sacrosanta e ci amavamo d’un amore eterno, indissolubile; eppure coperto come vittima di tutte le iniquità degli uomini, il mio esterno era abominevole innanzi alla Divinità, tanto che la giustizia divina non mi risparmiò in parte alcuna, rendendosi inesorabile, fino ad abbandonarmi. Tu sei sempre qual sei con me, e siccome occupi lo stato di vittima, il tuo esterno comparisce innanzi alla divina giustizia coperto delle colpe a